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I videogames ci salvano la vita

Chi di noi non ha mai giocato alla PlayStation o usato il nuovo Galaxy S9 con il visore virtuale? Effettivamente il mondo della realtà aumentata sta entrando sempre di più a far parte delle nostra quotidianità, ma chi l’avrebbe mai detto che può essere applicato anche per scopi clinici? Un recente studio, effettuato parallelamente in vari stati del mondo, ha dimostrato l’utilità psicologica della realtà aumentata per trattare sintomi di ansia che sfociano molto spesso in fobie. In particolar modo, sono state trattate con la realtà aumentata:

  • la fobia sociale, che prevede un alto livello di ansia in situazioni dove il paziente deve parlare ad un pubblico;
  • le fobie riguardanti animali, nello specifico ragni e serpenti;
  • l’acrofobia, vale a dire la paura dell’altezza;

Affrontiamo prima l’utilizzo della realtà aumentata per fobie che riguardano gli animali. Volendo entrare nello specifico della realtà aumentata, essa si compone di un visore virtuale, vari sensori posti sul corpo del paziente e un casco che permette di ascoltare i rumori dell’ambiente in cui si viene immersi. Inoltre vengono aggiunti dei sensori che servono per valutare il funzionamento fisiologico del paziente.  Il visore, in questo caso, viene programmato per fornire al paziente uno stimolo con intensità crescente; si passa da un primo livello, dove il soggetto vede soltanto in lontananza l’oggetto fobico e non può interagire con esso a un livello più avanzato che prevede ad esempio, nel caso dell’aracnofobia, toccare l’insetto stesso tramite un pupazzo. Lo psicoterapeuta, adeguatamente preparato, programma il software per farlo interagire con il paziente. Visto l’impatto realistico che si ha, sono stati registrati parecchi casi di burn out e di abbandono del trattamento.

Come già accennato, un altro caso in cui viene usata la realtà aumentata è la fobia sociale. Nella fattispecie, il paziente viene immerso in un ambiente dove deve parlare a un pubblico di poche persone, come se fosse una riunione aziendale, il quale in una fase più avanzata si amplia, diventando come quello di un comizio. Lo psicoterapeuta attraverso il computer può fare interagire le persone con il paziente, ponendo delle domande e facendo alzare i personaggi facendoli andare via. Il tutto per mettere alla prova la capacità del paziente di affrontare il timore.

Seppure molti abbandonino la terapia prima di raggiungere lo step finale, per quelli che la portano a termine, sembra esserci una remissione totale dall’ansia patologica e nel follow up non sembrano ripresentarsi i sintomi.

La realtà aumentata sembra quindi una nuova strada da percorrere per la psicoterapia, la quale passa dall’essere frontale, quindi tra psicoterapeuta e paziente, ad una psicoterapia basata su una componente tecnologica senza dubbio più immediata ed efficace del transfert.

Allontanandoci dal campo psicologico, la realtà aumentata è stata anche studiata in pazienti che avevano subito traumi gravi in specifiche parti del corpo. La realtà aumentata programmata per dare un effetto ipnotico, sembra servire quasi da analgesico: per questo i pazienti, pur non avendo assunto nessuna terapia farmacologica, riferiscono di sentire pochissimo dolore rispetto alla condizione in cui vessavano.

Chiaramente, anche la realtà aumentata ha dei limiti:

  •  non può essere utilizzata in pazienti che soffrono di epilessia, visto il ravvicinato contatto degli occhi con il visore;
  • non può essere utilizzata in pazienti che soffrono di turbe mentali gravi;
  • non può essere utilizzata da Psicotici che presentano sintomi di scissione e alterazione del sé, poiché appunto aggraverebbe la mancanza dell’esame di realtà.

Per quanto ancora la realtà aumentata sia stata poco utilizzata e sperimentata ancora meno in campo clinico, sembra promettere un grande aiuto nella cura di patologie che hanno come comune denominatore l’ansia, proprio perché interagendo direttamente con l’oggetto fobico, il paziente riesce ad elaborarlo ed infine a sublimare l’ansia stessa.

Chi l’avrebbe mai detto che ciò che comunemente usiamo per giocare ai videogiochi, potrebbe aiutare a guarire da alcune patologie, se adeguatamente programmato?

Paola Puleio

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