(fonte: ilfattoquotidiano)

L’Onu condanna le violenze in Myanmar, ma la repressione militare continua

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha ufficialmente chiesto che la situazione in Myanmar torni allo stato precedente al colpo di stato militare svoltosi un mese fa. La condanna, approvata all’unanimità, delle violenze perpetrate dai militari sui manifestanti è però priva di alcuna forma di sanzione. La bozza del documento originale le prevedeva tuttavia Cina, Russia, India e Vietnam si sono opposte.

Il documento approvato dal Consiglio di Sicurezza, e con cui tale condanna è avvenuta, è una dichiarazione presidenziale, meno importante di una “risoluzione”, ma comunque nel registro ufficiale del Consiglio. Nello stesso si richiede il rilascio immediato degli esponenti politici arrestati nel colpo di stato del primo febbraio, tra cui la leader Aung San Suu Kyi che aveva appena vinto le elezioni, sottolineando l’importanza della transizione democratica del paese.

È infatti ormai passato più di un mese dal colpo di stato con il quale l’esercito birmano aveva nuovamente imposto la dittatura militare sul paese. Immediata la reazione della popolazione, riversatasi in massa nelle strade e immediatamente contrastata con una violenta repressione da parte dell’esercito. Simbolico è l’episodio che aveva attratto l’attenzione dei notiziari: la morte di una diciassettenne colpita alla tempia da un proiettile sparato da un militare.

(fonte: farodiroma)

La storia di Suu Kyi

Aung San Suu Kyi è figlia dell’eroe dell’indipendenza birmana, Aung San, il quale ha combattuto a favore della decolonizzazione del paese dal Regno Unito e che fu ucciso nel 1947, poco prima di vedere la realizzazione del suo sogno politico.

Suu Kyi, che al momento della morte del padre aveva solo due anni, vive tra Inghilterra e India il resto della sua vita, riavvicinandosi al Myanmar (all’epoca Birmania) solamente dopo i trent’anni di dittatura militare che avevano messo il paese in ginocchio.

Richiamata in patria, accetta il ruolo di leader della lotta per la democrazia, rappresentando per gli anni a venire la figura più importante per il paese. Guida la rivoluzione birmana adottando la cultura della non violenza e dopo molti anni, nell’89, porta il governo ad annunciare nuove elezioni. Tuttavia, viene arrestata poco prima dell’apertura delle urne ed il risultato delle elezioni, che la vedevano indiscussa vincitrice, viene ignorato.

Seguiranno 15 anni di prigione, durante i quali rinuncerà perfino a tornare in Inghilterra ad assistere il marito in fase terminale poiché conscia della successiva impossibilità a rientrare nel proprio paese. Attorno alla sua persona si crea un movimento globale di ammirazione per l’impegno civile che culminerà con l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace nel 1996.

Ottiene la liberazione dagli arresti domiciliari solo nel 2010 ma non potendo essere eletta alla guida dell’esecutivo – il regime militare la estromise dalla corsa alle urne inserendo una clausola che invalidava la nomina di chiunque avesse sposato un cittadino straniero – occuperà il ruolo di consigliere di stato, esercitando in concreto la carica di leader del paese.

Eppure, con la salita al potere di Suu Kyi, non è avvenuto il cambiamento tanto sperato. È difficile infatti vedere una differenza sostanziale con il precedente regime: la leggi restrittive dei diritti fondamentali non hanno subito minimamente modificazioni e addirittura l’intervento punitivo dell’esercito è stato ancor più feroce. Molti gli avversari politici imprigionati a tempo indeterminato e le proteste represse severamente nel corso degli anni.

Il mancato cambio di rotta ha comportato una divisione interna nel paese, soprattutto tra le fasce della popolazione in condizioni di assoluta povertà.

Il capitolo più buio resta sicuramente il genocidio dei Rohingya, di cui si hanno le prime testimonianze nel 2015. I Rohingya sono minoranza etnica musulmana locata ai confini con il Bangladesh e vittime di una vera e propria strage, accompagnata da crudeli torture, esecuzioni e stupri di massa sulla base di motivazioni di discriminazione religiosa e razziale. Una vera e propria “pulizia etnica”.

Interrogata sull’argomento Suu Kyi e l’intero governo del Myanmar si sono chiamati fuori dalla vicenda, sostenendo la propria innocenza e la responsabilità da attribuirsi unicamente all’esercito.

(fonte: sportfacebo8k.org)

“Siamo una democrazia molto fragile” ha affermato di fronte alla Corte di Giustizia, in seguito alle accuse di agevolazione di genocidio arrivate dal Gambia.

Tutto ciò potrebbe far pensare che in realtà possa non esservi mai stata, davvero, una democrazia, ma solo una dittatura mascherata, in grado di perseguire i propri scopi utilizzando una facciata amica alla comunità globale.

Poi nella notte del primo febbraio, è arrivato l’arresto della leader con il ripristino della dittatura nel paese anche dal punto di vista formale.

Le manifestazioni interne

Anche oggi si sono registrate altre due vittime tra i manifestanti, nel corso della giornata di sciopero generale contro il colpo di Stato compiuto dai militari. Gli attivisti per la democrazia accusano le forze dell’ordine di aver nuovamente usato proiettili veri contro le folle.

Scioperi collettivi con negozi, banche e fabbriche chiuse e dimostrazioni in piazza partecipate soprattutto da lavoratori del pubblico impiego, agricoltori e dipendenti del settore privato. Almeno nove sindacati di diversi settori hanno chiesto a “tutto il popolo del Myanmar” di interrompere il lavoro per sabotare il colpo di stato del 1° febbraio e ripristinare il governo eletto di Aung San Suu Kyi. Consentire la prosecuzione degli affari e delle attività economiche aiuterebbe i militari, quegli stessi che “reprimono l’energia del popolo birmano“.

I manifestanti hanno sventolato bandiere modellate da htamain (parei femminili) per celebrare la Giornata internazionale della donna; il leader della protesta Maung Saungkha su Facebook ha esortato le donne a schierarsi contro i militari.

La risposta dell’esercito è stata però ancor più fredda e determinata, visto che la nuova dittatura ha lanciato il segnale di non curarsi eccessivamente delle morti: ben 18 nella sola giornata di domenica 28 febbraio.

Secondo le Nazioni Unite, la polizia e l’esercito hanno ucciso più di 50 persone per reprimere le manifestazioni e gli scioperi dall’inizio del colpo di Stato, mentre “l’Associazione di assistenza ai detenuti” parla di 1800 persone arrestate.

Simbolica è la scesa in campo degli stessi Rohingya a difesa di quella presidentessa che li aveva, sulla carta, abbandonati.

(fonte: ilfattoquotidiano)

Sul fronte della diplomazia internazionale, dopo l’appello a prendere “misure forti” lanciato da parte dell’inviata per il Myanmar, Christine Schraner Burgener, è arrivato l’annuncio di sanzioni da parte dell’Australia. Il ministro degli Esteri di Canberra ha infatti reso noto che il suo Paese ha deciso di sospendere la cooperazione militare con il Myanmar e di inviare i suoi aiuti economici a organizzazioni no profit operative del Paese anziché al governo.

Ravina Shamdasani, portavoce Onu, ha dichiarato: “Il popolo del Myanmar ha il diritto di riunirsi pacificamente e chiedere il ripristino della democrazia. L’uso della forza letale contro manifestanti non violenti non è mai giustificabile in base alle norme internazionali sui diritti umani”.

Allo stesso modo si sono espresse le maggiori organizzazioni che si occupano di diritti umani. Amnesty International ha dichiarato di essere “scioccata per l’uso della forza letale da parte della polizia e dell’esercito del Myanmar”, chiedendo “l’immediata fine dell’impiego delle armi da fuoco contro i manifestanti pacifici che scendono in piazza da un mese in varie città del Paese”.

L’Unicef pone l’attenzione sulla situazione dei minori e dei bambini: l’agenzia Onu per l’infanzia ha denunciato l’uccisione di almeno 5 bambini, altri 4 sono stati feriti in maniera grave e almeno 500 sono stati arrestati e vengono detenuti arbitrariamente in carcere, alcuni tenuti in isolamento, senza accesso all’assistenza legale, in violazione dei loro diritti umani. L’Unicef ricorda quindi a tutti gli attori l’obbligo di rispettare tutti i diritti dei bambini, come sancito dalla Convenzione sui diritti dell’infanzia e dalla legge sui diritti dei bambini del Myanmar promulgata nel 2019.

Mentre il vicedirettore per l’Asia di Human Rights Watch, Phil Robertson, ha detto: “Le munizioni vere non dovrebbero essere usate per controllare o disperdere le proteste e la forza letale può essere utilizzata solo per proteggere la vita o prevenire lesioni gravi”.

Sembra a tutti gli effetti di essere di fronte ad una guerra civile in cui gli attori contrapposti sono la dittatura ed il popolo, ed è inevitabile ritenere necessario un intervento umanitario da parte delle organizzazioni internazionali. L’indifferenza rispetto alle violazioni costanti dei diritti umani che stanno venendo registrate in questi giorni non può e non deve rappresentare un’opzione.

Manuel De Vita

di Redazione Attualità

Rubrica di long form journalism; approfondimento a portata di studente sulle questioni sociali, politiche ed economiche dall’Italia e dal mondo.

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