Il pubblico affolla la Sala Laudamo per “Terra che non sa” di Sarah Lanza

13-pasolini sarah luca scaffidi ph mammana (3) 2La sala Laudamo ha voluto salutare con l’ennesimo auditorium gremito di spettatori la sei  giorni di “Terra che non sa”, ultima fatica teatrale e capolavoro della regista e coreografa Sarah
Lanza, la quale dimostra di aver sapientemente “plasmato” i giovani attori della “Compagnia DAF − Teatro dell’Esatta Fantasia di Giuseppe Ministeri”, di cui fanno parte anche studenti dell’Università di Messina, permettendo loro di diventare tramite, veicolo per il mondo immaginifico, e a tratti onirico, di questo spettacolo di teatro danza.

La giovane regista messinese va oltre i giochi di luce e le musiche struggenti, supera la sinuosità  e l’ipnotico talento dei corpi dei giovani attori ed usa tutto questo per contestualizzare e omaggiare,
con le scene e le tematiche allegoricamente rappresentate, la complessità e il sofferto ricordo di Pier Paolo Pasolini, inserendo a pieno titolo la sua opera all’interno del “Progetto Parola Pasolini” che
giunge così, con “Terra che non sa”, al secondo appuntamento del suo ciclo, preceduto da “Vento da  Sud Est” di Angelo Campolo, che ha dato nota di sé già lo scorso novembre.

“Terra che non sa” si stanzia e distingue, non solo all’interno del contesto teatrale messinese, ma anche posto a confronto con gli altri titoli, suoi “simili”, del teatro danza, per la magistrale direzione
e per la consapevole costruzione che la rende un’opera preziosa ed apprezzabilissima.

E ciò è vero  tanto per i cultori del teatro danza e per i “seguaci” culturali ed artistici di Pasolini, quanto per i “neofiti” del genere e per coloro i quali, approcciandosi alla tematica “Pasolini” per la prima volta o  quasi, pur non potendo cogliere gli attenti e ricercati riferimenti e tributi a “Teorema”, a “La Ricotta” e a numerosi altri elementi della vasta eredità culturale di scritti e di pellicole che il regista ha donato  all’Italia e al mondo, potranno godere di uno spettacolo ricco e ben orchestrato. Un piacere per gli occhi, accompagnato da una ricercatezza del suono in ogni sua forma, del significante ad ogni  costo, della parola scarnificata e deprivata del suo portato, ridotta all’essenza del verso, del riso, del  sospiro, del latrato, del pianto, all’onomatopea dell’emozione e del sentimento umano.

La magnifica opera di Sarah e dei suoi ragazzi non scende a compromessi in ambito di emozioni e regala al pubblico, sullo sfondo di uno scenario tanto scarno e minimalista quanto solenne ed evocativo, una performance ricchissima di contenuto drammatico, una guerra interiore dai toni violenti e pieni di verve, eterna lotta fra le pulsioni che animano l’uomo “animale sociale”, marionetta di carne alle dipendenze del pathos, dell’istinto, dell’Es nietzschiano, e la convenzione, la “fredda” ritualità del vivere quotidiano dell’ordine sociale, il Super io nella sua forma di grigia inespressività ed apatia.

Ci riesce grazie al contributo delle sue maschere, dei “fantasmi di scena” interpretati con eccezionale pathos e abilità espressiva da Michele Falica ed Antonio Vitarelli. Sono loro, in scena, i direttori d’orchestra della rapsodia allegorica disegnata da Sarah Lanza, loro le forze scatenanti, animatrici del Conflitto umano, vero protagonista della rappresentazione.

E così, in preda alla Passione, i corpi di Alessio Bonifacio e Ilaria Tartaglia si intrecciano e incarnano, senza mezze misure, l’amore furente e il “calore” del corpo e dell’anima, l’istinto e la sinuosità dell’irrazionale, del tribale che maggiormente ci ricorda la nostra origine più viva, libera, sensibile e umana. Ma la Passione è anche tormento, martirio, e così si manifesta, in tutte le sue variegatissime forme: bramosia di un abbraccio che protegga dal freddo, pulsione vorace e la danza dell’Eros che si genera fra i loro due corpi, rabbiosa insofferenza dell’animale-uomo nei confronti della mosca di un afoso sabato pomeriggio d’estate.

I due giovani ballerini creano, alla destra del palco, un polo dai colori caldi e dalla luce soffusa, morbido, archetipo della vita istintuale.

A sinistra al contempo prende forma il profilo più rigido e grigio dell’animo umano, quello piegato al ridicolo della convulsa e meccanica routine, esasperata fino alle sue estreme conseguenze.

La famiglia piccolo borghese, tanto discussa e studiata e disprezzata da Pasolini, diviene emblema dell’uomo sacrificato ad un “patto sociale” che va ben oltre l’accettabilità dell’ordine, del ruolo assunto, della convenzione proiettata al quieto vivere o al vantaggio della vita comunitaria. Tocca a Patrizia Ajello e Luca D’Arrigo, ben temprati genitori piccolo borghesi di un nucleo familiare volutamente stilizzato nella sua composizione più stereotipata di “famiglia MulinoBianco”, mimare con piena padronanza della propria espressività i “brutti e stupidi automi”, la volgarità di ogni gesto preimpostato e imposto dal ruolo ricoperto da ciascuno, di casalinga, di lavoratore distinto, di madre, di figlio.

Ed è grazie alla brillante interpretazione di Veronica Capodici e Massimo Bonanno, nei panni dei due figli, che prende forma l’angosciante condizione di rigidità intimata, di sofferenza che lo spirito creativo e libero e vivo patisce nel tentativo di obbedire all’ordine di piegarsi al ruolo sociale, della gabbia che esso, “la maschera”, costituisce, dell’invadente e soffocante peso della Convenzione e del simbolo, della cravatta che stringe al collo come il cappio di un impiccato sulla forca.

Sarah Lanza coglie a pieno il messaggio e lo stile metaforico, crudo, dell’insegnamento e dello stile pasoliniano, li fa propri e li reinterpreta in una chiave originale e degna delle tematiche-cardine del pensiero di Pasolini.

Alla fine lo spettacolo sembra realizzarsi quasi nella forma di una grottesca e disordinata danza in cui la complessità umana, la conflittualità delle mille sfaccettature dell’uomo, scorre ai piedi del Tempo, protagonista invadente della scena, attratta e al tempo stesso intimorita da esso, stagliandosi dal palco verso il soffitto sotto forma di faraonica clessidra, quasi un alternativo monolito kubrickiano.

E dal clima di disagio e agitazione, si distilla infine una speranza di riconciliazione fuori dall’arrendevole convinzione della distanza incolmabile fra Io Emozionale ed Io Sociale; la prospettiva di una comunione possibile e di un equilibrio pacificatore, di un abbraccio che colmi ogni caratteristica umana con la sua controparte altrettanto umana.

Si spengono le luci, si torna alla realtà e sembra che questo viaggio visionario si sia concluso, ma non è così.

Lo spettatore batte le mani entusiasta e torna a casa carico di quella costruttiva inquietudine, di quel sottile e piacevole turbamento al quale un’opera, di qualsivoglia natura, che miri a toccare le corde della sensibilità e della psicologia umana, non può che felicemente aspirare.

Luca Scaffidi Militone

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