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Il teatro sperimentale a Messina: intervista a Sasà Neri

In un periodo difficile come quello che stiamo vivendo è facile rendersi conto di quanto la cultura venga spesso messa da parte, forse non considerata come priorità, sia per il singolo che per l’intera comunità. Pertanto, vogliamo trasportarvi dentro la realtà del teatro sperimentale, che a nostro avviso fa ben intendere quanto la cultura sia vicina alla vita e fondamentale per la stessa.

Cosa si intende per teatro sperimentale?

Il teatro sperimentale racchiude tutte quelle “forme di teatro moderno che, reagendo ai modelli tradizionali e ufficiali, ricercano nuovi contenuti”(Treccani). Questa definizione risulta però riduttiva, dal momento che il vero significato va forse ricercato nella nascita di questo nuovo format teatrale e nell’uso che ne viene fatto ancora oggi.

Lo sperimentale in Italia: un nuovo modo di intendere il teatro

Per capire il perché della nascita del teatro sperimentale è importante analizzare a fondo il Novecento italiano. Il periodo di grandi squilibri che portarono alle Guerre mondiali ha fatto sì che anche in Italia, così come nel resto d’Europa, si sviluppassero correnti di avanguardia capaci di mettere in discussione la società e la cultura dominante.

A questo si aggiunge poi l’arrivo del cinema sonoro, nel 1930, che marginalizza il teatro, riducendolo ad un’arte per pochi, solitamente destinato a persone colte ed intellettuali. Il teatro si allontana quindi sempre di più dalla società vera e propria, diventando piuttosto teatro del salotto borghese. Dunque, si può comprendere la necessità di una rivoluzione vera e propria.

Significativo in questo scenario è il Convegno d’Ivrea del 1967 e, più in particolare, il Manifesto per un convegno sul nuovo teatro firmato da moltissimi drammaturghi e artisti dell’epoca, tutti accomunati dall’unico obiettivo di non limitarsi allo spettacolo in sé, quanto piuttosto di irrompere nella vita e divenire espressione e spazio politico, sociale, tornare a creare un contatto vero con il popolo per rilanciare il teatro.

Il teatro sperimentale a Messina

Nato nella metà degli anni ’30, il teatro sperimentale a Messina è strettamente legato alla figura di Enrico Fulchignoni, membro del GUF (Gruppo Universitario Fascista), che dà vita al suo Teatro Sperimentale portando l’arte e le attività culturali a distaccarsi dall’ambito delle sole élite intellettuali: aperto ai cittadini, ai giovani e agli studenti, si mostrava piuttosto spazio per la crescita e la condivisione.

 

Mother’s Colors – Dino Costa DMarketing © Matera, 2019.

 

Ma la realtà culturale messinese oggi offre diversi modelli: un esempio emblematico è il Teatro degli Esoscheletri, teatro performativo di ricerca ideato dal regista messinese Sasà Neri nel 2011. Abbiamo avuto il piacere di intervistare proprio Sasà, per portarvi un po’ più vicino ad una realtà che difficilmente avremmo saputo descrivere con le nostre sole parole.

Cos’è il teatro degli esoscheletri e perché può essere definito sperimentale?

L’esoscheletro è in natura una struttura esterna, che per alcuni animali funge da protezione degli organi interni. Nel nostro format ci forniamo di una corazza (un esoscheletro appunto): se gli strumenti di lavoro di un attore sono le emozioni e queste possono essere trasferite nei colori corrispondenti, noi utilizziamo invece il bianco e il nero, i “non colori”, cancellando la rappresentazione teatrale dell’emozione e giocando tutto sugli sguardi, le movenze, le parole, l’interazione con il pubblico. Tra i colori abbiamo inserito anche il bordeaux, che richiama il sangue, la foglia d’oro e d’argento, che richiamano le cicatrici; tutto ciò che l’attore indossa è una cicatrice.

Judas, the guess – Dino Costa DMarketing © Teatro Sociale, Amelia (TR), 2019.

È sperimentale sotto tanti aspetti. Innanzitutto, la sperimentazione nasce dall’individuo: facciamo un lavoro di psicodrammaturgia legata ai ricordi, analizzando certi “Io” del proprio carattere, che diventano di riferimento per l’attore e la persona sul palcoscenico. Anche la ricerca musicale è sperimentale: abbiamo inserito quattro ragazzi che scompongono le musiche, le riarrangiano in maniera non riconoscibile, si scambiano gli strumenti in scena. La ricerca è legata ad un percorso: è come se in quella pelle bianca e nera debba nascere il corpo della persona. Ed è una vera e propria nascita quando l’esoscheletro va in scena. Poi c’è il pubblico, che è centrale: il teatro per definizione è luogo d’incontro. Tutto quello che facciamo prima fa sì che si dia al pubblico quel senso di gradevolezza: gli spettatori non sanno spiegare perché gli è piaciuto, escono un po’ intontiti dallo spettacolo ma con la voglia di ritornare.

Volendo sintetizzare è la differenza che c’è tra un teatro narrativo e uno evocativo: noi narriamo anche, ma se non si evocano ricordi, sensazioni, non si ha un effetto di catarsi. Chi vede un nostro spettacolo torna a casa e si sente meglio.

Judas: the guess – Dino Costa DMarketing © Marsala (TP), 2019.

Com’è nata l’idea?

L’idea è nata in un modo un po’ anomalo: ho fatto per tanti anni l’attore e ad un certo punto mi sono reso conto che sul palcoscenico mi guardavo troppo intorno, quindi la mia tendenza forse era più registica. Ho cominciato a fare regia; la formazione attoriale per me non era solo dare delle indicazioni agli aspiranti attori ma anche una crescita mia personale. Cosa succedeva però? Che ogni volta che andavamo in scena con uno spettacolo preparato era come se morisse qualcosa: gli attori, i personaggi, la costruzione, la psicologia, i pianti, le risate, la vita del teatro stesso. Allora mi sono chiesto: come si può fare? Scardiniamo un po’ le regole, togliamo dei punti fermi. Quell’anno avevo un laboratorio con sette ragazzi e ho detto loro «anziché fare uno spettacolo vero e proprio vi mando in scena senza dirvi che cosa vi chiederò.» Volevo far sparire anche la regia, volevo che l’attore sulla scena fosse padrone di sé stesso. «Vi darò delle luci e con i brani musicali in funzione di quello che accade emotivamente tra voi e il pubblico, perché voglio che scendiate spesso tra gli spettatori, vediamo cosa viene fuori.» E abbiamo fatto questa sperimentazione al teatro di Cristo Re (Messina) che ai tempi gestivo io. Con questa filosofia non esiste una replica uguale all’altra.

Ci affascina molto il fatto che il risultato sia sempre diverso, hai la certezza di trovarti sempre qualcosa di differente davanti.

Hai la sicurezza che non ci sarà mai niente di sicuro. E questo in funzione dell’incognita principale che è il pubblico, perché non sappiamo mai chi avremo di fronte: in base all’interazione lo spettacolo prende forma, come acqua in un contenitore, sempre diverso a seconda del recipiente. La sensazione è bellissima perché lo spettacolo è vivo.

Perché la scelta di un teatro sperimentale?

Non so se è una scelta. È una strada. Se fai teatro e lo fai con sincerità non puoi non sentire che devi cercare qualcosa, senza sapere cosa. È esperimento inteso come esperienza. È un po’ come quando ti innamori, torni a casa e ti rendi conto che stai vivendo un’esperienza che devi per forza approfondire. Il teatro deve essere un’esperienza emozionale, non può essere diversamente.

Hamlet. The Black, Gothic Tragedy – Dino Costa DMarketing © MUST Musco Teatro (CT), 2019.

Da varie fonti storiche emerge come il teatro sperimentale a Messina nasca durante il biennio fascista. Questo può sembrare un controsenso, perché sappiamo bene l’uso che faceva il regime della cultura, ma in realtà l’innovazione dal punto di vista tecnico, la sperimentazione, può essere scissa dall’ideologia politica?

Dico sempre che non faccio politica ma teatro. In realtà so che sto mentendo perché se fai un teatro di ricerca, che indaga l’essere umano, sperimenti azzerando le distanze tra attori e pubblico, che significa? Che non ti importa se sono comunisti, di destra, centrosinistra ecc. perché stai facendo qualcosa che ha a che fare con l’essere umano. E allora l’ideologia che porti avanti comunque è politica, ti dà un orientamento, perché capisci cos’è la repubblica e cosa interessa il pubblico. Pubblico e popolo sono la stessa cosa: quando ero ragazzo la parola popolo mi piaceva molto perché evocava la ribellione, una presa di coscienza, adesso sembra che sia utilizzato come “massa”. In questo senso il pubblico è diverso perché pensa, ragiona, critica. Come si fa a scindere l’ideologia da qualunque cosa? È presente sempre, non la puoi scindere da niente, c’è solo chi ne è cosciente e chi non lo è, che è grave.

Come definiresti il teatro in 3 parole?

“Dirsi addio continuamente”: è la definizione che fa intravedere qual è il tormento di chi fa l’attore o di chi fa teatro; nel tormento nascono le cose belle.

Curiosamente, scopriamo che Sasà è stato inserito nel libro dell’anno della Treccani nel 2017. La direzione della Treccani, ci racconta, era interessata ad una rappresentazione andata in scena, Mater Matris, della durata di 12 ore consecutive, considerandola uno degli eventi culturali e artistici più importanti dell’anno a livello mondiale.

“È stato bello vedere nell’indice che subito dopo Neri c’è Neruda ed è strano; una responsabilità che mi impone di andare avanti, sempre.”

Intervista a Sasà Neri presso la nuova sede dell’associazione La Luna Obliqua, che – tra gli altri format- include il teatro degli Esoscheletri – Anthony Boemi © Messina, 21/10/2020.

Difficile – ma probabilmente necessario – accettare che il governo sia costretto a “scegliere” le priorità del Paese, proprio perché si parla di qualcosa che va ben oltre lo spettacolo in sé, fine a se stesso: non soltanto un nuovo modo di “fare teatro”, quanto piuttosto la creazione di una dimensione in cui “vivere il teatro”, un teatro “flessibile” che rifiuta la rigidità e le regole per aprirsi al cambiamento assumendo un ruolo attivo e divenendo strumento sociale, vicino alla gente e tra la gente.

“Crediamo invece che ci si possa servire del teatro per insinuare dubbi, per rompere delle prospettive, per togliere delle maschere, mettere in moto qualche pensiero. Crediamo in un teatro pieno di molti interrogativi, di dimostrazioni giuste o sbagliate, di gesti contemporanei”

Estratto del Manifesto per un Convegno sul nuovo teatro, “Sipario”, novembre 1966.

Cristina Lucà, Emanuele Chiara

Bibliografia:

Archivio storico messinese, volume n°66, Società Messinese di Storia Patria, 1994 (p.91-101 “Attività artistica e culturale in Messina tra le due Guerre” a cura di Giuseppe Miligi)

Storia del teatro e dello spettacolo, Roberto Alonge e Franco Perrelli, 2015

Immagine in evidenza: Il teatro degli esoscheletri – Dino Costa DMarketing ©.

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