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Cannabis: l’uso terapeutico nelle malattie neurodegenerative

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Quando si parla di cannabis la maggior parte delle persone la associano alla comune droga leggera consumata in tutto il mondo da giovani e adulti. In realtà oltre ad essere fonte del classico “spinello”, questa pianta ha anche proprietà ben più importanti, associate soprattutto alla terapia di varie patologie, in particolar modo quelle neurologiche.

Nel corso degli anni si è cercato di analizzare se e per quali patologie utilizzare la cannabis potesse essere un vantaggio.

Uno studio pubblicato su “Springer Science+Business Media” affronta il tema della cannabis terapeutica applicata alla Malattia di Alzheimer.

Tale malattia è dovuta a una diffusa distruzione di neuroni, principalmente attribuita alla beta-amiloide, una proteina che, depositandosi tra i neuroni, agisce come una sorta di collante, generando placche e grovigli neurofibrillari. La conseguenza di queste modificazioni cerebrali è l’impossibilità per il neurone di trasmettere gli impulsi nervosi e quindi la morte dello stesso, con conseguente atrofia progressiva del cervello nel suo complesso.

Lo scopo di questo studio è stato quello di dimostrare che i cannabinoidi proteggono le cellule prevenendo l’accumulo delle placche beta-amiloidee.

In laboratorio le cellule furono indotte a produrre queste placche in presenza o in assenza dei cannabinoidi. Dopo due giorni gli estratti furono analizzati con gli anticorpi anti beta-amiloide, che ne riconoscono anche la proteina precursore, ovvero la proteina APP, e si vide che ove erano presenti i cannabinoidi veniva bloccata la morte cellulare e non si evidenziava l’accumulo delle suddette placche nelle cellule.

Inoltre, per vedere se i cannabinoidi potessero accelerare la degradazione dell’amiloide preesistente le cellule furono indotte a produrre Beta-amiloide per 24h ed anche in questo caso l’esito fu positivo.

Il genere della pianta Cannabis consiste di una specie, sativa, che generalmente è divisa in tre varietà: quella con alto 9∆THC e basso CBD (drug type), quella con alto CBD e molto poco 9∆THC (fiber type), e una forma intermedia con livelli di CBD e 9∆THC moderati.

Il CBD è il cannabinoide più studiato per la malattia di Alzheimer, ha un effetto neuroprotettivo in molte linee cellulari e soprattutto sui neuroni corticali.

Furono condotti studi sui topi che hanno dimostrato da un lato che il CBD riduce la risposta infiammatoria nell’Alzheimer e dall’altro che il CBD è utile nel prevenire i difetti della memoria a lungo termine, ma non ha effetti sui livelli della beta-amiloide o per lo stress ossidativo. Pertanto visto che la ricerca aveva evidenziato la capacità del THC di ridurre l’accumulo intracellulare della beta-amiloide, si è cercato di combinare i principi attivi dei due cannabinoidi dimostrando che insieme hanno una efficacia terapeutica; inoltre questi cannabinoidi sono anche abili nello stimolare la clearence della beta-amiloide intraneuronale e proteggono le cellule nervose dagli insulti neurotossici legati all’aumento dell’età.

Tali risultati dimostrano che questi cannabinoidi non psicoattivi sono efficaci e possono rappresentare dei reali candidati per la terapia della malattia di Alzheimer.

Altra patologia oggetto di studio è il Morbo di Parkinson. Si tratta di una malattia neurodegenerativa caratterizzata da un grave disturbo del movimento ipocinetico causato dalla perdita di neuroni dopaminergici nella sostanza nigra.

Uno studio pubblicato su “Clinical Neuropharmacology” si pone l’obbiettivo di analizzare l’efficacia della cannabis in questa patologia.

Questo lavoro fu condotto tra il 2013 e il 2015, i pazienti furono arruolati per periodi differenti compresi tra i 3 e gli 84 mesi con una media di 19.1 mesi e permise di individuare 98 pazienti con il Parkinson che furono definiti idonei, e di questi, 47 furono inclusi nello studio. L’età media era 64.2 anni. 30 di questi erano pensionati, mentre i restanti 17 erano lavoratori.

I sintomi principali riportati da questi pazienti erano tremore, rigidità muscolare, blocco dell’andatura e cadute ricorrenti. Per quanto concerne le condizioni emozionali, la maggior parte di essi era depressa e qualcuno di loro manifestava difficoltà nel mantenere la concentrazione.

Diverse furono inoltre le vie di somministrazione scelte: più dell’80% preferì fumare la cannabis, la restante parte assumerla con oli e vaporizzatori; la dose giornaliera andava invece dai 0.2 ai 2.25 g/d.

Al termine dello studio, l’82.2% dei pazienti ha riferito un miglioramento del quadro sintomatologico, in particolare una riduzione delle cadute, dei tremori e della rigidità muscolare e un miglioramento della qualità del sonno. Solamente il 4.4% non ha percepito nessun cambiamento e il 13.3% un peggioramento del quadro clinico.

Questo studio contribuì a definire che, sebbene non vi sia ancora una chiara e specifica indicazione al trattamento della malattia di Parkinson con la Cannabis, essa ha un ruolo importante, soprattutto per il controllo motorio data l’alta densità dei recettori cannabinoidi nei gangli basali. Per cui ancora l’uso della cannabis terapeutica rimane limitata per quei pazienti il cui trattamento medico predisposto non ha portato ai risultati sperati.

Come già detto gli studi effettuati sono certamente incoraggianti, e tali sostanze potrebbero rappresentare un ausilio terapeutico nei confronti di malattie neurodegenerative così importanti ed invalidanti, per le quali la scienza tanto ha fatto e continua a fare in termini di ricerca ed investimenti, ma purtroppo ad oggi non con grandi risultati. Pertanto anche per questo motivo il riscontro di possibili effetti positivi su patologie così complesse offre uno spiraglio di speranza non solo per i pazienti , ma anche per le famiglie coinvolte. Ancora però parecchi studi dovranno essere condotti prima di poter essere pienamente convinti della validità terapeutica dei cannabinoidi e dovranno essere anche vinti i pregiudizi di coloro che pensano che si parli solo di sostanze stupefacenti senza alcun altro possibile significato.

 

Carlo Reina

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