Ti è mai capitato ?

Ti è mai capitato di sentirti vuota, una mattina meno fredda delle altre, con le coperte fin sopra la testa, i capelli sugli occhi e le ginocchia ben strette al petto, ti è mai capitato?

Guardarti intorno e non capire nessuno, non riuscire a trovare una spiegazione a nulla, nemmeno alla vita. Sentire qualcosa di insensato nel presente, nonostante sia la vita che hai sempre desiderato, e al contempo rifiutarsi di tuffarsi nel passato, non riuscire a immaginare il futuro.

Questa situazione di limbo tra una salita e una discesa allo stesso modo ripida.

Ti è mai capitato di sentirti alla ricerca di qualcosa una sera da sola, tra le strade di una città che non è la tua, con in bocca una sigaretta finita troppo velocemente, e una porta che non si riesce a varcare, ti è mai capitato?

Ecco, io questa sera non riesco a tornare a casa, son già tre volte che faccio il giro dell’isolato e ogni volta, senza nemmeno fermarmi, supero il portone e torno a fare il giro lungo. Come se fossi alla ricerca di qualcosa, una soluzione forse. E allora, stanca di camminare, mi siedo nella panchina in piazza, sotto un albero. Sono completamente vestita di nero, in modo da mimetizzarmi nell’ombra. Sono giorni che mi vesto unicamente di nero, è l’unico colore che riesco a sopportare senza farmi venire la tachicardia o l’emicrania.

Ho sempre considerato tristi le persone solitarie il venerdì sera, e oggi che la solitaria sono io mi sento ancora più triste, e stranamente pesante. C’è come una grossa pietra tra la gola e la bocca dello stomaco. Difficile da spiegare.

Mi sento come fuori posto, tutti sentono la necessità di pensare e ripensare sulle cose, parlarne e riparlarne e ripetere sempre le stesse parole, ma io no, io penso forse troppo velocemente. Vivo una situazione e mi rendo conto di averla già pensata e aver già preso decisioni su di essa. Sono forse sbagliata?

E non sopporto farmi vedere debole e triste. Io …

In cuor mio so già cosa fare, devo lasciare tutto , magari cambiare casa, trovare qualcosa di più grande.

Ho sempre sognato di viaggiare ma scappare è ben diverso: quando scappi, qualsiasi posto diventa la meta. Un viaggio alla Kerouac, che ormai nessuno fa perché nell’era digitale basta aprire internet e prenotare il primo volo meno costoso a giorno stabilito nell’hotel meno costoso ma più vicino al centro storico circondato da ottimi ristoranti o dai più bei paesaggi da fotografare all’alba per il nostro profilo Instagram come se ci fossero davvero dei “followers” in attesa della nostra foto della colazione o di un selfie con annessa frase filosofica che non ha nulla a che vedere con la foto o del nostro piatto caldo che nel frattempo diventa freddo.
Vivo male questi momenti d’insicurezza, il “vivere comune” insegna che i problemi corrono più veloce delle proprie gambe, che quella di scappare non è mai la “scelta giusta”.
E poi basta con questa questione della scelta giusta! Giusta per chi? Sulla base di cosa?

Così, sotto questo albero, guardando tutte le persone che passeggiano, i ragazzini che ridono e scherzano, un musicista poco più avanti che cerca malamente di suonare “Sweet child o’mine” , mi riprometto di non pensare più alle “scelte giuste” o alle “scelte sbagliate”. Di respirare più a fondo, guardarmi di più intorno.

Alcune soglie invarcabili sono invisibili, sono tutte quelle paure che non sappiamo affrontare. Così mi dico che è arrivato il momento di prendere in mano la mia vita, smetterla di cercare di essere capita come se fosse l’unica soluzione per dimostrare che esisto, smetterla di essere alla ricerca di qualcosa sapendo che la soluzione è scappare. Smetterla di pensare al passato o al futuro e continuare a costruire il presente.

Mi levo il cappello nero, sposto i capelli dietro le orecchie, devo riuscire a varcare quella porta.

L’incapacità di andarmene mi rende fragile e arrendevole. L’incapacità di restare mi rende polemica e instabile.

Faccio un altro giro dell’isolato, dopo magari riuscirò a tornare a casa.

Serena Votano

di Redazione UniVersoMe

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