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Il padre di Italia: lo stretto di Messina al culmine di un viaggio on the road

Un anno fa usciva nelle sale Il padre di Italia, secondo lungometraggio del giovane regista reggino Fabio Mollo.
Opera intensa e delicata, costruita intorno all’esile contrappeso delle emozioni, interpretata da un Luca Marinelli in stato di grazia – protagonista, dopo l’ottima prova in Lo chiamavano Jeeg Robot (2016), de il Principe libero, film dedicato a Fabrizio De André, in programmazione su Rai 1 il 13 e 14 febbraio – e da Isabella Ragonese, attrice palermitana di talento.
Il tema è di strettissima attualità. Paolo in un locale gay conosce Mia, ragazza dalla personalità ribelle, abbandonata dall’uomo che l’ha messa incinta.
La sua contagiosa e vulcanica energia metterà alla prova i due giovani in un disperato viaggio senza bussola che li trascinerà, come in un rito di liberazione, sempre più a sud.
Dall’operosa Torino, dove Paolo ha tradito il suo sogno iniziale di fare l’architetto vendendo kit di arredo in un grande magazzino, ad Asti per le prove del gruppo di Mia, a Roma e Napoli, fino alla meta ultima tra Reggio Calabria e Messina, nel luogo in cui forse finalmente potranno lasciare alle spalle un passato di incertezza e solitudine per guardare al futuro con speranza.

Luca Marinelli sulla spiaggia della “Punta”

Vincitore di un Golden Globe nel 2017 e candidato ai Nastri d’argento, Il padre di Italia si avvicina con tatto e tenerezza, senza cedere il passo a una retorica fumosa che facilmente avvolge questioni che hanno un rilievo nella società contemporanea, a trattare argomenti sensibili dell’Italia di oggi, ma lo fa certo non in maniera forzata costringendo a una concezione che vincola ad un immobile punto di vista.
Per primo trova spazio il discorso della precarietà esistenziale di una generazione allo sbando, e il conseguente difficile passaggio dall’essere figli al diventare genitori.
Ma genitorialità non vuol dire possedere uguale corredo genetico. Considerazione che emerge dal peso stesso conferito agli affetti: una profonda empatia lega infatti individui diversi nel semplice atto della solidarietà e condivisione.
Come spiega il regista: “il film è una storia di amore assoluto, puro e universale. Perché i sentimenti non devono mai essere etichettati”.

L’incontro di Paolo e Mia permette di avviare un itinerario segreto, scandito da un inarrestabile viaggio verso il meridione per risalire alle origini da cui i protagonisti avevano voluto allontanarsi (la Calabria, il mare e i suoi colori) e che pure li richiama a sé. Il tutto è evidenziato da una evocativa colonna sonora in cui spiccano le canzoni di Loredana Bertè, cantante di Bagnara Calabra, dove alcune scene sono state girate (altre nel litorale di Torre Faro).
Il momento in cui Mia interpreta in una drammatica sequenza There is a light that never goes out degli Smiths segna invece il definitivo addio.

Il film si basa del resto su una regia giocata proprio intorno ai primi piani, una scrittura viscerale che tiene attaccati alla visione, nonostante alcune lacune presenti nella sceneggiatura.
Inevitabile (con le dovute proporzioni) il parallelo con Una giornata particolare di Ettore Scola, omaggiato dalla citazione della scena dell’abbraccio sulla terrazza.

Eulalia Cambria

di Redazione UniVersoMe

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