Docuserie Netflix, l’ibrido che funziona

Quando la narrazione incontra lo stile, il ritmo avvincente ed il linguaggio tipici dei contenuti seriali, avviene la magia: le docuserie.

Genere, che per anni è stato (ingiustamente) snobbato dalle piattaforme di streaming e dai grandi network, negli ultimi tempi ha fatto registrare (non con poca sorpresa) un exploit – in termini di views, di investimenti, ed di attenzione – che ha portato in auge il fenomeno “docuserie originali Netflix”.

Titoli, proposte ed idee originali, che hanno conquistato anche gli spettatori più reticenti e indisposti, si sono ritagliati uno spazio rilevante nel catalogo internazionale di Netflix.

Proprio per queste ragioni il colosso dello streaming made in Usa, ha deciso di investire sempre di più in questi prodotti, aprendo l’orizzonte persino a collaborazioni inedite con la rivista scientifica Vox ed il celebre NewYork Times.

Si sa, gli ibridi, che hanno sempre avuto l’incompiutezza come colpa piuttosto che come caratteristica, nono convincono mai a pieno.

L’idea (ardita) di mescolare il documentario e la serialità è un azzardo: due dimensioni antitetiche – apparentemente – non avrebbero dovuto trovare un equilibrio sul piano della novità e del coinvolgimento.

Il progetto delle docuserie, costato a Netflix diversi milioni di dollari, si è dimostrato tutto fuorché utopico.

Netflix, come sempre ha dimostrato comprensione e lungimiranza prima di qualsiasi altro competitor.

Eccovi una lista di sette titoli che vi orienterà nell’infinito catalogo di Netflix.
Mettetevi comodi, ce n’è davvero per tutti i gusti.

1) Making a Murderer

Fonte: Netflixseries.com

Firmata e scritta da Laura Ricciardi e Moira Demos, ed insignita di quattro Emmy, Making a Murderer racconta le controverse vicende giudiziarie del 57enne americano Steven Avery.
La sua è una storia a limite della fantascienza, così assurda e paradossale da trascinare lo spettatore in vortice tra dubbi e mezze verità che lo terranno incollato allo schermo.

Dopo 18 anni di carcere per un’ingiusta accusa di stupro, Avery viene nuovamente sbattuto dietro le sbarre con l’accusa di aver freddato una giovane donna i cui resti erano stati recuperati proprio nel suo giardino.
La prima stagione della docuserie parte da qui e segue con occhio attento le disavventure che hanno portato l’americano all’ergastolo.

L’avvocatessa Kathleen Zellner, protagonista indiscussa della seconda stagione, tenterà di dimostrare l’innocenza di Avery, vittima di un gioco fatto di inganni e sotterfugi mirati a incastrarlo.
Una maestosa docuserie giornalistica fatta per chi ama la suspense.

2) In poche parole

Fonte: Skycinema.it

Abitiamo una contemporaneità che corre veloce e che, spesso, fagocita chi non regge il passo di questo ritmo così frenetico.

Questo prodotto originale Netflix realizzato in collaborazione con la testata scientifica Vox, propone risposte e chiarimenti su una selezione di argomenti che più disparati non si può.

Ogni episodio, infatti, è dedicato a un tema specifico: dall’economia alla fisica, dalla musica alla matematica.

Una voce narrante femminile chiara e lineare, supportata da un’impostazione grafica accattivante e da un archivio di immagini e filmati straordinariamente ricco: una sorta di enciclopedia 4.0 che arricchisce il nostro bagaglio personale.
Se siete curiosi e rompiscatole (un po’ come me) è perfetta per voi.

3) Diagnosis

Fonte: Ciakclub.it

Sette affascinanti episodi, basati sulla storica rubrica che la dottoressa Lisa Sanders tiene da anni sul più celebre quotidiano d’America, ci portano in un viaggio scientifico tra malattie misteriose e storie irrimediabilmente strappate alla vita.

Non si tratta di infotainment, le vicende sono reali, ma mai trattate con un occhio morboso, con le lacrime e la frustrazione (che sarebbero legittime) di chi non riesce a comprendere cos’abbia di male il proprio corpo.

I medici, protagonisti della scena come meriterebbe, mostrano quanto il lavoro di team e la determinazione possano, spesso, restituire speranza e luce a chi è stato costretto ad abituarsi al buio.

Tra i casi presi in esame, c’è anche quello di una giovane infermiera americana affetta da gravi crisi muscolari: un rompicapo medico brillantemente risolto da una laureanda dell’Università di Torino, la 26enne Marta Busso.

Se avete amato Dr. House e le sue stravaganti diagnosi, adorerete questa docuserie nata dalla partnership tra Netflix e il New York Times.

4) La nostra storia

Fonte: Perugiaonline.it

Nel caso in cui Morgan Freeman non fosse già un’ottima ragione per guardare La nostra storia, eccovene qualche altra.

In un’era in cui le differenze vengono demonizzate,le culture diverse dalla nostra ghettizzate, il viaggio dell’attore americano in giro per il mondo dimostra quanto la diversità (presunta) non sia altro che una leggenda metropolitana, sconfessata dalle abitudini incredibilmente comuni dei popoli che si pongono le stesse domande e che si lasciano guidare dalle stesse forze.
Dinamiche emotive essenziali come la fede, l’amore, la ribellione, la libertà e la sete di potere abbattono muri e barriere, accomunando tutti gli uomini.

La forza narrativa de “La nostra storia” sta nella sua semplicità, che convince lo spettatore ad analizzare la realtà da prospettive inedite, ad accantonare i pregiudizi e rimettersi in discussione.

5) Conversazioni con un killer: Il caso Ted Bundy

Fonte: Crimecinema.com

L’intuizione di un giornalista, una conversazione, un libro ed infine una docuserie Netflix.

È da questi presupposti concettuali che nasce Conversazioni con un killer: Il caso Ted Bundy.

Un prodotto che inizia già col piede giusto: il primo episodio, infatti, si apre con la voce di Stephen G. Michaud, il reporter che, nel 1977, inaugurò un lungo ciclo di interviste a Ted Bundy, il serial killer per eccellenza, accusato di aver commesso più di trenta omicidi tra il 1974 e il 1978.

Una parabola inquietante, rievocata anche dalla voce dello stesso protagonista che, spesso, sembra parlare delle proprie imprese con una tranquillità e un’ironia in grado di far accapponare la pelle.

I nastri originali delle conversazioni, fotogrammi di repertorio e gli interventi del braccio destro di Michaud, Hugh Aynesworth, regalano rigore ed attendibilità allo show.
Potrebbe urtare la vostra sensibilità.

6) Seven Days Out

Fonte: Movietime.com

Le lancette si muovono, le ore (impietose) passano e non c’è tempo da perdere.
Questo il mantra di 7 Days Out, la docuserie che ci porta a scoprire cosa accade nei sette giorni che precedono sette grandi eventi live del mondo della moda, del food, dello spazio e dello sport.

Ad aprire la docuserie Netflix, lo show primavera-estate 2018 della maison Chanel e dell’iconico Karl Lagerfeld, purtroppo defunto. La serie ci porta nel backstage, dalla preparazione dell’imponente collezione fino alla sfilata al Grand Palais, trasformato per l’occasione in un meraviglioso giardino botanico.
Quel che incuriosisce di più di questo format è, sicuramente, avere l’opportunità di vedere da vicino, dotando lo spettatore di una lente d’ingrandimento, la macchina organizzativa che porta allo sviluppo del prodotto finito.

Lo show enfatizza l’estro di chi è sempre un passo avanti, di chi non ha paura di alzare la posta in gioco e superare il limite.

7) Chef’s Table

Fonte: Newseries,com

Nata nel 2015 ed ancora in produzione, Chef’s Table porta una ventata d’aria fresca nell’infinito palinsesto di programmi dedicati alla cucina.
Rimodulando tutte le caratteristiche del racconto sul cibo, la docuserie interseca l’intervista principale allo chef protagonista dell’episodio con una serie di interventi di critici culinari di fama internazionale.

Una duplice prospettiva, che pone quasi una dimensione competitiva, alla quale si integrano le immagini dei piatti e degli ingredienti necessari per assemblarli.

Quello che ha reso il format di successo è stata la scelta di guardare allo chef come persona e non come personaggio.

Il risultato è un racconto emotivo delicatissimo, arricchito da paesaggi mozzafiato e piatti da mangiare, anche se soltanto con gli occhi.

Antonio Mulone

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