(fonte: LaRepubblica)

Elezioni in Israele. Il destino di un Paese e di un primo ministro appese a un filo

Oggi, martedì 23 marzo, in Israele si andrà al voto per la quarta volta in meno di due anni. Il primo ministro uscente, Benjamin Netanyahu, negli ultimi mesi è riuscito a rimanere al suo posto, nonostante il processo per corruzione in corso contro di lui; ha continuato a mantenere un alto indice di gradimento, soprattutto grazie al successo della campagna vaccinale israeliana, anche se comunque in calo rispetto alle ultime elezioni tenute appena un anno fa.

In base alla Legge israeliana, un primo ministro può restare in carica anche se sotto processo. Tuttavia, in questo caso, le prove a sfavore sembrano abbastanza schiaccianti e, se fosse condannato, sarebbe costretto a dimettersi e potrebbe finire subito in galera.

Al momento, vi è una concreta possibilità che Netanyahu possa perdere le elezioni, un esito che sarebbe una grossa novità per la politica israeliana.

(fonte: World Politics Blog)

Chi è Benjamin Netanyahu

Benjamin Netanyahu, spesso soprannominato Bibi, è l’attuale Primo ministro dal 31 marzo 2009, dopo esserlo stato già tra il 1996 e il 1999; membro della Knesset e leader del Likud, il principale partito del centrodestra israeliano.

Il primo mandato del 1996 è frutto soprattutto di una campagna elettorale basata sullo slogan “una pace sicura, con il quale, da un lato, promise la prosecuzione del dialogo con l’Anp – organismo politico di auto-governo palestinese formato nel ’94, in seguito agli Accordi di Oslo, per il governo della Striscia di Gaza e le aree A e B della Cisgiordania – dall’altro, però, una forte intransigenza contro ogni movimento terroristico, anche a costo di usare la forza. Infatti, proprio in quei mesi, Israele è stato attraversato da una lunga e funesta scia di attentati terroristici.

Netanyahu vanta diversi record personali: è il primo premier eletto in maniera diretta, il primo leader ad esser nato nel Paese dalla sua fondazione nel 1948 e il più longevo premier della storia d’Israele, con ben 14 anni e 300 giorni di governo (primo incarico: 3 anni e 18 giorni; secondo e corrente incarico: 11 anni, 282 giorni).

Sicurezza e crescita economica sono state le chiavi del suo successo stabile e durevole nel tempo.

La prima è stata assicurata da un progressivo rafforzamento dell’esercito, accompagnato peraltro da politiche dure nei confronti dei palestinesi, che, però, avrebbero potuto essere ancora più dure, considerando le coalizioni di destra al governo nel Paese negli ultimi dodici anni. Infatti, in questo periodo, Netanyahu ha deciso di iniziare una sola vera guerra, durata poco meno di due mesi, e ha ritirato più volte la promessa di annettere parte della Cisgiordania al territorio israeliano.

In tema di crescita economica, dal 2009 ad oggi, il PIL israeliano è raddoppiato, unico caso in Occidente; il tasso di disoccupazione si è dimezzato, scendendo sotto al 4% nel 2020. Anche per questa ragione Netanyahu era riuscito a vincere le ultime tre elezioni e a formare dei governi guidati da lui, sebbene molto instabili per via della frammentatissima politica israeliana.

La prova più grande è stato l’arrivo della pandemia. Prima che iniziasse la campagna vaccinale, Israele era uno dei Paesi con più contagiati al mondo in rapporto alla popolazione, e la scorsa estate si erano susseguite enormi proteste di piazza contro le misure del governo per bilanciare gli effetti della pandemia sul sistema economico.

I possibili esisti delle votazioni

Proprio oggi, gli israeliani andranno per la quarta volta in due anni alle urne e già si parla di un quinto voto nei prossimi mesi. L’intento sarebbe quello di continuare con le elezioni fino a sbloccare la situazione, o meglio, eleggere un governo di coalizione stabile e guidato da Netanyahu.

Infatti, la speranza del primo ministro sarebbe quella di convincere il Parlamento (Knesset) ad approvare una legge che gli garantisca l’immunità fin quando resterà in carica; a quel punto la sentenza del tribunale non avrebbe alcun rilievo, perché a Bibi basterebbe conservare l’incarico.

A suo discapito, però, diversi esponenti della coalizione non sono disposti a votare l’immunità, pur sostenendo il suo governo in generale. Questo significa che per formare una coalizione servirà un intenso lavoro, con ogni potenziale partner che proporrà le proprie richieste.

Nelle tre elezioni che si sono susseguite dall’aprile del 2019 Netanyahu è riuscito a formare una coalizione per tre volte, ma è sempre stato costretto a includere un partito che non è mai stato intenzionato a concedergli l’immunità.

Tuttavia, il successo nella campagna vaccinale non ha cancellato gli estesi timori per l’economia, segnati da una riduzione del PIL e dall’incremento del tasso di disoccupazione. La Banca d’Israele ha anche criticato il governo per l’assenza di misure di stimolo per la ripresa.

(fonte: LaRepubblica)

«Il partito di Netanyahu non è cresciuto nei sondaggi perché ci sono radicati timori che la crisi economica causata dalla pandemia non sia stata gestita bene dal governo», afferma il Times of Israel sulla base di un recente sondaggio che assegnava al Likud, il partito di Netanyahu, 27 seggi sui 120 totali della Knesset, il Parlamento israeliano, contro i 37 controllati oggi.

Stando agli ultimi sondaggi, dei quattro partiti oggi più popolari tre sono di destra: oltre al Likud ci sono anche Nuova Speranza, fondato dall’ex ministro e dirigente del Likud Gideon Sa’ar, in polemica con Netanyahu, e Yamina, guidato da Naftali Bennett.

Tuttavia, Nuova Speranza ha promesso che non sosterrà un nuovo governo Netanyahu, dunque Bennet appare visibilmente la sola speranza: si è già presentato più volte alle elezioni con partiti a destra di Netanyahu, finendo sempre per allearsi con lui, e l’anno scorso ha pubblicato un libro in cui criticava la gestione della pandemia del governo, ma senza nemmeno citare una volta Netanyahu.

Stando ai sondaggi un’eventuale coalizione fra Likud, Yamina e i partiti della destra religiosa, escluso Nuova Speranza, è data appena sotto i 61 seggi necessari per dare la fiducia a un nuovo governo.

C’è da dire che anche la frammentazione centrosinistra è netta: Blu e Bianco, il partito che un anno fa arrivò secondo, si è spaccato dopo la sorprendente decisione del leader Benny Gantz di formare un governo di coalizione con Netanyahu; la fazione opposta al governo con Netanyahu ha, invece, rifondato il partito centrista Yesh Atid, il quale è secondo nei sondaggi con una ventina di seggi, ma non è chiaro cosa intenda fare dopo il voto. Al momento un’alleanza dei partiti di sinistra sembra difficile.

Una terza improbabile opzione prevede un governo di coalizione fra partiti di destra e di centro che taglierebbe fuori il Likud: potrebbe superare di poco i 61 seggi, e dare la fiducia a un governo di centrodestra senza Netanyahu.

In ogni caso, in Israele alcuni sembrano convinti che esista una sola opzione: la quinta elezione in poco più di due anni, nel caso in cui anche quella di oggi non riesca a dare al Paese un governo stabile.

 

Manuel De Vita

di Redazione Attualità

Rubrica di long form journalism; approfondimento a portata di studente sulle questioni sociali, politiche ed economiche dall’Italia e dal mondo.

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