Le università contano sempre meno matricole

laureatiL’anagrafe studenti dirama un altro ennesimo bollettino di “guerra”. Dagli atenei spariti 78 mila matricole in dieci anni. Erano oltre 338 mila nel 2003/2004, sono poco più di 260 mila nel 2013/2014, scendono ancora del 40% nel 2015/2016.

Il tutto accade in barba a tutti gli obiettivi europei, che fissano nel 2020 il traguardo per avere il 40% di laureati ma l’Italia arranca. I dati se pur non definitivi per questo anno accademico, confermano la débâcle degli atenei, che invece di acquisire studenti, ne perdono costantemente.

Un primo allarme era stato lanciato lo scorso anno dal CUN, ma i dati diffusi dal MIUR tracciano un quadro ancor più desolante. Il numero dei diplomati nelle scuole italiane rimane costante, ma circa un quarto degli studenti non si iscrive più all’università.

Incolpata per ciò la privatizzazione degli atenei italiani,i quali hanno ristretto l’accesso ai corsi di laurea, ed aumentato di anno in anno le tasse di iscrizioni, senza creare una no tax area per le fasce meno abbienti.

Basti pensare anche ai corsi di laurea. Nel nostro Paese circa il 57% è a numero programmato. Un trend che di anno in anno aumenta e viene incentivato dallo stesso MIUR, nonostante le proteste degli studenti in diversi atenei.

A stroncare le aspirazioni degli studenti potrebbe essere stata la crisi economica. A riguardo preoccupano i dati ISTAT: solo un un laureato su quattro risulta risulta essere occupato entro tre anni dal conseguimento del diploma. Quest’ultimo, peggior dato europeo dopo la Grecia.

Non vi è da parte del governo, neppure un piano per far fronte alle continue eccellenze che continuano a lasciare il nostro Paese per far fruttare le loro idee altrove. Negli ultimi 10 anni, 10 mila sono stati i ricercatori italiani andati fuori continente.

Perché allora, di fronte a dati così pessimistici, non rafforzare le alleanze tra mondo del lavoro e atenei in tutte le aree, dando così più libertà alle università di competere tra loro superando di fatto le logiche poco sempliciste della privatizzazione?

A questa domanda spero che un giorno noi studenti troveremo la risposta.

Piero Genovese

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