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Brain On Fire – My month of madness

La vera storia di una rinascita. Voto UvM: 5/5

 

 

 

 

 

La giovane giornalista del New York Post Susannah Cahalan (Chloë Grace Moretz) a soli 21 anni vive la vita che ha sempre desiderato: è indipendente, all’inizio di una promettente carriera e alle prese con un amore appena sbocciato, Stephen (Thomas Mann), un giovane chitarrista con la testa fra le nuvole che spera di sfondare nel mondo della musica. 

Ma non succede quasi sempre così? Non è quando tutto sembra andare per il meglio, quando si abbassa la guardia, che accade l’inimmaginabile? In questo caso, l’inspiegabile.

Susannah comincia a sentirsi perennemente stanca, confusa, fatica a rimanere concentrata e presente anche durante la più banale delle conversazioni, perde il senso del tempo, inizia ad avere vere e proprie allucinazioni, diventa esageratamente irascibile al punto da venire allontanata dall’ufficio; si auto-diagnostica un disturbo della personalità ma si rifiuta di prendere gli psicofarmaci che le ha prescritto lo psicoterapeuta; assomiglia sempre meno a se stessa, diventa violenta fino a spaventare anche i genitori che decidono di farla ricoverare.

 

 

A questo punto prima ancora che con la malattia, la famiglia di Susannah ingaggia una lotta all’ultimo sangue con i medici che, non riuscendo a diagnosticarle nulla, vista la negatività di tutti gli esami, cercano di etichettarla prima come psicotica, poi come depressa bipolare, epilettica e infine schizofrenica per farla trasferire in un ospedale psichiatrico.

 

 

Mentre Susannah viene risucchiata in un buco nero da cui sembra non poter più uscire, è struggente vedere come i genitori non si arrendano e continuino a fare pressione ai medici per avere delle risposte e continuare le ricerche; come Stephen, con i suoi vestiti stropicciati e i capelli  spettinati, sia sempre presente, anche a costo di dormire nel corridoio dell’ospedale; Stephen che con le sue canzoni cerca di riportare indietro quella ragazza che sembra sempre meno la sua Susannah, che non parla, che non si muove più, che sembra spegnersi piano piano nonostante i macchinari dicano tutto il contrario.

Proprio quando sembra non esserci più alcuna speranza, viene chiesto il parere del dottor Najjar, ormai ritiratosi dall’esercizio in ospedale e divenuto professore. L’uomo, in un primo momento restio, non può che rimanere ben presto coinvolto dal caso di Susannah, e vi si immerge completamente. Pensa a lei giorno e notte; pensa a quella ragazza così giovane e piena di vita che si è persa ma che è ancora là da qualche parte, che ha ancora tanto da fare, che vuole essere ritrovata.

E ci riesce, a ritrovarla, con un test molto semplice: le chiede di disegnare un orologio e inscriverci dentro i numeri da 1 a 12; e questa è la conferma della sua intuizione: Susannah disegna i numeri concentrati solo ed esclusivamente nella parte destra dell’orologio; le viene così diagnosticata l’ encefalite da anticorpi anti-NMDA: si tratta di un disordine del sistema immunitario, dove gli anticorpi attaccano il cervello; nel caso di Susannah proprio l’emisfero destro. Se non si fosse intervenuti in tempo non si sarebbe riusciti a recuperarla, sarebbe morta di certo.

“Io sono stata fortunata, perchè in un sistema fatto per perdere gente come me, grazie al dottor Najjar sono stata ritrovata, lui mi ha ritrovata. Ho dovuto imparare tutto una seconda volta, da zero, come camminare di nuovo, parlare di nuovo, sorridere, essere una figlia, amare Stephen, scrivere. Ho dovuto imparare di nuovo ad esistere.”

Susannah era stata data per pazza, era stata data per persa, ma Najjar, i suoi genitori e Stephen non si sono arresi; lei non si è arresa. Si è rimessa in piedi, ha ripreso in mano la propria vita sfruttando la seconda possibilità che le è stata data dal miracolo della medicina.

 

 

Brain on fire è un film del 2015, regia di Gerard Barret, ispirato alla storia vera di Susannah Cahalan, una storia vera di vita, sofferenza, amore, speranza, vittoria.

Uno di quei pochi film di questo genere che ti lascia con gli occhi lucidi, ma per la gioia.

Alice Caccamo

 

 

 

 

 

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