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Maradona ci lascia per sempre

Direttamente dall’Argentina una notizia choc: Diego Armando Maradona è deceduto all’età di 60 anni, compiuti lo scorso 30 ottobre.

Il mondo piange la scomparsa di Diego Armando Maradona. Il numero 10 più famoso della storia del calcio è morto oggi per arresto cardiaco. L’ex calciatore numero  10 è andato via per sempre in un giorno molto particolare. Sempre il 25 novembre di 15 anni fa moriva un’altra icona del pallone, ovvero, George Best e come se non bastasse, in questa stessa data è deceduto Fidel Castro, lo storico leader politico cubano legato a Maradona da una profonda stima e amicizia.

El Pibe de Oro numero 10 del Napoli

Maradona nasce il 30 ottobre del 1960 nel quartiere disagiato di Villa Fiorito, nella periferia di Buenos Aires. Fin da bambino il calcio è il suo pane quotidiano: come tutti i ragazzi poveri della sua città passa gran parte del tempo per strada giocando a pallone. Sono i piccoli spazi in cui è costretto a giocare, fra macchine, passanti e quant’altro, che lo abitua a manovrare la palla in maniera magistrale.

Le sue straordinarie capacità superano presto la sua fama. Già idolatrato dai compagni di gioco per le sue doti mirabolanti, da subito viene soprannominato “El pibe de Oro”, che gli rimarrà affibbiato anche all’apice della celebrità.

La sua carriera inizia nell'”Argentinos Juniors”, per poi proseguire nel “Boca Juniors”, sempre in Argentina.  Le sue doti magiche non potevano non essere notate al pari del suo predecessore anche lui sud-americano Pelé.

Bruciando fulmineamente tutte le tappe a soli 16 anni è già precettato per giocare nella nazionale Argentina. Tutti pensano che Maradona sarebbe in grado di giocare i mondiali del 1978 ma Menotti -commissario tecnico argentino d’allora- non lo convoca. Tuttavia, il Pibe de Oro si rivale vincendo i campionati giovanili per nazioni.

Dopo fulminanti prove vola per i mondiali di Spagna del 1982, dona luce a una non eccezionale Argentina con due goal.  Mondiale a parte, dopo numerose trattative approda alla città che lo eleggerà a suo portabandiera, che lo innalzerà a idolo e santo intoccabile: Napoli, la sua seconda patria dopo l’argentina e Che Guevara.

Il Napoli acquista Maradona per una cifra colossale per l’epoca: tredici miliardi di lire, di certo, ben ripagati dalle performance di Diego.

Il Napoli ai vertici del calcio europeo

Alla conquista della coppa del Mondo, segna cinque reti e sarà il miglior giocatore della rassegna. In più: nei quarti di finale con l’Inghilterra realizza la rete passata alla storia come quella della “mano di Dio” , uno “sberleffo” che ancora oggi il calcio non ha dimenticato e dopo pochi minuti, realizza il gol-capolavoro, quel “balletto” che lo vede partire dal centrocampo, e dribblando mezza squadra avversaria, lo vede segnare il goal più bello della storia del calcio. Napoli all’inizio non è niente di speciale per Maradona. E’ un nome che ha sentito molte volte ma che non sa definire. E’ qualcosa di italiano come la pizza. Quando il 5 luglio del 1984 arriva al San Paolo dice solo: ” Buona sera napoletani. Sono molto felice di essere con voi”.

Quello che lega Maradona al Napoli e alla sua gente va oltre il rapporto simbiotico, oltre l’idea di culto.

I suoi goal e le sue giocate diventano fonte di salvezza per il suo popolo eletto. Si crea una religione che non può attecchire da nessuna altra parte del mondo se non lì. La partita della domenica diventa una forma di eucarestia. Non si va a vedere il Napoli, si va a vedere Maradona. Perché lui porta porta in dono quello che Napoli non ha ancora avuto. Nel calcio, ma non solo. Diventa l’immagine del riscatto, della periferia che si fa centro, della rivincita del povero sul ricco, dell’operaio sul padrone  che non ha più potere né pretese. Almeno per 90 minuti alla settimana.

Noi del Sud non siamo nella posizione di non approfittare delle chances -ripete- Né nel calcio, né tanto meno nella vita.

Maradona non può scegliere. Neanche quando Berlusconi si presenta da lui con un contratto in bianco e gli chiede di scrivere la cifra. Perché ha speso una montagna di quattrini per il Milan e ora è stanco di non vincere più. Diego sorride e rifiuta. Accettare sarebbe passare dalla parte del più forte. Firmare vorrebbe dire tradire.

Il campo diventa un ammortizzatore sociale, il modo per evadere dal quotidiano che opprime, per mettere il muso fuori da quello che assomiglia molto a un ghetto. E tutto è possibile grazie a lui, Diego, che dimostra di essere stella ed emarginato allo stesso tempo, che si può rinascere in un posto lontano anche se ci sei finito per puro caso.

A Napoli le giocate di Maradona ridefiniscono il concetto steso di immigrazione, lo spingono più in là, trasformano in pratica quello che nessuno era riuscito prima nemmeno a pensare. Nel 1985 il suo compagno di squadra Pietro Puzone chiede a Maradona di giocare una partita per aiutare un bambino malato. Il campo è Acerra. Ed è poco più di una distesa di fango con due porte. Il calciatore più forte del pianeta si cambia in un parcheggio con una Fiat Argenta alle spalle. E’ un bambino incastrato nel corpo di un adulto con i denti bianchi che spiccano fra le macchie di fango.

"Se stessi con un vestito bianco a un matrimonio e arrivasse un pallone infangato, lo stopperei di petto senza pensarci". (Fonte: frase di Maradona)
“Se stessi con un vestito bianco a un matrimonio e arrivasse un pallone infangato, lo stopperei di petto senza pensarci”. (Fonte: frase di Maradona)

Un’immagine molto diversa da quella di un’altra partitella è quella del dicembre del 1991, Maradona è squalificato per doping e viene invitato a giocare in Colombia. Il campo è nel carcere di La Catedral di Medellin. La prigione personale di Pablo Escobar.

Napoli come Buenos Aires. Come un posto capace di curare e ferire. Perché è la citta che più di tutte esaspera le contraddizioni dell’argentino, che mostra quell’equilibrio delicato fra il superuomo in campo e la persona estremamente fragile fuori. Napoli è la città dove il mondiale del 1990 prende un’altra piega.  Per l’Argentina, per l’Italia e per Maradona. Si gioca in un San Paolo che proprio non riesce a rinnegarlo. Ai rigori, l’Argentina riesce a eliminare l’Italia. Un affronto che nessuno gli perdonerà mai. Nella finale più brutta di sempre è la Germania a trionfare.

La via dell’eccesso e l’inizio del declino

Dopo due scudetti vinti, una coppa Italia, una coppa Uefa e una Super-coppa  Italiana arriva il declino del campione più idolatrato in tutto il mondo.

E’ il 17 marzo del 1991, Maradona viene scoperto positivo a un controllo antidoping e viene squalificato per 15 mesi.

Fiumi di inchiostro vengono spesi per analizzare il suo caso. Un problema dopo l’altro rivelano la fragilità del campione del calcio mondiale, non basta il doping, entra in scena anche la “polvere bianca”, di cui Diego, a quanto riportano le cronache, è un consumatore. Alla tragedia greca si aggiunge il problema con il fisco e la grana di un secondo figlio mai riconosciuto.

L’ultimo vero atto della carriera di Maradona va in scena a USA ’94. Diego vuole esserci a tutti i costi. Così si ripulisce e si allena. Vincere la coppa diventa un’ossessione. Arriva al mondiale in condizioni perfette. Ha i capelli corti e l’orecchino a sinistra. Nella gara inaugurale contro la Grecia l’argentina vince 4-0. Tripletta di Batistuta e gol di Maradona. El Pibe de Oro scaraventa la palla in rete e poi corre a cercare la telecamera. Con gli occhi sbarrati e la bocca spalancata in un urlo sovraumano, che sa di solitudine e rivincita.

Al termine della seconda partita, contro la Nigeria a Foxborough, Maradona viene sorteggiato per i controlli antidoping e i test sono positivi. Si tratta di efedrina. Il suo mondiale finisce quel giorno.

Il giorno della fine dei passetti a centrocampo e dei passaggi a sinistra è il 25 ottobre del 1997, l’ultima partita della sua carriera, fino a ieri.

Si è spento per sempre a Buenos Aires, nella sua casa di Tigre. Dieci giorni fa aveva lasciato l’ospedale dopo un intervento al cervello. L’ultimo dribbling non gli è riuscito: un arresto cardiorespiratorio ha mandato fuori gioco Diego Armando Maradona, che aveva compiuto 60 anni da 25 giorni. Una notizia terribile in un anno tremendo che getta nella costernazione tutti e gela il mondo del calcio. Ora è il momento delle lacrime.

In queste ore sono tanti i cittadini che si trovano in via De Deo -Quartieri Spagnoli di Napoli- per dare l’ultimo saluto “virtuale” al campione che ha reso grande la città partenopea.

I colori e le rivalità vengono meno di fronte a Diego Armando Maradona. Il club argentino River Plate ha celebrato il ricordo dell’ex stella del Boca Juniors postando una sua immagine con la maglia della nazionale con su scritto: “Arrivederci Diego”.

 

Maria Cotugno

 

 

 

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