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Migliorarsi per raggiungere la felicità

La ricerca della felicità è un tema da secoli discusso sul quale sono stati espresse varie opinioni.

I Greci la chiamavano eudaimonìa (demone buono), ma cos’è in effetti? E’ uno stato di grande soddisfazione e di pace con se stessi, un equilibrio dell’anima e del corpo.

Negli ultimi tempi sembra essere diventata sempre di più una chimera, qualcosa di raro e quindi di prezioso. Le cause sono tante, una in particolare cruciale: l’eccessivo benessere. Potrebbe sembrare un paradosso, ma è così. Chi non è all’altezza degli standard di vita della società di cui fa parte non regge il peso dell’inferiorità ed è preso da disperazione incontrollabile. Ovviamente il discorso può essere sia di natura economica che culturale.

Un povero tra i benestanti si nota parecchio, così come un analfabeta tra i laureati. Non è bello essere diversi, a meno che il diverso non sia apprezzato, e ciò capita quasi mai, perché chi non è nella norma difficilmente viene capito. Basti pensare che tante menti eccelse della storia sono morte in solitudine ed in povertà dimenticate da tutti, sebbene per poco.

Ma quindi la felicità è negata a chi non è perfetto fisicamente, a chi ha un carattere stravagante o è povero? In alcuni casi c’è poco da fare, ci sono tragedie alle quali non possiamo porre rimedio, ma dalle quali si possono trarre fonti d’ispirazione che possono rendere la nostra esistenza meno dolorosa. Migliorarsi è la chiave della felicità, superare quegli scogli che ci rendono la vita pesante per non stare più male. Il sacrificio può anche essere visto come una condanna, ma in realtà fortifica, c’insegna a non dare nulla per scontato di modo che tutto ci sembrerà scontato in futuro. Sicuramente c’è chi di sacrifici ne fa di meno e chi di più, ma qui si entrerebbe in merito ad una questione ancora più delicata, sulla quale c’è poco da dire, ovvero la fortuna. “Homo faber fortunae suae”, dicevano i Latini e di certo avevano ragione. Siamo artefici del nostro destino, ma talvolta la dea bendata esagera nell’aiutare alcuni piuttosto che altri. Fatto sta che tutti abbiamo il diritto di essere felici, se adempiamo al dovere di batterci per esserlo.

Non tutti siamo uguali, c’è chi è più portato a reagire, chi lo è di meno , c’è chi sa cogliere la palla al balzo meglio di altri che invece si vedono sfuggire il treno della rimonta, del cambiamento. Fatto sta, tutti prima o poi dobbiamo migliorarci, è un dato di fatto. Ad un certo punto qualcosa deve cambiare in noi, è il bisogno che ci spinge a fare meglio. Sicuramente vivere senza felicità è impossibile, il benessere interiore è tanto importante quanto quello fisico. Non si può credere di fare solo rinunce nella vita, di sopportare tutto, di non avere mai una gioia, come spesso si dice. E’ odioso vedere gente scrivere “mai una gioia” sui social solo perché fa tendenza, ragazzini pubblicare papelli in cui rivelano crisi esistenziali con uno tono pessimistico superiore a quello di Leopardi.

Lamentarsi è normale, farlo cronicamente no. Arriva il momento in cui si deve solo reagire.

Talvolta parlare dei propri problemi ne aumenta la gravità, mentre tenerli per sé aiuta a silenziarli, a far sì che abbiano un impatto meno emotivo sulla nostra persona. Il nostro sforzo col tempo ripaga, la vita non è né dura né facile, ma indifferente. Non esistono il bene e il male in quanto tali, perché sono due condizioni create dall’uomo per indicare ciò che lo protegge e ciò che lo danneggia, ma l’equilibrio ed il disequilibrio che dominano in natura.
La felicità non è uno stato assoluto della psiche, si presenta in varie forme e vi sono innumerevoli motivi per cui essere contenti. Ognuno deve conoscere il percorso a sé adatto per ottenerla, non possiamo sperare di percorrere la “strada” di qualcun altro per raggiungere questa stessa “meta”. Come diceva Baltasar Graciàn y Moralesla felicità conquistata si gusta doppiamente”.

 

Francesco Catanzariti

di Redazione UniVersoMe

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