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Tutta colpa della mia città, mi ha reso debole e inadeguata

Non so se sia il caso di dire “finalmente me ne vado da qui”. In realtà non sono mai stata malissimo in questo posto, ma forse non l’ho mai sentito mio fino in fondo.

Credo che a chiunque, almeno una volta, anche per disperazione, sia venuto il desiderio di prendere uno zaino, mettere dentro vestiti a caso e scappare via, lontano da tutto, da quelle solite strade, da quelle stesse facce noiose e tristi. Per me è diverso. Non è il capriccio di una breve vacanza per tornare poco dopo. La mia è un’esigenza, un sogno, perché significherebbe arrivare in cima ad una montagna ed ammirare il panorama che IO ho deciso finalmente di vedere e raccontare. Vorrei non dire più che qui ci sono finita per caso, o per volere di altri. Vorrei un ossigeno più puro per i miei polmoni, conoscere nuovi luoghi, nuove persone ed essere libera, distante dai disagi che mi perseguitano come ombre. Per questo ho deciso di trasferirmi.

Dovevo darmi da tempo una possibilità in più e dare una sterzata alla mia vita; ora che l’ho fatto, ne sono convinta e felice perché ho voglia di un’esperienza nuova che mi lasci un segno, che mi faccia scorrere l’adrenalina dalla testa fino alle gambe. Chissà se qualcuno, come me, si sia mai sentito davvero di non appartenere a nessun luogo, solo, disconnesso dalla realtà, come uno spettatore al cinema che guarda un bel film e si immerge in una vita che non è sua. Magari gli piace quella vita ma è solo finzione perché si accendono le luci e tutto finisce. Io mi sento spegnere le luci ogni giorno e finché non riesco a trovare un appiglio, mi sento sempre persa, vuota, scostante, sbagliata. Ci sono state volte in cui la mia inadeguatezza mi ha portato a disprezzare tutto ciò che mi capitava, persino le occasioni più rare e importanti non le consideravo, anzi alimentavano quella sensazione di euforia mista a delusione. Da un lato ci credevo, ma quando stavo per viverle, mi spegnevo.

Questa città mi ha sempre reso debole e inetta di fronte alle scelte, perché nulla durerebbe, nulla di quello che lei mi offre mi renderebbe una di quelle persone che fa la differenza. Io invece voglio servire. Ho sempre pensato ci fosse una ragione dietro la mia esistenza e non potrei di certo morire senza aver migliorato qualcosa o qualcuno. Ma non qui.
Seduta sul muretto del mio lungomare, con le gambe che penzolano nel vuoto, frettolose ma sincroni, guardo avanti in cerca di uno di quei tramonti rossi che amo tanto … forse intravedo anche l’immagine di me trepidante e felice tra qualche mese. Il rumore delle onde che si frantumano in schiuma mi rilassa, poi mi guardo attorno e mi soffermo sulle transenne alla mia destra, che nascondono un tratto di marciapiede distrutto dalla mareggiata della settimana scorsa. Un po’ mi sento anch’io così, un cemento smantellato. Ma tra poco ricongiungerò i pezzi. Fra un paio d’ore saluterò il luogo in cui sono cresciuta lasciandolo per un intero anno. Intanto un soffio di vento gelido mi attraversa il fianco scoperto, facendomi tornare in me e realizzare che è ora di abbandonare quel posto, da sempre il mio rifugio preferito.

Sono felice di andare via mia cara città, ma spero di non tornare più perché ho ancora troppe storie da scrivere, da un’altra parte.

 

Martina Casilli

di Redazione UniVersoMe

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