La polemica dopo il video-sfogo di Beppe Grillo a difesa del figlio, accusato di abusi

“La legge dice che gli stupratori vengono presi e messi in galera, interrogati in galera o ai domiciliari. Sono lasciati liberi per due anni. Perché non li avete arrestati subito? Perché non li avete arrestati subito? Ce li avrei portati io in galera, a calci nel culo. Perché vi siete resi conto che non è vero niente, non c’è stato alcuno stupro. Una persona che viene stuprata la mattina, al pomeriggio va in kitesurf e dopo otto giorni fa la denuncia. Vi è sembrato strano. Bene, è strano.”.

Un frame dal video di Grillo (fonte: huffingtonpost.it)

Queste sono alcune delle – poi criticatissime – parole del lungo sfogo che Beppe Grillo, fondatore del Movimento 5 Stelle, ha registrato davanti alla telecamera in difesa del figlio. Il giovane, di nome Ciro, era stato denunciato da una ragazza per stupro, nel luglio 2019. Le indagini si sono protratte finora e i media hanno riportato all’attenzione dell’opinione pubblica tutte le dinamiche della vicenda, scatenando l’ira del politico pentastellato contro, innanzitutto, la magistratura.

La dinamica

Tramite il racconto della ragazza che ha denuncito, ma anche di alcuni testimoni, si è venuto a sapere che in quella notte di metà luglio del 2019 Ciro Grillo e i suoi tre amici avevano trascorso la serata al Billionaire, famosa discoteca della Costa Smeralda. Qui conobbe la ragazza e una sua amica. Quasi all’alba, lasciarono il locale con le due ragazze per andare in una casa di proprietà di Beppe Grillo. Qui si sarebbe consumata la violenza ai danni della ragazza, mentre l’amica si sarebbe addormentata.

Da qui in poi, le versioni della ragazza e degli indagati sono differenti. La ragazza dice di essere stata stuprata prima da uno e poi dagli altri tre, dopo che l’amica si era addormentata. I quattro sostengono che i rapporti sessuali ci sono stati, ma che fossero consenzienti.

Durante le indagini, sono stati analizzati e messi sotto controllo i cellulari della vittima e degli indagati, ma anche di Parvin Tadjik, madre di Ciro e moglie di Beppe Grillo. La donna ha dichiarato che quella sera dormiva nell’appartamento accanto a quello in cui si sarebbe consumata la violenza, dicendo di non essersi accorta di niente.

Le indagini sono state chiuse lo scorso novembre e la procura ha messo gli atti a disposizione della difesa, che ha chiesto un termine per fare indagini e acquisire nuovi elementi, fino ad arrivare al presente, quando sono stati ascoltati Ciro Grillo e gli altri tre indagati. Paolo Costa, uno dei legali della difesa, ha detto che i quattro hanno respinto le accuse.

Non solo un padre che difende il proprio figlio

Quello che poteva sembrare uno sfogo che ogni padre potrebbe avere, qualora il proprio figlio si trovasse al centro della cronaca, sotto gli occhi di milioni di persone e in mezzo a una gogna mediatica, si è trasformato in un discorso definito maschilista e ingiusto nei confronti della ragazza Italo-svedese che ha denunciato l’abuso.

“Mio figlio è su tutti i giornali ma non ha stuprato nessuno. C’è un video che lo dimostra, si vede che c’è la consensualità: un gruppo che ride, ragazzi di 19 anni che stanno divertendosi. ” urla Grillo davanti la telecamera.

La dinamica che ha preso forma, dunque, vede un uomo difenderne un altro, affermando cose gravi per difenderne l’innocenza. Il motivo è semplice: il divertimento, innanzitutto, è qualcosa che permette di “alleviare l’animo” – così specifica il vocabolario italiano – di chi lo pratica, per sfuggire alla realtà e le sue preoccupazioni; considerando che, quello che Grillo ha definito un divertimento ha generato in una ragazza un malessere così profondo da denunciare, tra l’altro, il figlio di un personaggio politico molto in vista, non può essere affatto divertimento.

 

La polemica più forte

Il punto del video-sfogo che ha sollevato la polemica più violenta è stato quello in cui Grillo sostiene esser strano che, poche ore dopo la presunta violenza di gruppo, la ragazza abbia preso parte a sport acquatici, ma soprattutto abbia aspettato 8 giorni per denunciare.

Queste argomentazioni vengono spesso usate nei casi di denuncia di abusi sessuali. Anche i legali degli indagati hanno sostenuto la difesa, fin da subito, con le stesse argomentazioni, interpretate come punti deboli del racconto fornito dalla ragazza: il ritardo della denuncia, presentata dalla modella al suo ritorno a Milano, una decina di giorni dopo i fatti; la continuazione della vacanza per un’altra settimana e la pubblicazione di foto del viaggio sui social network, anche dopo che si sarebbe consumata la presunta violenza sessuale.

Proviamo a spiegare perché queste sono argomentazioni giudicate discriminatorie e maschiliste. Innanzitutto, è la stessa Legge italiana che consente di sporgere denuncia fino a un anno dopo una violenza. Tra l’altro, proprio grazie anche al Movimento 5 Stelle, con il “Codice Rosso” fatto approvare in Parlamento, il tempo riconosciuto non è più di 6 mesi, ma di un anno, così dar tempo alla vittima di elaborare ciò che ha subito e trovare il coraggio di intraprendere una strada dolorosa come l’apertura di un’inchiesta.

 

Le reazioni dal mondo della politica e dai social

Tra le reazioni al video di Grillo, ci sono state anche quelle di chi ha voluto dimostrare la propria solidarietà, come Alessandro Di Battista, la senatrice del M5S Paola Taverna e Vito Crimi, comprendendo il punto di vista di un padre amareggiato. Poi, anche chi, come la Lega, ha utilizzato la vicenda per criticare il politico, parlando del suo “garantismo a giorni alterni”, cioè quello che ha riservato al figlio, ma non a Matteo Salvini rinviato a giudizio per il caso Open Arms. Tra questi anche chi si è esposto apertamente contro le parole definite maschiliste, come Maria Elena Boschi che ha affermato come Grillo usi il suo potere mediatico e politico per assolvere il figlio e definendo ciò “vergognoso”.

Sui social è diventato virale l’hashtag #ilgiornodopo, lanciata da una 29enne ricercatrice pisana, che ha sfruttato gli avvenimenti per riportare l’attenzione sulla violenza di genere e le tante volte in cui una vittima finisce per sentirsi anche colpevole. Eva ha spiegato come lei è sopravvissuta ad una violenza e quanto sia difficile trovare il coraggio e la forza per denunciare:

“Troppe persone subiscono stupri e violenze nel segreto delle loro camere, nelle macchine dei compagni di classe e non acquistano consapevolezza di ciò che hanno subito fino a molto tempo dopo. Talvolta, come nel mio caso, dopo anni. Ma il problema è anche che una certa narrazione sembra voler colpevolizzare chi sopravvive. – ha scritto Eva su Instagram, rivelando di esser andata a scuola il giorno dopo la violenza subita.

La ricercatrice pisana Eva (fonte: gonews.com)

Tantissime altre donne dopo di lei hanno continuato a parlare di questa tematica sui social, sostenendo a gran voce che la violenza non ha scadenza, raccontando il loro “giorno dopo”, quello in cui ancora impaurite o con il timore di non essere credute, hanno provato a continuare le loro vite e intanto acquistare consapevolezza e coraggio per poi denunciare.

Una delle ragazze che hanno aderito alla campagna #ilgiornodopo (fonte: Twitter)

 

Rita Bonaccurso

di Redazione Attualità

Rubrica di long form journalism; approfondimento a portata di studente sulle questioni sociali, politiche ed economiche dall’Italia e dal mondo.

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