L’UE preoccupata per la deriva autoritaria di Orbán in Ungheria

Il Parlamento Ungherese ha approvato, con 137 voti favorevoli e 53 contrari, una legge che attribuisce al Primo Ministro Viktor Orbán poteri eccezionali per un tempo indeterminato al fine di fronteggiare la minaccia rappresentata dal Covid-19.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen sta monitorando la situazione ungherese poichè si è detta molto preoccupata che queste misure vadano oltre e, in tal caso, l’UE dovrà agire. A seguire ben 14 Paesi – Italia inclusa –  in una lettera firmata hanno sottolineato e ribadito il rischio di una violazione dei principi dello Stato di diritto, della democrazia e dei diritti fondamentali.

Perché?

Una doverosa premessa: anche in altre esperienze europee, compresa quella italiana, è costituzionalmente previsto il rafforzamento dei poteri dell’esecutivo come metodo per fronteggiare situazioni eccezionali che possono arrecare un pregiudizio allo Stato. A tali poteri – che devono essere proporzionali alla minaccia e temporalmente limitati – devono essere contrapposti gli adeguati strumenti di supervisione da parte dell’organo preposto a rappresentare i cittadini: il Parlamento.

Nel caso dell’Ungheria il discorso è diverso dato che la legge recentemente approvata riconosce in capo al Primo Ministro poteri sostanzialmente illimitati controbilanciati da meccanismi parlamentari di difficilissima attuazione. Il tutto va analizzato tenendo in considerazione come fin dal 2010, anno della sua nomina a Primo Ministro, Viktor Orbán abbia progressivamente attuato un piano di svuotamento di alcuni diritti e libertà fondamentali per rafforzare la propria leadership e la maggioranza del suo partito, Fidesz, all’interno del Parlamento Ungherese.

I leader di 14 partiti nazionali inseriti nel Partito Popolare Europeo hanno chiesto con una lettera a Donald Tusk l’espulsione del Fidesz di Viktor Orbàn dalla più grande politica dell’Ue. Si legge nel testo della lettera:

Il virus non può essere usato come pretesto per estendere indefinitamente lo Stato d’emergenza. Temiamo che il primo ministro Orbàn userà i suoi nuovi poteri per estendere il controllo del governo sulla società civile”.

La prima “vittima” dei nuovi poteri del premier è la comunità LGBT: da ieri le autorità ungheresi non potranno più registrare sui documenti di identità il nuovo gender di qualsiasi persona che si sia sottoposta al cambio di sesso escludendo di fatto tali individui all’accesso a ogni beneficio per le famiglie. Ciò rappresenta una misura discriminatoria in assoluta controtendenza con lo spirito innovatore delle pronunce della CEDU degli ultimi anni e sottolinea maggiormente come, quella del Covid-19, non fosse null’altro che un pretesto per promulgare leggi figlie di una mentalità tutt’altro che attuale.

Si tratta dell’ennesimo smacco nei confronti di Bruxelles da parte di uno dei Paesi che maggiormente ha beneficiato dei finanziamenti provenienti dall’Unione Europea fin dalla sua adesione nel 2004 in concomitanza con quelle di Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia. Insieme a quest’ultime costituisce, infatti, il cosiddetto Gruppo di Visegrad, divenuto nel corso degli ultimi anni punto di riferimento delle politiche euroscettiche e volutamente ostruzionistiche verso l’UE. Basti ricordare la ferma opposizione nei confronti delle decisioni, risalenti al settembre 2015, concernenti il ricollocamento delle quote dei migranti che al tempo non trovarono seguito e che sono state oggetto della recente sentenza della Corte di Giustizia Europea.

Ciò che accade in Ungheria deve essere un campanello di allarme poiché costituisce la prima svolta autoritaria all’interno dell’Unione Europea. Sebbene, infatti, l’entrata all’interno dell’Unione sia possibile solamente con il superamento di controlli molto rigidi e il rispetto di precisi criteri di democraticità, trasparenza e libertà, l’incapacità della stessa di prevenire o bloccare sul nascere svolte autoritarie successive. Attualmente il TUE (Trattato sull’Unione Europea) prevede unicamente la sospensione del diritto di voto per quegli Stati che violano in maniera grave e persistente i valori dell’Unione ma per azionare questo meccanismo “sanzionatorio” si rende necessaria l’assenza in seno al Consiglio Europeo del minimo sostegno per lo Stato membro sotto accusa. Cosa, come abbiamo visto, difficile data la vicinanza dei Paesi di Visegrad.

La questione si inserisce tristemente in un contesto politico-comunitario che vede l’incapacità dei paesi europei di elaborare una strategia comune nonostante la gravità del momento che si concretizza in politiche completamente in controtendenza da paese a paese. Non ultima la decisione della Svezia che – contrariamente all’Ungheria – ha rinunciato per ora ad ogni misura di restringimento delle libertà personali e ha deciso di lasciare che i suoi cittadini siano liberi di riprendere le loro attività quotidiane con solamente alcune limitazioni.

Il tutto, dunque, deve fare riflettere sull’endemica debolezza dell’Unione Europa di garantire quei diritti e valori di cui vuole e deve essere garante.

Filippo Giletto

di Martina Galletta

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