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Chi ce lo fa fare: scrivere per ritrovarsi

“Chi te lo fa fare?”

In due anni di onorato servizio qui su UniVersoMe, non c’è dubbio che questa sia stata la domanda più frequente che mi sia mai stata posta (o che mi sia mai posto) a riguardo.
Ed è una domanda all’apparenza sensata. Dopotutto siamo universitari, e si sa, il ritmo della nostra vita è scandito dal pendolo schopenhaueriano che oscilla tra una sessione e l’altra, tra lo studio di una materia e lo studio della prossima. Arrivi al punto in cui tutto quello che c’è in mezzo a questo intervallo, a meno che non serva a soddisfare un bisogno immediato (mangiare, bere, accoppiarci coi nostri simili, insomma mantenerci vivi) o a facilitare la sua soddisfazione, diventa automaticamente etichettato come “perdere tempo”, quest’espressione che è l’incubo di ogni universitario che si rispetti, capace di risvegliare atavici e inarrestabili sensi di colpa in ciascuno di noi.

Bene, se accettiamo questa definizione ci sono pochi dubbi sul fatto che UniVersoMe sia stato, per me come per molti altri, “perdere tempo”.
Magari questa assunzione, oggi in cui questa attività consente di acquistare i tanto agognati CFU (ma solo in alcune facoltà) o, per chi studia Giornalismo, addirittura di svolgere tirocinio, può suonare meno vera rispetto a quando per la prima volta mi sono accostato al giornale. Ma quando, insieme a tanti dell’attuale direttivo o della redazione, abbiamo iniziato a scriverci, tutto questo non esisteva. E se magari alcuni di noi, spinti da velleità di carriera giornalistica, avrebbero potuto vedere quest’esperienza come un banco di prova per il loro futuro professionale, per me come per molti altri non ci sono mai stati dubbi: certo non lavorerò domani facendo il giornalista.

Quindi, tornando a noi, “chi me lo fa fare”? È una domanda che pesa un po’ se penso che questo, che state leggendo, sarà il mio ultimo editoriale, dato che sto per lasciare il direttivo di UniVersoMe. Quindi direi che è ora di abbozzare una risposta.

Intanto, lo ho fatto perché mi piace scrivere. Lo ho fatto perché mi ha consentito di riscoprire un lato creativo in me che credevo completamente sopito. Lo ho fatto perché mi ha aiutato a conoscere, e fare conoscere, tante cose che non sapevo o che altri non sapevano sulla nostra città di Messina. Lo ho fatto perché mi ha permesso di mettermi in contatto con gente che condivide le mie stesse passioni e i miei stessi interessi, e scambiarci le idee ci ha fatto crescere insieme.
L’ho fatto perché mi ha aiutato a mettermi alla prova, ad assumermi degli impegni, ad essere parte di qualcosa. E l’ho fatto anche perché UniVersoMe nasce per questo, per creare un ponte fra l’università, la città e gli studenti: inseguendo l’idea di fondo che l’impegno che ci abbiamo messo a far crescere questo progetto è impegno investito nel rendere, nel nostro piccolo e nel limite delle nostre possibilità, l’Università di Messina un posto un po’ più simile a come vorremmo che fosse.

Per tutte queste cose io devo ringraziare UniVersoMe e a tutto il suo team, Alessio e tutti gli altri colleghi direttori, insieme a tutti i ragazzi della redazione e della radio che ogni giorno ci mettono il loro tempo, le loro capacità e il loro entusiasmo per fare crescere questo “qualcosa” a cui tutti apparteniamo e che ci appartiene. Grazie a tutti, è stata una esperienza che è valsa e continua a valere la pena, e anche se adesso mi rendo conto di non avere più tempo per adempiere al ruolo di membro del direttivo, spero di averne quantomeno per continuare a scrivere, ogni tanto, e crescere insieme.

E a voi che mi state leggendo, e magari siete incuriositi dal progetto, ma vi state chiedendo tutto sommato “chi ve lo fa fare”, l’unico consiglio che posso dare è: buttatevi, mettetevi in gioco, lasciatevi coinvolgere; dite no alla logica alienante che pretende che l’università sia solamente un posto in cui darsi le materie e prendere la laurea, e aiutate UniVersoMe a trasformarla in un posto più bello, un luogo di incontro, di scambio di opinioni, di crescita collettiva.

 

Gianpaolo Basile

di Gianpaolo Basile

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