Novak Djokovic espulso dall'Australia (fonte: ilfattoquotidiano.it)

Caso Djokovic: come il tennista n°1 al mondo è stato espulso dall’Australia

È definitivamente sfumata la possibilità per Novak Djokovic di vincere gli Australian Open per la quarta volta consecutiva. Il tennista serbo, attuale numero uno nell’ATP ranking e vincitore di 9 edizioni del primo dei quattro tornei annuali del Grande Slam, ha perso il ricorso contro la cancellazione del suo visto per restare in Australia e nella giornata di ieri è stato espulso dal Paese. Al suo posto giocherà l’italiano Salvatore Caruso, 28 anni, di Avola (Siracusa). “Sono estremamente deluso” ha commentato a caldo il serbo.

Mi sento a disagio sul fatto che l’attenzione delle ultime settimane sia stata su di me e spero che ora possiamo concentrarci tutti sul gioco e sul torneo che amo.

Il presidente serbo Aleksandar Vucic in difesa dell’atleta ha dichiarato: “Quelli che pensano di aver affermato dei principi hanno dimostrato di non avere principi. Hanno maltrattato un tennista per dieci giorni per poi prendere una decisione che conoscevano dal primo giorno”. Al contrario,  secondo il ministro dell’Immigrazione australiano Alex Hawke, le posizioni del tennista, contrarie alla vaccinazione avrebbero potuto infervorare il movimento antivaccinista in Australia. Anche il Primo ministro australiano Scott Morrison si è detto soddisfatto del risultato.

Questa decisione è stata presa per motivi di salute, sicurezza e buon ordine, in quanto ciò era nell’interesse pubblico.

Il contagio e le ripetute violazioni della normativa sulla quarantena

Per capire come si è arrivati a questo punto ed il perché di una così elevata attenzione mediatica bisogna ricostruire il susseguirsi degli eventi con protagonista il tennista n°1 al mondo. Questi il 14 dicembre assiste alla partita di basket a Belgrado fra la sua Stella Rossa e il Barcellona e viene fotografato mentre abbraccia diversi giocatori di entrambe le squadre, alcuni di questi nei giorni successivi risulteranno positivi al Coronavirus. Due giorni dopo lo stesso Djokovic risulterà positivo al virus, ma la notizia non viene rivelata. Il giorno successivo, il 17 dicembre, nonostante la positività, il tennista viola la quarantena per recarsi ad un evento a Belgrado in onore di giovani tennisti e si lascia immortalare in foto con i giocatori senza mascherine. Il 18 dicembre, ormai consapevole di essere positivo, realizza un’intervista e un servizio fotografico per il quotidiano francese L’Equipe, dichiarando successivamente: “Non volevo deludere il giornalista, ripensandoci, questo è stato un errore di giudizio”. Soltanto il 22 Dicembre il serbo risulterà negativo al test del COVID-19 in Serbia.

L’arrivo in Australia e la “detenzione”

Il 4 gennaio Djokovic tramite i propri canali social comunica ai tifosi di essere in partenza per l’Australia e di essere in possesso di un permesso di esenzione dalla vaccinazione. Il 5 gennaio atterra all’aeroporto di Melbourne munito della suddetta documentazione ed è da questo momento che inizia un calvario lungo quasi due settimane. Le autorità di frontiera, infatti, individuano un’irregolarità legata all’esenzione e lo trattengono sotto interrogatorio per circa 8 ore per poi cancellargli il visto e vietargli l’ingresso nel Paese. A quel punto Djokovic, “detenuto in attesa di giudizio”, viene mandato nel Park Hotel, albergo in cui dal dicembre del 2020 risiedono rifugiati politici e richiedenti asilo.

Park Hotel di Melbourne, Australia. Dal dicembre 2020 alloggio per richiedenti asilo (fonte: repubblica.it)

Le irregolarità nei documenti e il primo ricorso

Durante la permanenza all’interno dell’hotel i suoi legali ricorrono in appello e l’11 gennaio Djokovic presenta una dichiarazione giurata in tribunale nella quale afferma di non essere vaccinato contro il Covid-19. Gli viene così ripristinato il suo visto da parte del giudice il quale dispone il rilascio dalla detenzione. Djokovic inizia così ad allenarsi al Melbourne Park in vista degli Australian Open. Durante i giorni di ritrovata quiete però emergono altre incongruenze nei suoi documenti. Il tennista avrebbe infatti dichiarato di non aver viaggiato nei 14 giorni precedenti al suo arrivo in Australia, salvo poi ritrattare, ammettendo la verità e giustificando il tutto come un “errore umano” del suo staff nella compilazione dei documenti. Ma nella polemica rientra anche una violazione della quarantena per i positivi al Covid in Serbia.

Il definitivo annullamento del visto e l’espulsione dall’Australia

Il 12 gennaio Djokovic, nonostante l’incertezza relativa al suo status, viene ammesso come testa di serie n. 1 agli Australian Open venendo addirittura sorteggiato per giocare la partita inaugurale contro il connazionale Kecmanovic. Lo stesso giorno, su Instagram pubblica un post nel quale ricostruisce i giorni della sua positività e ammette i propri errori nei protocolli.

 

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Appena due giorni dopo, il 14 gennaio, il ministro dell’Immigrazione Alex Hawke, annulla il visto dell’atleta “per motivi di salute e buon ordine, sulla base del fatto che ciò era nell’interesse pubblico”. Il 15 gennaio Djokovic impugna la decisione di revoca del visto decisa dal Governo australiano e il caso passa alla Corte Federale che il 16 gennaio respinge all’unanimità l’appello del tennista contro la cancellazione del visto, decretandone l’espulsione dal paese. Secondo la legge australiana Djokovic non potrà rientrare in Australia per i prossimi tre anni salvo in circostanze straordinarie, un problema di non poco conto per chi è chiamato periodicamente a partecipare a tornei o prendere parte a iniziative sportive. “Ora mi prenderò un po’ di tempo per riposarmi e riprendermi”, ha dichiarato il tennista in un comunicato affidato ai media.

Alla fine ha prevalso l’intransigenza sul senso di responsabilità. Alla luce di quanto accaduto risulta veramente triste che un campione del calibro di Djokovic debba essere ricordato per aver scritto una brutta pagina nel mondo del tennis, a causa delle posizioni da no vax. Il governo australiano con la decisione presa ha rimarcato un concetto fondamentale: non esistono sconti, neanche se ti chiami Novak Djokovic e sei uno dei più grandi tennisti di tutti i tempi.

Elidia Trifirò 

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