Austin Butler in "Elvis". Fonte: wikipedia.org

Chi ha ucciso Elvis? Il film è la risposta

La pellicola non ha i toni dei classici biopic. Il regista non ha paura di osare e rende il tutto troppo pesante. – Voto UVM: 2/5

 

“Da piccolo, ero un sognatore. Leggevo i fumetti e diventavo l’eroe della storia. Guardavo un film, e diventavo l’eroe del film. Ogni sogno che ho fatto si è avverato un centinaio di volte. ” (Elvis Presley)

Baz Luhrmann torna alla regia a nove anni da Il Grande Gatsby, per raccontarci la storia del Re del Rock’n’roll: Elvis Presley (Austin Butler). Il film, uscito nelle sale italiane il 22 giugno, va oltre la stretta etichetta di biopic e si pone l’obiettivo di mostrare al pubblico l’animo tormentato del celebre cantante e showman con un fare eccessivo e intimo allo stesso tempo.

La storia è raccontata dall’agente di Elvis, il sedicente colonnello Tom Parker (magistralmente interpretato da Tom Hanks), imbonitore da fiera, socio e al contempo rivale del cantante, al quale spreme energie e profitti fino all’ultima goccia. Ma per tutto il film ci si pone la stessa domanda: chi è il vero colpevole della morte dell’artista?

Sinossi

Elvis, sognatore fin da bambino, voleva essere come i supereroi dei suoi fumetti, per liberare il padre dal carcere e salvare la famiglia dai problemi economici. Nato nel Mississippi e cresciuto a Memphis, nel Tennessee, era molto legato alla musica e alla cultura afroamericana. Di matrice black erano, infatti, sound, voce e postura del divo.

Elvis in concerto in una scena del film. Fonte: Warner Bros.

 

Negli anni della segregazione razziale fu persino denunciato per le sue movenze e sonorità afroamericane, accusato di favorire quel processo di integrazione tra bianchi e neri, tanto temuto negli Stati repubblicani del Sud. Venne così costretto a rinunciare al suo stile e fu punito con il servizio militare in Germania.

Nella seconda parte della pellicola viene poi raccontato l’ingresso di Elvis nel mondo del cinema, il suo grande amore per Priscilla (Olivia DeJonge), fino ad arrivare agli anni di Las Vegas: la sua prigione d’oro.

Il cinema barocco di Luhrmann

Il film che si potrebbe tranquillamente dividere in quattro atti, dura la bellezza di due ore e quaranta minuti – percepite quattro – che risultano essere fin troppe per un film del genere. Senza contare che a salvarsi è solo poco più della metà della durata della pellicola!

“Quando la narrazione non funziona più, il risultato è la decadenza”  (Aristotele)

Quante volte ci allontaniamo dalle sale cinematografiche consolandoci con un: «Certo, però, la fotografia era stupenda.» Ebbene, questo film potrebbe in parte rientrare in questa casistica, se si pensa alle svariate, e fin troppe, tecniche cinematografiche utilizzate dal regista, che a tratti finiscono per snaturare lo stesso film: dallo yo-yo temporale alle inquadrature sottosopra, per arrivare all’abuso di split screen (divisione dello schermo in più immagini simultanee).

Scena del film in split screen. Fonte: Warner Bros.

 

Ma parlando di Baz Luhrmann non poteva essere altrimenti. Il regista di Romeo + Juliet (1996), fin dagli esordi si è contraddistinto per un uso frenetico del montaggio.

Irriverenza ed eccentricità: sono queste le parole chiave del cinema di Luhrmann che potrebbe essere paragonato ad un saggio di danza fatto di scenografie enfatizzate e una fotografia brillante e colorata.

Chi ha ucciso Elvis?

Ma a volte anche i migliori fanno cilecca. E Baz arriva a “dopare” tutto a colpi di trovate che, anziché attualizzare la storia, finiscono solo per appesantirla.

“Chi è abituato come me a sperimentare e pensare fuori dagli schemi è destinato a essere criticato.” (Baz Luhrmann in un’intervista)

Si Baz, ok, però anche tu attento a non esagerare troppo con il “think outside the box”, sennò finisci per accennare sullo schermo a un mucchio di cose senza svilupparne nemmeno una!

Perché se la storia di Elvis non può essere cambiata, di certo cambia il modo in cui viene raccontata.
E va bene scegliere il colonnello Parker come narratore, ma va meno bene accennare appena a tutto ciò che accadeva nel frattempo. Eventi come l’eccidio di Cielo Drive – l’omicidio condotto dalla “Famiglia Manson” che ha visto come vittima l’attrice Sharon Tate -, le uccisioni dei Kennedy o di Martin Luther King hanno dovuto lasciare spazio, anche fin troppo, alle infinite variazioni del claustrofobico “universo” di Elvis.

Elvis: The Enhanced Album

Solo quando partono le musiche ci ricordiamo davvero perché siamo andati a guardare un film su Elvis. Un plauso anche ai brani anacronistici presenti nella colonna sonora che vanno ad innalzare l’asticella del film. Come l’inedito di Eminem The King & I, prodotto da Dr. Dre in collaborazione con CeeLo Green, o la rivisitata Vegas di Doja Cat. Devastante è anche la cover di If I can dream riletta magistralmente dai Maneskin.

 

In definitiva, il film di Luhrmann riesce a “pizzicare” tutte le corde della personalità del divo. Mostra il suo dolore, la solitudine e il forte attaccamento alla black music. Ma ad emergere è purtroppo la crisi di un certo modo di fare cinema. Ormai da troppo tempo storie fragili, che vogliono disperatamente catturare l’attenzione del pubblico, degenerano in pellicole esibizioniste e patinate.

Eppure, con una storia come quella di Elvis il regista avrebbe potuto fare molto di più!

 

Domenico Leonello

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