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La fine del divario tra indie e mainstream. Per un’analisi della musica trap

Chiunque si trovi in una precisa fase della vita, in cui la smania di correre dietro a proposte musicali distanti da quelle coltivate fino ad oggi nel proprio orticello, a meno che non lo faccia per mestiere, ha la peggio su anni di memorie sonore accumulate tra le pile di compact disc rovinati, si troverà in seria difficoltà a maneggiare una materia come questa. Ammettiamo pure che tra i 25 e i 30 anni può dirsi forse quasi avviato al termine anche l’ultimo, sfavillante, stadio della post-adolescenza, per cui approcciare un fenomeno di massa relativamente nuovo, almeno qui in Italia, come la trap, subendo condizionamenti e pregiudizi di sorta, è un rischio palpabile.

Ho passato, ad essere sincera, gli anni della mia giovinezza sui banchi inseguendo l’idea romantica di accostarmi alla musica senza prescindere da tutto quello che avesse a che fare una mia personale visione delle cose, a costo di non essere bene aggiornata su cosa andava di moda in quel momento e non avere una percezione chiara di quello che accadeva intorno una volta messo via dallo stereo un album come Odessey and Oracle degli Zombies del ’68. A questo punto vi sarete chiesti perché in questo primo editoriale, considerato il divario dai miei ascolti consueti, abbia voluto toccare proprio il tema della musica trap. Quello che fin da subito vale la pena osservare è, in barba alle premesse, la notevole capacità che ha il fenomeno di fungere da collante tra individui appartenenti a generazioni diverse. Non è (soltanto) il mondo degli adolescenti a subire l’onda d’urto, ma anche il pubblico dei trenta-quarantenni, una fetta dei quali continua imperterrito ad affollare i concerti indie.  

Le esperienze della dura vita di strada, lo stato di malessere e di miseria, la criminalità e soprattutto lo spaccio di sostanze stupefacenti sono i temi preminenti contenuti nei testi di questo genere costola del southern hip pop, nato ad Atlanta, negli Stati Uniti, intorno agli anni ’90. Trap house era il nome degli ambienti collocati in alcuni sobborghi dove veniva preparata e poi venduta la droga. In origine il fenomeno ha una connotazione socio-culturale, e solosuccessivamente si collega a un fermento musicale, nella cui scena spiccano tra gli altri i nomi di Gucci Mane, T.I (che nel 2003 ha fatto uscire l’album Trap Muzik) e Young Jeezy. Non sono mancate nell’ultimo decennio le influenze anche sulla musica pop come in alcune canzoni di Lady Gaga e Lana Del Rey.

L’esplosione in Europa e in Italia arriva dopo il 2011, diventando nel bel paese un fenomeno di successo a partire dal 2016, quando la diffusione dei brani inizia ad assumere proporzioni virali. Ad animare la scena è il produttore Charlie Charles, nella cui orbita gravitano Ghali e Sfera Ebbasta, vincitori di premi e insospettabili conquistatori di vertiginose vette di popolarità. Da questo punto di vista non ci sono dubbi che si sia modificata la fruizione: i dischi sono quasi scomparsi dai tradizionali canali di vendita per essere sostituiti dalle applicazioni di streaming e dall’ascolto su YouTube.

La scena trap si muove in larga parte in un sottobosco, raramente frequentato dai media (nonostante l’ospitata di Ghali da Fabio Fazio) che si nutre di visualizzazioni e follower. La prima caratteristica che balza all’orecchio dell’ascoltatore è il massiccio uso dell’effetto detto “autotune” su tutti i cantati. Per i non addetti ai lavori, si tratta di software creati per correggere eventuali problemi di intonazione vocale. Se la stonatura da correggere è particolarmente pesante si creano degli artefatti che danno al cantato un suono un po’ robotico e balbuziente. Questo che in origine era un difetto da evitare è stato a volte ricercato di proposito (tutti ricordano il famoso ritornello della hit “Believe” di Cher del 1998). Mediamente le basi non presentano una particolare originalità rispetto alle classiche basi rap: se dovessimo trovarvi qualche particolarità potremmo accennare alle velocità leggermente più lente, ai bassi sintetici molto profondi, ai terzinati percussivi e poco altro. Spesso sono affidate a sapienti produttori piuttosto che alla stesse trap-star che si limitano a cantarci sopra i loro testi.

Avevamo pensato che si sarebbe potuto chiamare Trapstar, ma ci sembrava una roba troppo riduttiva. I nuovi trapper sono le nuove rockstar”

Il principale punto a favore che li rende appetibili presso un pubblico stratificato è la qualità delle registrazioni in termini audio e la cura con cui sono realizzati i videoclip. Negli ultimi tempi la contraddittorietà che è insita a tutto il circuito dell’ indie italiano con il suo mix labile fatto di pretesa di originalità, testi di quotidiana estemporaneità e ritornello facile, li ha resi  i portavoce, in alcuni casi, di un prodotto vicino alla stessa scena, tanto che Calcutta ha voluto il rapper Rkomi per aprire i suoi concerti. Ma come si sa, in questi casi, se si considera ad esempio la presenza di una artista come Francesca Michielin proprio in questi giorni al MI AMI, si tratta di pure etichette vuote di contenuto. Il concertone del primo maggio, che quest’anno è riuscito a svecchiare la sua proposta, d’altra parte, è indice della confusione e della mescolanza che avviluppa il cosiddetto alternative, portando sullo stesso palco, rivolti a un medesimo pubblico, fenomeni trap e cantautori indie. Punta dell’iceberg, accanto al misterioso Liberato, è uno strano personaggio, Young Signorino, autore di testi dadaisti e apparentemente privi di logica, che non si è presentato a suonare al concerto di sabato a Roma al Monk. Un’altra trovata per suscitare hype? Forse. E’ chiaro, comunque, che ormai si è raggiunto il crollo di un certo radical chic sborrone, ed entrambe (l’indie e la trap) sono in corsa per raggiungere i cuori (e gli smartphone) di un numero sempre più elevato di ascoltatori. 

                                                                                                                                                                            Eulalia Cambria

 

 

 

 

 

 

 

di Eulalia Cambria

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