Una marcia organizzata dagli studenti universitari a Bogotà, in Colombia, il 3 maggio 2021 - Fonte: www.ilpost.it

Proteste, repressioni e morti in Colombia: ecco cosa sta succedendo

È una babele in questi giorni la Colombia: le proteste contro il governo del presidente Ivan Dunque continuano ad imperversare in moltissime città, soprattutto a Cali e Bogotà.

Una marcia organizzata dagli studenti universitari a Bogotà, in Colombia, il 3 maggio 2021 – Fonte: www.ilpost.it

Il casus belli e l’inizio della mobilitazione popolare 

Il casus belli è la riforma fiscale presentata il 5 aprile dal governo Dunque. Il disegno di legge, che aveva come obiettivo quello di raccogliere ulteriori 23 miliardi di pesos colombiani e che è stata presentata come necessaria per poter rispondere ai debiti internazionali e alle conseguenze economiche della pandemia, prevedeva la riscossione dell’IVA, che è del 19%, sulle aliquote dei servizi pubblici di energia, idriche e di fognatura, gas domestico e prodotti alimentari considerati prioritari e le accise sul carburante. La riforma tributaria prevedeva inoltre di diminuire significativamente la soglia di no tax area, includendo quindi nella tassazione fasce di popolazione ai limiti della soglia di povertà. Tale riforma avrebbe dunque provocato un aumento generalizzato del prezzo di tutti i prodotti e i beni di consumi e penalizzato i cittadini di reddito medio e basso.

La mobilitazione popolare si è accesa il 28 aprile per iniziativa del sindacato principale del Paese, Centrale unica dei lavoratori, che ha indetto uno sciopero generale. Ad aderire sono stati i sindacati minori, studenti, operai e comuni cittadini. Secondo la Central Unitaria de Trabajadores, nel solo 28 aprile, sono scesi in piazza oltre 5 milioni di persone in oltre 600 municipi. Nelle città più grandi, alle proteste pacifiche si sono affiancati saccheggi e incendi di autobus e stazioni di polizia.

La violenza delle forze di sicurezza e la marcia indietro del presidente Dunque

Il presidente, allarmatosi, l’ 1 maggio ha annunciato in tv l’intervento dell’esercito. Il governo di Dunque, che avrebbe dovuto rappresentare un’inversione di rotta rispetto alle destre che negli ultimi decenni avevano governato il paese, si è posto dunque in continuità con l’atteggiamento repressivo e autoritario dell’ex presidente Uribe che, non a caso, su Twitter ha esortato la polizia e l’esercito ad usare le armi.

Le esortazioni sono state accolte dalle forze di sicurezza che hanno reagito con disumana violenza: i tanti video che circolano sul web mostrano la polizia e l’esercito che sparano e colpiscono con gli scudi i manifestanti, speronano la folla con le motociclette. A lasciare senza parole è il video girato a Ibagué che mostra una donna che, subito dopo aver scoperto che il figlio di 19 anni è stato ucciso dagli agenti, grida: “Uccidete anche me, hanno ucciso anche me. Era il mio unico figlio!”.

L’ufficio del Difensore civico ha segnalato che almeno 20 persone sono state uccise e più di 800 sono rimaste ferite. L’ONG Temblores ha registrato oltre 30 vittime e, nei primi 5 giorni di protesta, fino a 940 casi di violenza da parte della polizia, 672 arresti arbitrati, 92 casi di violenza fisica o tortura e 4 vittime di violenza sessuale. Almeno 90 le persone scomparse nelle mobilitazioni dei giorni scorsi di cui solo due sono state rintracciate.

La decisione del governo di militarizzare la repressione è stata condannata dall’Onu, Human Rights watch, Amnesty International e dall’Organizzazione degli Stati Americani (OSA).

Dopo 4 giorni di proteste e cruenti scontri il presidente ha ceduto e il 2 maggio ha annunciato il ritiro del progetto di riforma. Il giorno dopo il ministro delle finanze, Alberto Carasquilla, ha presentato le sue dimissioni.

Perché la protesta non si è ancora arrestata?

Questo non è bastato a placare il malcontento. La tensione è ancora tangibile. Ci sono altre motivazioni per protestare.

Prima tra tutte la situazione economica. Già nel 2019 la disuguaglianza economica era stata il bersaglio di proteste e rivolte che avevano portato ad alcune misure previdenziali, ma la pandemia ha fatto precipitare la situazione. Il lockdown, in Colombia, è stato uno dei più lunghi al mondo e ha causato la chiusura di oltre 500 mila attività. Si stima che nell’ultimo anno 2,8 milioni di persone siano sprofondate in condizione di povertà estrema.

Causa di malcontento è anche la repressione delle forze di sicurezza. Ad essere contestato è, in particolare, il ruolo dell’ESMAD, l’Escuadrón Móvil Antidisturbios (il reparto antisommosse) di cui i manifestanti chiedono lo scioglimento. Già a settembre vi erano state delle proteste contro la crudeltà delle forze dell’ordine, dopo la diffusione di un filmato che mostrava l’aggressione all’avvocato Javier Ordóñez, fermato per aver violato il distanziamento sociale e morto qualche ora più tardi. Nelle sommosse si invoca la fine di queste violenze e la punizione dei responsabili, garanzie costituzionali per la mobilitazione e la protesta, un governo meno autoritario, libertà e garanzie democratiche. A queste rivendicazioni si aggiunge anche quella di una vaccinazione di massa, visti i ritardi e le denunce di frodi e favoritismi su chi e quando riceve il vaccino.

A provocare dissenso è anche la riforma del sistema sanitario che si sta discutendo in Parlamento e che aumenterebbe le privatizzazioni e, secondo il personale ospedaliero, peggiorerebbe le condizioni di lavoro negli ospedali colombiani, già messi in difficoltà dalla pandemia. Infatti, la Colombia sta affrontando la terza ondata, le terapie intensive di quasi tutto il paese sono al collasso e si stimano quasi tre milioni di contagiati e oltre 72mila morti a causa del Covid.

Vista la gravissima situazione pandemica, la decisione dei cittadini di occupare strade e piazze per protestare appare come un atto di sfida alla morte. Ma basta guardare le foto dello slogan che ha fatto il giro del mondo e che recita “Ci stanno uccidendo” per comprendere che il governo uccide più ferocemente del virus e che, dunque, sfidare la morte è l’azione necessaria per lottare contro la stessa.

Lo slogan che ha fatto il giro del mondo “Nos estan matando” – Fonte: www.dinamopress.com

Chiara Vita

di Redazione Attualità

Rubrica di long form journalism; approfondimento a portata di studente sulle questioni sociali, politiche ed economiche dall’Italia e dal mondo.

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