Hobbit Party – Tolkien e la visione della libertà che l’Occidente ha dimenticato

“In a hole in the ground, there lived a Hobbit”.

E’ proprio con queste parole che J.R.R.Tolkien, professore di filologia germanica presso l’università di Oxford, fece conoscere al mondo le avventure della Terra di Mezzo.
Risale al 1937 la prima edizione dello Hobbit, storia che tutti – in un modo o nell’altro- conosciamo, (la leggevano anche a voi da piccoli prima di andare a dormire?!) dalla quale lo stesso regista (Peter Jackson) che ha mirabilmente portato sul grande schermo il Signore degli Anelli  ha tratto di recente tre film.
Tuttavia, il libro di cui vorrei parlarvi non è “Lo Hobbit”, ma è su “Lo Hobbit”.
Perché potrebbe essere bello e anche divertente leggere delle avventure di nani, elfi, piccoli uomini dai grandi e grossi piedi pelosi e stregoni alle prese con orchi, draghi e sinistri anelli del “potere”, ma a parte il piacere/sollievo della lettura, finisce lì, gli impegni di ogni giorno rimangono, gli esami altrettanto, già sento tremare il telefono con “Bed Time” che mi ricorda molto felicemente la sveglia di domani.
Quindi la lettura l’avremmo ridotta a questo? Un modo per rilassarsi, divertirsi (dal latino devertere, volgersi altrove), per immaginare sì, queste situazioni paranormali, così diverse, ma la realtà poi è tutt’altra cosa, non c’entra niente. Ma, sarà vero?
Ebbene, in “Hobbit Party” Jonathan Witt e Jay Richards riflettono sullo splendido affresco della storia e della condizione umana scritto dal professore britannico, svelando proprio quello che lo stesso Tolkien più volte dichiarò nelle sue corrispondenze epistolari: l’essersi cimentato non tanto in un’opera allegorica, ma nella creazione (o per dirla a parole sue, sub-creazione) di storie che potessero più o meno adattarsi alla realtà di ciascun lettore, lasciandolo così libero di poter trarre le migliori conclusioni in base alla propria esperienza.
E allora ecco che i nostri autori, attingendo alla loro combinata esperienza in campo letterario, economico, filosofico e politico, riescono a tracciare parallelismi attualissimi tra la Terra di Mezzo e la nostra era.
I temi sviscerati sono molteplici: dai limiti dello Stato, al valore della proprietà privata, al libero arbitrio, alla tentazione del potere, alla concezione della guerra giusta, all’ecologia, all’amore e alla morte.
Un aspetto che ritengo particolarmente illuminante di questa analisi condotta da Witt e Richards e che, magari, può riguardarci più da vicino, è proprio l’attenzione che viene riposta nel buon costume e nei valori; cose che potrebbero sembrare insignificanti, ma che in realtà preparano terreno fertile affinché possa essere garantita la libertà e la prosperità.
Si legge infatti: “L’avventura che comincia dall’iniziale contratto a Bag End prevede una sostanziale attenzione ai modi di fare, alla proprietà, alla puntualità, al ruolo della legge e alla capacità di fidarsi che supera la semplice realtà familiare o il clan”.
Molti di questi elementi sono stati correlati, oggi, ad uno sviluppo economico; per esempio, società che mancano del valore della puntualità tendono a rimanere nella povertà.
Ora, pensate di applicare questa semplice, quanto ovvia affermazione alla nostra università. Quanto è puntuale nei servizi, nell’offerta didattica, nella gestione dell’apparato burocratico? Meglio stendere un velo pietoso direte…ed invece no!
La critica e/o disapprovazione fine a sé stessa è terribilmente sterile; cominciamo piuttosto col diffondere una mentalità diversa, positiva, perché è vero che la civiltà ed il buon costume, sono dei principi che spesso mancano ai nostri giorni (alla faccia del famigerato progresso!), ma è anche vero che ognuno di noi possiede un’influenza sull’ambiente esterno non indifferente.
Solo se ogni giorno, come studenti, ci impegniamo ad essere puntuali nelle nostre attività, riusciremo ad ottenere un riscontro anche da parte del sistema e, forse, potremo essere – senza nemmeno accorgercene – i fautori stessi del salto di qualità del nostro ateneo.

Che abbiamo da perdere? L’alternativa è chiara, possiamo continuare a starcene tranquilli come il signor Bilbo Baggins (prima che si lasciasse coinvolgere nel viaggio inaspettato) e fumare la nostra erba pipa lasciandoci vivere dal tempo e dagli eventi, oppure prendere parte a questo party hobbit ed impegnarci affinché chi dovesse venire dopo di noi, possa trovare terra pulita, fertile dalla quale emerga prosperità materiale, ma soprattutto spirituale.

Ivana Bringheli

di Redazione UniVersoMe

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