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La felpa razzista di H&M, il web si infuria

E’ di pochi giorni fa lo scandalo che ha coinvolto uno dei fashion brand più influenti dell’ultimo decennio: H&M. Un marchio, una garanzia per lo shopping low cost di cui ormai tutti ci serviamo.
Ma qui non elogeremo il business portato avanti dall’azienda, piuttosto parleremo di un fatto vergognoso legato ad un suo capo d’abbigliamento, con una stampa tutto tranne che appropriata.
Ennesimo episodio di razzismo è il caso in questione, cioè la foto di un baby modello di colore, sullo shop online di H&M, che indossa una felpa verde con su scritto: “Coolest Monkey in the Jungle” (“La Scimmia più cool della giungla”).
Da qui sono partite proteste dei consumatori che avevano notato l’infelice foto, segnalata al più presto. Tutto ciò ha causato l’indignazione della popolazione nera e non solo, la sensibilità di tutti è stata calpestata. Per cosa? Per vendere a tutti i costi un capo di vestiario?
Chiariamo bene, il termine “scimmia” è un’offesa. È facilmente assimilabile a “negro”, “sporco” o qualsiasi altro termine che storicamente e culturalmente sia stato usato in senso negativo per discriminare i neri.
Spesso sulle t-shirt, felpe, top etc vediamo frasi di canzoni o aforismi in cui si ironizza sul mondo attuale anche con stampe un po’ spinte, non solo a sfondo sessuale. Ma in questo casol’ironia non può essere una giustificazione. Per non parlare del bambino che indossa quel capo, la cui innocenza si può dire sia stata strumentalizzata.
Non è mancata ovviamente la risposta dell’azienda svedese sui social, che ammette l’errore e si scusa: “É successo, ma questo non significa che non consideriamo l’accaduto come un fatto serio. Ci impegniamo affinché non avvenga più una cosa simile”.
Queste sono più o meno le parole usate dal famoso brand, che ha prontamente rimosso foto e capo dal sito, capendo che l’errore più grande è stato quello di mancare ad una responsabilità: rispettare le sensibilità di chi si affida a un’azienda di moda come la loro, anche per comprare una stupida felpa.
Martina Casilli

di Redazione UniVersoMe

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