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Quando l’amore diventa patologia. Cause e conseguenze

Probabilmente tutti tendiamo a considerare l’amore come un’esperienza fatale, misteriosa e trascendente. Ci innamoriamo apparentemente per caso, allo stesso modo in cui inciampiamo, sospinti da forze misteriose che presiedono la nostra anima, ma la realtà è molto diversa. L’amore, non di rado, rivela il nostro più latente lato “folle“.
Le ricerche sull’amore del XX secolo, hanno sovente messo in luce il collegamento tra l’amore e la psicopatologia, dimostrando che spesso gli amanti hanno comportamenti maniacali, ossessivi, soffrono di attacchi d’ansia e si disperano.
L’altalena di emozioni e contraddizioni connesse all’innamoramento ha spinto alcuni ricercatori a paragonarlo a una vera e propria patologia. La psichiatra italiana Donatella Marazziti nel 1999 pubblicò uno studio che fu molto discusso, sottolineando l’analogia tra i meccanismi dell’amore romantico e il disturbo ossessivo compulsivo (per la particolare modalità di pensiero ossessivo focalizzato sul partner).
Cosa si intende per amore patologico?
Il PL (Pathological Love) è caratterizzato da comportamenti ripetitivi volti ad accudire in maniera ossessiva e incontrollata il partner. dedicandogli attenzioni costanti all’interno di una relazione sentimentale. Il comportamento tipico del PL assume un ruolo fondamentale nei soggetti che ne sono affetti al punto da incidere negativamente su altri interessi preesistenti. Si tratta di una manifestazione amorosa in virtù della quale, la persona, sperimenta un sentimento possessivo incentrato sul personale bisogno dell’altro.
La patologia può manifestarsi nella sua forma primaria, ovvero isolata, in soggetti molto insicuri, nei quali insorgono sentimenti di rifiuto, abbandono e rabbia. Altrimenti può associarsi a disturbi psichiatrici. soprattutto depressione e ansia.
Allorquando il PL si manifesta in forma secondaria, intrattenere rapporti patologici fonte di sofferenza, costituisce comunque un sollievo da altri sintomi.
Il fatto di perseverare in comportamenti che generano infelicità, come quello di inseguire un amore che è diventato un’esperienza sgradevole, è stato spiegato da Carmen di Mauro, psicologa clinica, psicoterapeuta ad orientamento cognitivo Post-Razionalista, sulla rivista nazionale “Scienza e Conoscienza“, ricorrendo al “fenomeno dell’addiction“, ovvero la dipendenza nel suo risvolto patologico, assurta cioè, allo stato di “normale malattia”, causata dall’assunzione prolungata di sostanze o dalla messa in atto reiterata di comportamenti.
Uno studio internazionale del 2016, infatti, comprova che nelle persone innamorate e in coloro che abusano di sostanze come alcol e cocaina si attivino le stesse aree e circuiti cerebrali coinvolti nei meccanismi di gratificazione e ricompensa. Quindi l’innamoramento sarebbe in grado di innescare conseguenze tipiche della dipendenza da sostanze, come la ricerca compulsiva dell’oggetto d’amore, ma anche ansia, rabbia e insonnia in caso di rifiuto o abbandono.
Il dato è stato corroborato dalla ricerca di alcuni studiosi presso il Control Disorder Outpatient Clinic (AMITI: Clinica per pazienti affetti da disturbi del controllo dell’impulsività) dove è stato possibile osservare e trattare 64 soggetti per un periodo di due anni. I ricercatori hanno confrontato i criteri proposti dall’American Psychiatric Association per valutare le sostanze in grado di indurre dipendenza con le caratteristiche rilevate nei soggetti affetti da PL.
In tal modo hanno proposto 5 criteri per diagnosticare il PL:

  1. segni e simboli di astinenza in assenza del partner (insonnia, tachicardia, tensione muscolare, letargia, attività intensa);
  2. intensificarsi del comportamento di accudimento e preoccupazione nei confronti del partner, tanto da lamentarsene;
  3. mancanza di controllo rispetto al proprio comportamento, per cui si verificano tentativi fallimentari di interrompere il rapporto nocivo;
  4. dispendio di tempo dedicato a controllare il partner e abbandono di altre attività sociali;
  5. mantenimento del legame patologico nonostante i danni familiari, personali e professionali dallo stesso provocati.
    Lo psichiatra americano M. Liebowitz affermò che si potevano raccogliere indizi sulla chimica alla base dell’amore individuando le analogie tra le diverse fasi dell’amore e gli effetti di sostanze psicoattive. L’iniziale slancio di eccitazione accostato all’innamoramento poteva essere associato a sostanze chimiche simili alle anfetamine o ad altri stimolanti (come la cocaina). Stati di tranquillità o sicurezza, invece, erano influenzati da composti analoghi ai narcotici (come eroina, oppio o morfina), ai tranquillanti (come il valium) o ai sedativi (come barbiturici, alcol e cannabis). Inoltre, Liebowitz sostenne che le esperienze più trascendenti legate all’amore, come l’accresciuta percezione della bellezza, l’impressione di eternità e altre sensazioni spirituali erano veicolate da sostanze simili agli psichedelici (come LSD, mescalina e psilocybin). In questo senso il corpo umano può essere visto come una grande farmacia naturale che produce anfetamine, barbiturici e psichedelici e questo spiegherebbe perché l’amore viene tanto spesso paragonato alla dipendenza.
    Per esempio, una delle sostanze chimiche più importanti che vengono liberate quando due potenziali amanti si incontrano è la feniletilamina (PEA), un composto simile all’anfetamina che risolleva l’umore e il livello di energia. Di solito ad essa si associa il rilascio di ormoni della paura che acuiscono i sensi, come l’adrenalina e la noradrenalina. Il potente cocktail di PEA e ormoni attacco/fuga genera uno stato di vertiginosa eccitazione: un flusso di energia potentissima. Tutto ciò mette in risalto il perché si desideri l’amore con tanta intensità, ma anche perché interrompere un’avventura romantica nelle sue fasi iniziali sia così doloroso. Anche se la coppia non si conosce abbastanza a fondo, il rifiuto può essere devastante in quanto il livello di PEA crolla di colpo e, proprio come un tossicodipendente, l’amante cade in uno stato depresso e agitato.
    L’affermazione di Liebowitz secondo cui c’è molto da imparare dalle corrispondenze tra gli effetti dell’amore e quelli delle sostanze psicoattive si è rivelata una pietra miliare, che ha dato il via a un corpo sempre più ampio di ricerche biochimiche a supporto della sua tesi.
    L’amore è una forza fondamentale che presiede il benessere psicofisico, è contemplarlo da un punto di vista scientifico, comprende inevitabilmente anche le sue dinamiche patologiche, e  potrà aiutarci a lenire la sofferenza che spesso si lega a queste condizioni e che molto spesso può sfociare in patologia a tutti i livelli.

Giusi Villa

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