L’influenza dell’uomo sull’Universo: dal principio antropico all’idea di multiverso

“Che cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo.”

(W. Shakespeare, Romeo and Juliet)

https://www.cosediscienza.it/cosa-fatto-universo

Accade che di fronte ad alcune situazioni non si trovino le parole giuste, sebbene nella nostra mente ci sia un disegno ben preciso.
E ci sono momenti in cui viene meno anche quel disegno e sono insufficienti non solo le parole ma anche le risposte che vorremmo darci.
Quindi ci poniamo sempre più domande.

Da questo perpetuo domandarsi prendono vita varie teorie, alcune delle quali non ci appaiono neppure così nitide. Ma il bisogno di sapere è tanto da cercare responsi persino in quei luoghi difficili da raggiungere.

L’Universo: capiremo mai come sia nato? Perché sia nato? Perché esistiamo noi e non un’altra specie? Perché la Terra e non un altro pianeta?

Perché nasce il principio antropico?

Prima di spiegare cosa significhi principio antropico, concentriamoci sulle ragioni per cui si è sviluppato.

Perché tutto è così come lo vediamo e non in altro modo? E poi, l’Universo è così fatto per noi o indipendente da noi? In altri termini, la sua nascita si è verificata al fine della nostra esistenza o siamo solo un semplice effetto collaterale?

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È questo che si chiedevano i primi ricercatori del “principio del tutto”. Tra questi Talete e Anassimandro.

Il primo riteneva che l’acqua fosse la materia primordiale, il principio divino che conteneva corpo e anima.
Per il secondo l’ἀρχή (principio) era l’ἄπειρον (infinito). Dall’infinito discendevano le esistenze e l’intero cosmo, dove tutto è regolato dal contrasto. Quello tra caldo e freddo fa disporre al centro la terra e l’acqua, il fuoco e l’aria in periferia. C’è un ordine.
Nella mente di Anassimandro vi era un’immortale estensione dello spazio, una radice cosmica infinita. In Talete tutto ha inizio da un elemento.

Si tratta solo di coincidenze?

Possiamo affermare che il principio antropico sosti a metà tra le due posizioni.

Qui l’infinito non è concepito come pensato da Anassimandro. Infatti, se tutto fosse infinito e quindi infinite fossero le possibilità esistenti, non dovremmo sorprenderci se tra queste vi sia un pianeta con vita al suo interno.

È un infinito entro certe norme. Ma è infinito perché le realtà in cui ci siano le condizioni che permettano la vita potrebbero essere infinite.

http://www.unariunwisdom.com/dna-and-the-holographic-universe/

Inoltre, così come Talete fondò le sue idee sull’elemento “acqua”, allo stesso modo a partire dalla seconda metà del Novecento i cosmologi cominciarono a domandarsi se fosse solamente un caso che il carbonio, l’elemento naturale origine della vita, richieda tempi lunghi per formarsi.

È forse solo una coincidenza che la fusione nucleare che avviene dentro le stelle, a seguito della loro esplosione, produca una quantità massiccia di carbonio pronto a fissarsi sulla superficie della Terra e far sì che si sviluppino forme di vita man mano sempre più complesse?
E ancora, è un caso che la Terra si trovi a una precisa distanza dal Sole cosicché il clima sia vivibile?

L’insieme di queste circostanze permette al pianeta di trovarsi in quella che si  chiama  “zona di abitabilità”.

Da Carter ai princìpi di Barrow e Tipler

Brandon Carter doveva essersi posto le medesime domande quando nel 1973 a Cracovia coniò l’espressione “principio antropico”, sostenendo che «[…] anche se la nostra situazione non è “centrale”, è inevitabilmente per certi versi privilegiata». Le leggi della fisica e le costanti cosmologiche sono necessariamente compatibili con l’esistenza umana, spostando l’ago della bussola verso una visione della Terra come nucleo primario.

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Contro Copernico che, secondo Carter, aveva ridimensionato il ruolo fondamentale affidato al pianeta, e a favore di Giordano Bruno, per il quale i pianeti e gli astri ricoprivano tutti una posizione equivalente.

«Il principio antropico è l’idea che l’esistenza della vita (o più specificamente della vita umana) nell’Universo possa fissare vincoli ai caratteri dell’Universo attuale, e possa aver contribuito a far diventare l’Universo così com’è attualmente».

John Gribbin (“Companion to the Cosmos”, London, 1996)

Dalle stesse domande sono stati mossi John Barrow e Frank Tipler quando nel 1986 formularono la teoria del principio debole e del principio forte.
Secondo la prima, le quantità fisiche e cosmologiche e i fattori biologici sono subordinati alla richiesta che vi siano luoghi in cui la vita possa esistere.
Il principio forte aggiunge che le proprietà dell’Universo debbano essere tali da permettere lo sviluppo della vita in una certa fase della sua storia.

Secondo tali teorie, l’uomo non ha un ruolo marginale. Per i sostenitori del principio antropico è come se la sua mente e la mente dell’Universo viaggiassero insieme.

Immersi in un complesso di Universi

Nella cosmologia moderna si parla di “insieme” di Universi.
In tutta questa molteplicità ci saranno altri “domini” in cui potrebbero essere valide leggi fisiche diverse dalle nostre, domini a noi invisibili e lontani.

Si immagina uno spazio pluri-dimensionale in cui ogni possibile sito pullulante di vita sia collegato con gli altri attraverso cunicoli spazio-temporali.

Nel 1957 Hugh Everett III  sviluppò la sua formulazione del “multiworld”. In ogni momento esistono tutte le possibili varianti di sistemi dove ci sia vita umana.

https://noticiascuriosas.info/teoria-del-multiverso/

In ognuno ci sarà un osservatore che si domanderà se altri mondi e Universi esistano.
Quell’osservatore che per John Wheeler è essenziale, come dimostra con il suo “principio di partecipazione”. L’Universo esiste anche grazie alle osservazioni di chi ci abita.

Per finire, il fisico matematico Lee Smolin pensa a una “lotta cosmologica” in cui i nuovi Universi possono essere leggermente diversi dai vecchi Universi e in cui alla fine prevale chi sarà in grado di generare altri Universi simili a se stesso.

Probabilmente tutto appare poco realistico. Ma in fin dei conti quanto sappiamo?

Ciò che è possibile fare è continuare a porsi ancora tante, tantissime domande.

Giada Gangemi

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