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Un’Italia in bianco: tutte le Regioni passano nella zona a basso rischio, tranne una

L’Italia si tinge tutta di bianco, o quasi. Tutte le regioni passano nella fascia a rischio più basso, tranne la Valle d’Aosta. Via tutte le restrizioni, tranne l’obbligo della mascherina all’aperto, del quale oggi si deciderà se mantenerlo o meno. Si attende il parere del Cts.

 

La cartina dell’Italia, progressioni nelle ultime settimane fino ad oggi, 21 giugno, con il Paese tutto in bianco tranne una regione (fonte: ilmessagero.it)

 

I nuovi confortanti dati

L’indice Rt nelle regioni si aggira intorno al valore di 1, tranne per tre di esse – Basilicata, Friuli-Venezia Giulia e Molise – dove comunque resta moderato. In realtà, solo la scorsa settimana, una sola era regione si trovava in tale condizione.

Il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha comunque – spinto dai dati in ogni caso confortanti – firmato la nuova ordinanza, in vigore da oggi, 21 giugno, per l’appunto, disponendo il passaggio in zona bianca delle Regioni che ancora mancavano ancora all’appello, cioè Basilicata, Calabria, Campania, Marche, Sicilia, Toscana e Provincia Autonoma di Bolzano. Avevano tutte una incidenza abbondantemente sotto i 50 casi per 100mila abitanti, come hanno certificato i tre monitoraggi consecutivi.

La pressione sulle strutture ospedaliere si è confermata al di sotto della soglia critica. In nessuna Regione, infatti, si supera la soglia critica di occupazione dei posti letto in terapia intensiva o in area medica. Il tasso di occupazione in terapia intensiva è 6%, con una diminuzione nel numero di persone ricoverate che passa da 688 a 504. Il tasso di occupazione in aree mediche a livello nazionale anche scende al 6%, con il numero di persone ricoverate in queste aree che passa da 4.685 a 3.333.

Per il 28 giugno, si auspica davvero tutta la Penisola in bianco, nonostante i possibili rischi per le tre suddette Regioni.

 

Cosa cambia

Via il coprifuoco, anche nella zona gialla, perché precedentemente deciso l’abolizione per la data di oggi. Le attività di ristorazione avranno la possibilità di rimanere aperte senza limiti. Nessuna restrizione sul numero di persone ai tavoli all’aperto – tra i quali deve esserci comunque il distanziamento di un metro –mentre nei bar e nei ristoranti al chiuso potranno sedere allo stesso tavolo massimo sei persone, salvo che siano tutti conviventi. Aperti nei fine settimana i centri commerciali.

Attesissima la riapertura di musei, teatri, cinema, palestre, piscine e università.

Si ricorda che nelle palestre e nelle piscine non si potrà fare la doccia e che le discoteche – su cui molte sono state le polemiche – per ora, restano chiuse, o meglio, potranno riaprire, e si potrà frequentarle solo per sfruttare servizio bar e ristorante al loro interno, non per ballare.

 

Mascherina sì o no?

Si attende il pomeriggio per il responso del Comitato tecnico scientifico al parere richiesto dal Ministero della Salute sulla fine dell’obbligo di mascherina negli spazi all’aperto, a meno che non ci si trovi in una situazione in cui è impossibile garantire il distanziamento. Infatti, bisognerà comunque mantenere il distanziamento con i non congiunti e indossare il dispositivo in punti a rischio assembramento, quindi averlo sempre con sé.

(fonte: ansa.it)

Della possibile data in cui il cambiamento potrebbe avvenire, ci sono delle ipotesi. Si fa sempre più compatto il fronte di chi spinge per inizio luglio, forse il 5, ma c’è anche l’altra ipotesi di lunedì 28 giugno, primo giorno in cui tutta la Penisola sarà in zona bianca, compresa Valle d’Aosta.

Ricordiamo che l’uso delle mascherine all’aperto è stato finora obbligatorio, con delle eccezioni:

  • mentre si effettua attività sportiva;
  • mentre si consuma cibo o bevande, nei luoghi e negli orari in cui è consentito;
  • quando si è soli o in presenza esclusivamente dei propri conviventi;
  • per bambini sotto i 6 anni di età;
  • per persone che, per la loro invalidità o patologia, non possono indossare la mascherina;
  • per gli operatori o le persone che, per assistere una persona esente dall’obbligo, non possono a loro volta indossare la mascherina, come, per esempio, nel caso di chi deve interloquire con persona sordomuta nella L.I.S.

Resterà obbligatorio l’uso al chiuso e fortemente consigliato in abitazioni private, in presenza di persone non conviventi, dove non è possibile effettuare controlli.

Per quanto riguarda i contesti lavorativi e le attività con bambini dai 6 anni in su, la mascherina è obbligatoria nelle situazioni previste dagli specifici protocolli di settore, così come anche per i professionisti che lavorano in uno studio, ad eccezione dei casi in cui l’attività si svolga individualmente e sia garantita, in modo continuativo, la condizione di isolamento rispetto a persone non conviventi.

(fonte: ilfattoquotidiano.it)

Dove l’attività professionale comporti un contatto diretto e ravvicinato con soggetti non conviventi o lo svolgimento in ambienti di facile accesso dall’esterno o aperti al pubblico, e non sia possibile rispettare in modo continuativo la distanza interpersonale di almeno 1 metro, occorre sempre utilizzare i dispositivi di protezione individuale.

La data per lo stop alla mascherina all’aperto sarà calcolata anche in base alla percentuale di popolazione vaccinata, tenendo conto delle somministrazioni sia per la prima che per la seconda dose. La data, dunque, verosimilmente più idonea alla fine dell’obbligo sembrerebbe quella di inizio luglio.

 

La variante Delta potrebbe far premere sul freno

Per il varo della decisione sullo stop alle mascherine all’aperto c’è il pressing dei partiti sul Cts e sul Governo, solo il Partito Democratico e il ministro della Salute Speranza sono rimasti gli unici a credere in un approccio “rigorista”. Consistente soprattutto la preoccupazione è per la variante Delta (l’ex indiana).

Costante il monito dal mondo della scienza rimarca la necessità di non sottovalutare i rischi. La variante, infatti, ormai si sa essere più contagiosa del 50% di quella Alpha (l’ex inglese). Inoltre, sembrerebbe che una sola dose di vaccino potrebbe non bastare.

In Italia, per ora, secondo i dati aggiornati a una decina di giorni fa, la variante Delta è sotto controllo. Ad essa sarebbe riconducibile l’1% circa dei contagi nel nostro Paese, con picchi del 3% nel Lazio e modesti focolai in Lombardia e Puglia.

Però, la percentuale è destinata ad aumentare con il prossimo monitoraggio, secondo le previsioni. Il ministro Speranza ha disposto una nuova «indagine rapida» per stimare la diffusione nel Paese delle principali varianti del coronavirus in Italia, a partire proprio dalla Delta.

Intanto, per le persone provenienti dal Regno Unito, è stata resa obbligatoria la quarantena di 5 giorni all’arrivo in Italia.

 

Rita Bonaccurso

Webinar UniMe: l’Associazione Orione presenta “L’altra pandemia”

L’Associazione Orione è lieta di invitarvi al convegno “L’altra pandemia”.

Sabato 19 Dicembre alle ore 9:15 si terrà, in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina, il convegno intitolato “L’altra Pandemia”, presentato in diretta telematica sul canale Facebook dell’Associazione Orione. L’oggetto dell’evento sarà la pandemia che si consuma silenziosamente e parallelamente a quella da Coronavirus. Fenomeno dalle origini profonde, che ha mostrato i suoi segni prima ancora che il virus avanzasse e diventasse principale argomento quotidiano. La sanità, il mondo del lavoro, e l’economia sono pesantemente segnati da difficoltà dettate da carenza di organico, scarsi investimenti e scarsa capacità di programmazione. Il virus, oltre a mettere in luce una situazione già precaria, sta lasciando cicatrici molto profonde su settori già pesantemente danneggiati ancor prima dell’emergenza sanitaria.

L’incontro affronterà, in tre successivi momenti, le crisi dei settori sanitario, sociale ed economico che si accompagnano alla pandemia. Tali tematiche verranno discusse con l’intervento di illustri docenti dell’Università e di celebri ospiti.

Ad affrontare gli aspetti medico-sanitari, con riferimento alle difficoltà che il sistema sta incontrando nel garantire l’attività ordinaria, saranno:

  •  il Prof. Navarra, ordinario di Chirurgia Generale dell’Ateneo di Messina e presidente della Società italiana di Ricerche in Chirurgia;
  •  il Prof. Melazzini, Amministratore Delegato di ICS – Istituti Clinici Scientifici Maugeri, componente del Consiglio di Amministrazione del CNR ed ex direttore generale AIFA.

 

La tematica relativa alla crisi del settore sociale verrà affrontata:

  •  dal Prof. Perconti, ordinario d’Ateneo di Filosofia del Linguaggio e Direttore del Dipartimento COSPECS;
  •  dal Mons. Raspanti, vescovo di Acireale e vicepresidente della Conferenza episcopale italiana.

Infine, si discuterà degli effetti che la pandemia ha avuto sulla già precaria economia e sul mercato del lavoro con gli interventi:

  •  del Prof. Limosani, ordinario d’Ateneo e direttore del Dipartimento di Economia;
  • del Prof. Nannicini, Senatore della Repubblica Italiana e ordinario di Economia Politica all’Università Bocconi.

La partecipazione al convegno è valevole per l’assegnazione di 0.25 crediti formativi agli studenti dell’Ateneo.

Per ulteriori informazioni, vi invitiamo a visitare le pagine Social: Facebook Associazione Orione e Instagram @associazioneorione.

Si chiude la ricerca del nuovo Commissario per la Sanità calabrese

Guido Longo (fonte: repubblica.it)

C’è voluto molto tempo e cinque tentativi andati a vuoto, perché si arrivasse alla designazione di un nuovo Commissario alla Sanità in Calabria. È stato scelto Guido Longo, uomo delle Forze dell’Ordine in pensione dal 2018. Molti, forse troppi giorni di tensioni, tra nomine respinte e passi indietro. Il governo ha accelerato per mettere la parola fine ad una situazione aggravata dall’emergenza sanitaria attuale. Così ha proceduto con la nomina, arrivata in concomitanza del passaggio della Calabria da zona rossa a regione arancione.

Un deficit enorme  e 26 compiti da portare a termine

Tutelare la salute di quasi 2 milioni di cittadini nonostante i numeri impressionanti dovuti ai feroci tagli degli ultimi dieci anni e l’aumento incontenibile dei costi da sostenere. Questa è la situazione che si pone davanti al neo Commissario e che ha spaventato i precedenti candidati.

Nel 2009 si era raggiunta la soglia dei 239 milioni di debito. L’anno successivo si diede inizio a un piano di rientro del deficit e solo dopo, progressivamente si raggiunsero i 30,6 milioni nel 2013. Quello che sembrava un traguardo più vicino, all’improvviso è tornato ad essere di nuovo lontanissimo: fatti di nuovo i conti, si è scoperto che molte voci iscritte a bilancio erano inesatte così come i calcoli eseguiti. Ad esempio, solo il Policlinico di Catanzaro ha un disavanzo di 154 milioni. Il debito, nel 2019, perciò, è risultato nettamente superiore, ammontando a 116 milioni di euro.

Numerosi i tagli dalle conseguenze disastrose, tra cui quelli ai posti letto negli ospedali, diminuiti del 40%, passati, quindi, da 3 ogni mille abitanti nel 2013 a 1,95 nel 2018. Cinque ospedali chiusi nella provincia di Reggio Calabria, sei in quella di Cosenza, uno a Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia. A questo corrisponderebbe un taglio del personale pari a 3.800 dipendenti. 300 milioni spesi dalla Regione per far curare i suoi cittadini in strutture di altre regioni, lo scorso anno.

I commissari incaricati di rimettere ordine al dissesto dell’azienda sanitaria di Reggio Calabria – sciolta per infiltrazioni mafiose nel 2019 – scrissero, in una loro relazione, di una manifesta e reiterata incapacità di gestione e dell’assenza di approvazione dei bilanci dal 2013.

I compiti del nuovo Commissario, dunque, sono in tutto 26. Vanno dalla riorganizzazione della rete ospedaliera alla razionalizzazione della spesa sanitaria, dalla definizione dei tetti per i contratti con i privati, alla completa implementazione dei flussi informativi in termini di completezza e qualità.

La Calabria diventa regione arancione (fonte: strettoweb.it)

Un uomo di giustizia pronto per un nuovo compito

“Un uomo delle istituzioni, che ha già operato in Calabria, sempre a difesa della legalità», ha scritto il presidente del Consiglio Conte su Longo. «Ho accettato come atto d’amore verso la Calabria, la regione in cui mi sono formato professionalmente. Il mio è anche un dovere istituzionale verso il Governo, che mi ha scelto e che ringrazio.” ha risposto Longo.

Nessuna esitazione da parte sua né della sua famiglia nel lasciarlo accettare. La moglie, poliziotta, a differenza della consorte di Eugenio Gaudio, ex rettore della Sapienza, finita nella polemica per aver detto di non volersi trasferire a Catanzaro, è pronta a sostenere Longo.

Catanese, molti incarichi e una carriera iniziata e chiusa proprio in Calabria, dalla prima nomina nella mobile di Reggio al ruolo di prefetto a Vibo Valentia. Famoso nella lotta alla criminalità organizzata, è detto Ghostbusters (acchiappafantasmi) per i tanti latitanti arrestati. Figura chiave della mobile di Palermo per la cattura dell’assassino di Libero Grassi, Salvatore Madonia. Capo della Dia di Napoli quando fu incastrato Angelo Nuvoletta, il mandante dell’omicidio di Giancarlo Siani. Ha avuto il compito di guidare il gruppo Yanez che arrestò il boss Francesco Schiavone, detto Sandokan, appena venne fuori dal suo bunker. Come questore di Palermo vietò, per motivi di ordine pubblico, i funerali del boss Bernardo Provenzano.

“Io non ho paura, non l’ho mai avuta nella mia vita di uomo delle Istituzioni e sono sempre andato là dove lo Stato mi ha chiesto di andare. Sarà così anche questa volta” ha detto commentando i tentativi falliti prima per la designazione di un Commissario, la fermezza ha contraddistinto le sue prime dichiarazioni.

Consapevole della grande interferenza della ‘ndrangheta nelle questioni calabresi è altrettanto convinto dell’onestà di moltissimi altri calabresi, per cui vuole lavorare sodo e riprendere da dove aveva lasciato. La Calabria è un posto che conosce bene e il suo ultimo incarico lo ha svolto proprio a Vibo Valentia. Uno dei suoi ultimi obiettivi è stato, proprio, far in modo che venisse costruito un nuovo ospedale in questa città, per cui convocò anche un tavolo tecnico. Dalla sanità ripartirà per un nuovo capitolo della sua vita da uomo di Stato:

“Nel 2018 andai in pensione. Ma ora sono tornato”.

 

Rita Bonaccurso

Accordo tra Emergency di Gino Strada e Protezione Civile, si punta al riscatto della sanità calabrese

(fonte: ilfattoquotidiano.it)

Gino Strada e la sua ONG ‘Emergency’ hanno siglato l’accordo con la Protezione Civile nel pomeriggio del 17 novembre, subito dopo le dimissioni precoci dell’ormai ex-commissario Gaudio.

Eugenio Gaudio, medico ed ex rettore dell’università Sapienza di Roma, ha rassegnato le dimissioni un giorno dopo essere stato designato come commissario per la sanità della Regione Calabria lo scorso 16 novembre. “Per motivi di famiglia”, spiega a Repubblica, “Mia moglie non desidera trasferirsi a Catanzaro e vorrei evitare una crisi familiare”.

L’accordo mira alla gestione dell’emergenza sanitaria che affligge la Calabria ormai da anni, ma che si è intensificata per via del Covid.

Inizieremo domani mattina a lavorare a un progetto da far partire al più presto

ha scritto Strada, fondatore dell’ONG, sul proprio profilo Facebook la sera del 17 novembre.

Sembra che il governo Conte-bis, dopo due buchi nell’acqua (di cui abbiamo parlato qui), sia riuscito a soddisfare i desideri dei cittadini (e di parte della sinistra) che vedevano il filantropo al centro della gestione emergenziale in Calabria.

E’ infatti risaputo che il sistema sanitario della regione si trovi al collasso a causa di debiti e corruzione, per cui la vera sfida del fondatore di Emergency sarà – oltre alla battaglia contro il coronavirus – quella di restituire dignità alla sanità della regione.

Parole dure da destra a sinistra

Di diverso avviso sarebbero gli esponenti di destra profondamente critici della figura di Gino Strada, tra cui spicca il presidente della regione Nino Spirlì, che nella trasmissione di Radio 24 ‘La Zanzara’ ha rivolto parole durissime nei confronti della possibilità di un nuovo commissario: “Non arriva la nomina di Strada perché dovranno passare sul mio corpo per fare le nomine, non abbiamo più bisogno di commissari”.

Anche Matteo Salvini, leader di Lega Nord, ha espresso la propria opinione su Twitter, incoraggiando che la scelta ricadesse sul professor Pellegrino Mancini, responsabile per i trapianti della regione Calabria.

Diamo ai calabresi la dignità di gestire il loro presente, la loro salute e il loro futuro.

Successivamente ha richiesto le dimissioni del Ministro Speranza tramite Twitter.

Via Cotticelli, via Zuccatelli, ora via anche Gaudio. Attendiamo se ne vada anche Speranza.

Tra lo scetticismo degli esponenti di destra e le proteste dei sindaci calabresi – che hanno manifestato la volontà di recarsi a Roma per mettere fine ad un commissariamento lungo più di dieci anni -, altri hanno invece espresso tutto il proprio sostegno al progetto di Strada.

Andrea Scanzi, giornalista, ha definito sulla propria pagina Facebook il filantropo come “una delle persone più oneste, appassionate e competenti di questo Paese”, tessendone le lodi in un lungo post e non perdendo l’occasione per sbugiardare alcune voci sul suo conto che lo ritrarrebbero come un “comunista” (in senso dispregiativo).

Chi è davvero Gino Strada

Originario di Milano, è un medico, filantropo ed attivista fondatore dell’ONG ‘Emergency’ che dal 1994 si occupa della riabilitazione delle vittime della guerra e delle mine antiuomo.

(fonte: globalist.it)

Tra il 1989 e il 1994 vive diverse esperienze come medico di guerra in zone di conflitto come Pakistan, Somalia ed Afghanistan e questo lo spingerà a fondare l’associazione umanitaria assieme alla moglie Teresa (persa nel 2009); ma lo spingerà inoltre a rigettare profondamente il concetto di guerra ed avanzare aspre critiche nei confronti di uomini di politica tendenti ad atteggiamenti belligeranti: entrano nel suo mirino figure come Silvio Berlusconi, Enrico Letta, Matteo Renzi, Mario Monti e Giuseppe Conte.

Tuttavia, per difendersi da attacchi che lo ritraevano come un pacifista radicale e moralista, ha espressamente affermato di non essere pacifista – solo contro la guerra.

In attesa di nuovi sviluppi e con una situazione sempre più incontrollabile, Strada sembra essere l’ultima speranza per molti calabresi, mentre altri rimangono disillusi su un possibile miglioramento della situazione.

 

Valeria Bonaccorso

 

Calabria rossa ma non per contagi. L’assurda vicenda da Cotticelli a Zuccatelli

Il commissario che non sapeva di essere commissario

Il Commissario alla Sanità non sapeva di essere l’incaricato a fare un “Piano Covid” non conosceva il numero dei posti letto di terapia intensiva della regione a lui affidata, finché non l’ho appreso dall’usciere. Stiamo parlando della triste vicenda di cui protagonisti sono la Calabria e il Commissario alla Sanità, Saverio Cotticelli.

Calabria zona rossa. L’inizio della vicenda

Tutto è iniziato con la firma del Dpcm del 3 novembre con il quale si è decretata la divisione dell’Italia in regioni gialle, arancioni e rosse, secondo 21 parametri e l’indice Rt. Tra quest’ultime proprio la Calabria insieme a Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta. Tutte regioni con un elevato numero di contagi, men che la Calabria, che all’inizio di novembre si ritrovava con 200 contagiati circa.

La motivazione è stata ritrovata nella mancanza di posti letto nelle terapie intensive, rischiosissima nell’eventualità di un incremento vertiginoso dei malati, e della generale inadeguatezza dell’intera macchina sanitaria. Il numero di contagiati in proporzione alla popolazione complessiva di 2 milioni, era e continua ad essere bassa. Poco prima dello scoppio della pandemia erano 107 i posti letto nelle terapie intensive, diventati poi 161, di cui solo 57 dedicati ai malati di coronavirus.

Con il Decreto Rilancio di maggio, il Governo aveva predisposto nuove risorse per tutte le regioni, in modo che riorganizzassero i sistemi sanitari, tra cui l’implemento dei posti letto, fino a che fossero circa 0,14 ogni mille abitanti ovunque nella Penisola.

Alla Calabria, per questo, sono stati riservati circa 65 milioni di euro affinché divenissero 280, in vista dell’autunno, mai usati.

L’intervista delle rivelazioni

La strana situazione, che qualche giorno fa ha iniziato a destare un malcontento generale tra i Calabresi, è arrivata all’attenzione dell’intero Paese a causa di unintervista televisiva. Il giornalista Walter Molino della trasmissione di Rai Tre “Titolo Quinto”, dopo . Subito dopo la rabbia e le dure parole del premier Conte:

“Cotticelli va sostituito con effetto immediato perché i calabresi meritano subito un nuovo commissario pienamente capace di affrontare la complessa e impegnativa sfida della sanità.“.

Cotticelli durante l’intervista (fonte: ilVibonese.it)

Un’imbarazzante escalation di risposte assurde da parte di Cotticelli.

Campano, 69 anni, generale dei Carabinieri in pensione, è stato nominato il 7 dicembre 2018, dall’allora ministro dell’Economia Tria, la ministra della Salute, Grillo, e la ministra degli Affari Regionali, Stefani, poi confermato da Conte il 19 luglio 2019. Una lunga carriera nell’Arma, che lo ha visto ricoprire anche incarichi di rilievo, non solo in Campania; dieci anni fa l’onorificenza di Commendatore, Ordine al Merito della Repubblica Italiana e nel 2012 la Presidenza del Cocer interforze. Un uomo con grande esperienza, che è finito nel ciclone di una polemica di proporzioni enormi.

Solo con le domande del giornalista di Rai Tre, Cotticelli ha appreso di esser stato designato responsabile della redazione del Piano Covid per la Calabria, dunque non la Regione. Sebbene questo sarebbe bastato a delineare una brutta figura – anzi una tragedia di cui le vittime sono i calabresi – la sua seconda gaffe è stata quella di capire, pochi momenti dopo, di aver anche organizzato e presentato un piano al Governo, da cui giungono le conferme sulle date: il potenziamento della rete ospedaliera fu predisposto dallo stessa struttura commissariale il 18 giugno scorso e integrato il 3 luglio, poi addirittura approvato dal Ministero della Salute il 16 luglio e inviato al commissario straordinario nazionale per l’emergenza Covid-19, Domenico Arcuri.

Il problema è che tutto ciò è rimasto sulla carta e non è diventato realtà, entro il termine del 3 novembre.

Le dichiarazioni shock

Cotticelli dà la sua versione da Giletti (fonte: ecodellojonio.it)

Subito dopo le dimissioni, Cotticelli ha anche giocato d’anticipo rispetto le mosse di Montecitorio. La vicenda, però, ha continuato a riservare colpi di scena ai limiti dell’assurdo: l’ormai ex Commisario alla Sanità calabrese ha detto di aver rivisto le immagini di quell’intervista e di non essersi riconosciuto.

Infatti, domenica sera, invitato nella trasmissione “Non è l’Arena” di Massimo Giletti ha dichiarato di aver trovato di pensare di esser stato addirittura drogato:

“Sto ricostruendo quello che è accaduto il giorno dell’intervista, è tutto molto strano. Gli orari, le modalità… non torna nulla.”

Cotticelli sospetta, dunque, di esser stato vittima di un boicottaggio e di esser stato reso capro espiatorio di una vicenda in cui c’entrerebbero “forze” esterne.

La versione di Cotticelli (fonte: liberoquotidiano.it)

Un nuovo Commissario alla Sanità, ma si scopre che è stato un no mask

Poco dopo revoca del suo mandato è stato nominato un nuovo commissario. Una notizia che ha generato del sollievo, durato, però pochissimo, prima dell’ennesima svolta verso l’assurdo. Giuseppe Zuccatelli, il nuovo commissario, si è scoperto esser stato scelto più per una logica di vicinanza politica. Infatti, quest’ultimo è in buoni rapporti con il ministro della Salute, Roberto Speranza.

Ciò che ha, però, sconvolto nuovamente i calabresi è stato venire a conoscenza di una dichiarazione, di cui vi è anche un video, fatta lo scorso maggio, che ha dipinto il nuovo commissario come un no mask:

“ti becchi il virus solo se ficchi la lingua in bocca ad uno per 15 minuti. La mascherina non serve a un c***o”.

Il nuovo Commissario Zuccatelli (fonte: zoom24.it)

Speriamo che, come dichiarato dallo stesso Zuccatelli, questo sia stato dovuto ad una confusione nelle prime fasi della pandemia riguardo i comportamenti da tenere per contenere i contagi, anche perché ciò che veramente non serve ai calabresi è un altro anno di cattiva gestione della Sanità, dopo dieci anni di commissariamento e un debito di 160 milioni non ancora risanato.

Rita Bonaccurso

Accesso alle cure al tempo del coronavirus: qual è la situazione mondiale dei vari sistemi sanitari

Il presidente Trump dopo il ricovero - Fonte Repubblica.it
Il presidente Trump dopo il ricovero – Fonte Repubblica.it

La notizia di alcune settimane fa riguardante la positività del Presidente USA Donald Trump al Covid-19, oltre a creare sgomento e preoccupazione in vista delle elezioni, ha fatto pensare come tutti – senza distinzione di ceto, genere o etnia – siamo uguali davanti alla malattia.

Sfortunatamente, ad oggi non possiamo dire di godere della stessa uguaglianza in merito alle medicine ed alle prestazioni sanitarie. Il tema dell’accesso alle cure e della difficoltà nel poter godere in tempi ragionevoli delle terapie necessarie è una sfida costante di tutti governi, acuitasi ulteriormente durante l’emergenza pandemica.

Ma in che modo i diversi Stati si sono organizzati per gestire questa esigenza? Quali pratiche possono essere considerate virtuose e sostenibili?

Da un confronto di vari paesi effettuato dal Guardian nel 2016, è emerso che gli elementi necessari per un servizio sanitario efficiente sono:
– Un sistema sanitario non sempre completamente “gratuito”, ma calibrato in base al reddito del paziente;
– Un investimento pubblico costante nel tempo e ben distribuito sul territorio;
– Un personale sanitario e strutture proporzionati alla popolazione.

Tenendo conto della grandezza spaziale e demografica, ogni Paese necessita di interventi diversi per colmare lacune ed esigenze differenti. Per dare un’idea del fenomeno, potremmo confrontare tre paesi molto diversi come gli USA, l’Italia e la Germania. Ogni uno di essi ha seguito percorsi alternativi per tendere al medesimo risultato: garantire a tutti i cittadini l’accesso alle cure.

Gli USA, il paese il cui presidente consigliò in piena pandemia di bere disinfettante (salvo poi smentire, dicendo che si trattava di una banale provocazione) eccellono per l’altissimo livello delle strutture ospedaliere, probabilmente tra le migliori al mondo. Di contro, il prezzo per le terapie rimane particolarmente alto e nonostante l’Obamacare (riforma volta ad ampliare, ma non ad estendere in modo universale la copertura sanitaria) gli USA restano un paese in cui la principale forma di assistenza sanitaria è in mano alle assicurazioni private.

Per contro, l’Italia offre una copertura nazionale gratuita e a basso costo. Tuttavia, spesso ciò comporta ritardi, soprattutto in alcune regioni del paese che mancano di personale e strutture. Le assicurazioni private non sono molto diffuse proprio per la vasta copertura sanitaria fornita dallo Stato. Il Servizio Sanitario Nazionale si sostiene dunque sulla tassazione generale, non esattamente un grande affare se si tiene conto del fatto che l’Italia conta ogni anno circa 211 miliardi di euro di evasione (ISTAT).

Infine, la Germania può essere considerata una via di mezzo tra un sistema altamente privatizzato (USA) ed uno generalmente sostenuto alla spesa pubblica (Italia). La Germania – classificato 5° nell’Health Care System Performance Rankings – è il paese che più ha investito in Europa in ambito sanitario. L’85% della popolazione stipula un’assicurazione tramite associazioni non profit, dai costi molto bassi (15% dello stipendio). Le visite specialistiche sono coperte, le medicine sono pagate a parte, ma mantengono dei prezzi bassi.

Fonte vivienna.it

C’è da dire che molti paesi (l’Italia in particolare) sono andati incontro ad una serie di tagli alla sanità dopo la crisi finanziaria del 2008, aggravata dalla persistente regressione economica, che ha ricevuto un ulteriore spinta causata dal Covid-19. Oltre a questo, si assiste oggi a livello globale al c.d. doppio carico della modernità, ossia l’insorgere di nuove malattie pericolose anche per i paesi avanzati, insieme (ecco il secondo carico) alle sempre più frequenti patologie croniche collegate all’allungamento della vita di molti individui che vivono in condizioni di disabilità, necessitando assistenza continua.

Riportando il focus sull’Italia, è da tenere in considerazione il fatto che la gestione sanitaria è sempre stato un continuo braccio di ferro tra esigenze di cura e bilancio pubblico, tra Stato centrale e Regioni. Questo aspetto può essere risolto con una ponderazione sotto la triplice lente finanziaria, sanitaria e giuridica al fine di assicurare non solo l’accesso alle cure a tutti i cittadini senza discriminazioni economiche, ma anche senza discriminazioni territoriali. È in tal senso che in Italia oggi è precluso alle Regioni stabilire presupposti e criteri di erogazione di un medicinale ospedaliero quando questi criteri sono già stati stilati dallo Stato (al fine di garantire i livelli essenziali di assistenza c.d. LEA).

In questo complicato contesto, la volontà politica funge da ago della bilancia: essendo numerose le strade percorribili, un occhio andrebbe gettato sul contesto ambientale, economico e sociale in cui l’autorità statale si trova ad operare. Di certo grandi territori comportano un impegno maggiore in termini di redistribuzione delle risorse, al fine di un miglior perseguimento degli obiettivi prefissati: da qui, una più stringente cooperazione aiuterebbe (e non poco).

Per usare le parole della Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, solo costruendo “a stronger European Health Union” si potranno affrontare le sfide prospettate dalla modernità. Di certo il rapporto salute – costi ha un minimo comun denominatore: “healthier we are, less we pay“, più investiamo in salute (globalmente intesa), anche prevenendo numerose malattie con stili di vita ed un ambiente più salutari, meno dovremo pagare in futuro.

In conclusione, sebbene i vari Stati percorrano strade diverse, il loro fine resta il medesimo: garantire l’accesso alla salute senza discriminazioni. L’importante è capire che queste “strade” coinvolgono una serie trasversale di operazioni, che solo in parte riguardano direttamente le spese sanitarie (pubbliche o private) e che richiedono – oggi più che mai – politiche ed interventi comuni che mirino a garantire una vera equità sociale nel lungo periodo.

Salvatore Nucera       

Fonti:
Di Rosa G., Diritto alle cure e allocazione delle risorse nell’emergenza pandemica, in SUPPLEMENTO NGCC, n.3, 2020 Consiglio di Stato, Sez. III, 29 settembre 2017, n. 4546, con commento di Tubertini C., L’assistenza farmaceutica fra tutela della salute e governo della spesa sanitaria, in Giornale di diritto amministrativo n-1, 2018

Covid19: il sesso maschile è veramente piú a rischio?

Nonostante sia già da tempo noto come Sars-coV-2 riesca ad infettare l’organismo umano colonizzandone le cellule ospiti, non è ancora noto il motivo per il quale l’infezione abbia un impatto differente su diverse popolazioni di pazienti. Infatti, se da una parte il virus colpisce entrambi i sessi e soprattutto tutte le età, sembra emergere ultimamente da recenti studi che la malattia possa avere maggiore prevalenza nel sesso maschile, attaccandolo inoltre in maniera più aggressiva.

Nature “Sex differences in SARS-CoV-2 infection rates and the potential

link to prostate cancer”

ll diverso grado di severità della malattia appariva già molto evidente dai primi studi cinesi dove si registrava una mortalità pari al 2,8% nel sesso maschile contro la percentuale di 1,7% relativa al sesso femminile. Seguono di pari passo gli studi riportati dagli Stati Uniti dove i dati risalenti allo scorso mese di Giugno, inerenti alla sola metropoli di New York, riportano una mortalità relativa al sesso pari al 42% nelle donne e al  51% negli uomini. I numeri del nostro Paese sembrano confermare quanto sostenuto da quelli precedenti con un rapporto di 3:1 a favore degli uomini. Ma cosa c’è alla base di questa evidente discrepanza? Proprio dalle ultime analisi che hanno iniziato a considerare in maniera importante questa correlazione, fino a qualche mese fa ignorata, sembrano emergere due importanti elementi rappresentati da:

– presenza di comorbiditá nel paziente

– età del paziente

Come influiscono le comorbiditá sul paziente maschio?

La relazione tra infezione da Sars-coV-2 e comorbiditá è complessa, ma basandoci su dati oggettivi sappiamo per certo che le comorbiditá sono presenti in circa il 71% dei ricoveri ospedalieri e nel 90% dei pazienti ricoverati in ICU. Nello specifico sembrano contribuire ad un esordio più severo della malattia e ad un altrettanto tumultuoso decorso nei pazienti ospedalizzati, secondo quanto riportato dagli ultimi studi cinesi: diabete, COPD, ipertensione e pregressa o attuale storia di cancro, tutti fattori di rischio statisticamente appannaggio dell’uomo. A sostegno di ciò un recentissimo articolo pubblicato sulla rivista internazionale ” Nature ” riporta uno studio eseguito su 168 pazienti severamente colpiti dalla malattia, dal quale si evince che i pazienti maschi percentualmente avevano più comorbiditá e soprattutto che gli uomini con comorbiditá dimostravano condizioni molto più critiche rispetto a quelli senza alcuna comorbiditá. Sicuramente in aumento, anche per via di un approccio multifarmacologico sempre piú efficiente, è lo scompenso cardiaco a proposito del quale si è visto che studi di coorte, effettuati su plasma di pazienti con scompenso cardiaco hanno rilevato che i livelli di ACE-2 nel plasma degli uomini erano sicuramente piú elevati rispetto a quelli delle donne nonostante la comune comorbiditá. Ultimo aspetto da non trascurare è la correlazione con il fumo di sigaretta, del quale storicamente hanno più abusato gli uomini e che sembra essere strettamente correlato ad una maggiore espressione di ACE2 a livello alveolare, il che tradotto in probabilità espone gli uomini ad un rischio più alto di sviluppare polmonite da Covid-19.

 

Fattore età e possibile correlazione con il carcinoma prostatico

L’età è sicuramente il fattore di rischio più importante ed è ben nota la correlazione tra l’ età avanzata e una mortalità precoce. Importante sembra essere anche la stretta correlazione tra sesso, comorbiditá ed età in quanto gli uomini in età avanzata hanno più comorbiditá rispetto alle donne e quindi un risvolto prognostico peggiore rispetto a queste ultime. In merito a ciò i dati provenienti dalla Cina indicano una mortalità 20 volte maggiore nei soggetti con un’ età superiore ai 60 anni rispetto ai più giovani, mortalitá che tenderebbe ad aumentare anche nella fascia tra i 60 e gli 80 dove gli ultraottantenni hanno un rischio raddoppiato rispetto ai sessantenni. Coerentemente con i dati riportati, il CDC ( Centre for Disease Control and Prevention) indica come principale fattore di rischio per i quadri più severi da Covid-19 l’età maggiore ai 65 anni subito seguita da malattie polmonari croniche, malattie cardiovascolari, obesità, diabete, soppressioni immunitarie e grave insufficienza renale.

Quale sarebbe allora il legame con il carcinoma prostatico?

Il carcinoma prostatico è un adenocarcinoma acinare oggi fortunatamente prevedibile che , insieme alla ipertrofia prostatica, riconosce due importantissimi fattori di rischio: etá avanzata e fattori di rischio quali ipertensione, fumo e diabete i quali come appare evidente notare sono gli stessi che aumentano l’incidenza di infezione da Sars-coV-2 nel maschio. A questo si aggiungono altri due importanti elementi:

– i pazienti con carcinoma della prostata sono molto più vulnerabili alle complicanze legate all’infezione a causa del loro stato di salute compromesso;

– gli uomini anziani con carcinoma prostatico e comorbiditá sono il gruppo più a rischio di infezione e complicanze annesse  rispetto a tutti quelli analizzati;

Fattori di rischio comuni tra covid-19 e carcinoma prostatico

In conclusione sembra importante anche il ruolo degli androgeni in ambedue le condizioni: se infatti questi da una parte hanno un ruolo nella risposta all’infezione virale dall’altra il recettore degli androgeni (AR) gioca un ruolo fondamentale nella regolazione della omeostasi prostatica, infatti una disregolazione androgenica o associata al recettore AR è responsabile di carcinoma prostatico. La sorprendente scoperta che rafforzerebbe oltremodo la correlazione deriva proprio da quest’ultima constatazione. Sembra infatti che una disregolazione androgenica sia altresì responsabile di un impatto sul sistema immunitario alterando l’attività delle cellule immunitarie implicate nella lotta contro il virus, rendendosi perciò responsabile di una vera e propria azione immunosoppressiva spianando perciò la strada all’infezione in soggetti con carcinoma prostatico in atto.

Se la correlazione con il sesso maschile appare insindacabile occorre comunque approfondire la vera suscettibilità dei pazienti con carcinoma prostatico a Covid-19 la quale, nonostante le recenti evidenze di sovrapposizione biologica e comorbiditá , necessita comunque di  ulteriori studi a riguardo.

Saro Pistorìo

 

Per approfondire:

 

 

 

Tracce di Sars-Cov-2 nello sperma: possibile la trasmissione sessuale?

Un team di ricerca cinese ha rilevato RNA virale del Coronavirus SARS-CoV-2 nello sperma di alcuni pazienti affetti da COVID-19. Il virus può essere trasmesso sessualmente? Che rischi corrono i pazienti di sesso maschile? 

In questi mesi, in cui il virus ha destato preoccupazione a livello mondiale, sono stati condotti diversi studi sulle possibili vie di trasmissione: la principale via di trasmissione del virus, secondo l’OMS, in base ai dati attualmente disponibili, avviene attraverso il contatto stretto e diretto con soggetti presentanti l’infezione da SARS-CoV-2.

Ma uno studio, condotto da un team dell’Ospedale Municipale di Shangqiu e pubblicato il 7 Maggio sul Journal of American Medical Association, ha dimostrato la presenza del virus nel liquido spermatico dei pazienti.

Lo studio ha preso in esame tutti i pazienti di sesso maschile e di età posta al di sopra dei 15 anni, ricoverati in ospedale tra il 26 gennaio e il 16 febbraio. Tra 50 potenziali pazienti, lo studio ne ha coinvolti 38 (gli altri 12 pazienti a causa di comorbilità, disfunzione erettile o del coma farmacologico in terapia intensiva non sono stati in grado di fornire il campione biologico).

Su 38 pazienti:

  • 23 (rappresentati il 60,5% del campione totale) erano guariti clinicamente, non presentavano la classica sintomatologia, motivo per il quale si attendeva solo il tampone negativo per le dimissioni;
  • 15 (rappresentanti il 39,5% del campione totale) attraversavano la fase acuta dell’infezione.

Cosa ha dimostrato lo studio?

I risultati del test hanno dimostrato che circa il 16% dei pazienti presentava SARS-CoV-2 nello sperma, nello specifico:

  • il 25% del campione stava affrontando la fase acuta dell’infezione;
  • il 9% stava affrontando la fase di guarigione.

Diangeng Li del Chinese General’s Liberation Army General Hospital di Pechino ha riferito: “Anche se il virus non è in grado di replicarsi nel sistema riproduttivo maschile, può persistere, probabilmente a causa dell’immunità privilegiata dei testicoli”. Immunità privilegiata significa che il sistema immunitario non può raggiungere completamente la regione per attaccare gli invasori virali.

Non è una scoperta sorprendente, in quanto molti virus possono sopravvivere nel tratto riproduttivo maschile; tipici esempi sono forniti dai virus Ebola e Zika che si trovano nello sperma anche a distanza di mesi dopo il recupero del paziente. Lo stesso studio ha dimostrato che le positività o meno al test sullo sperma non erano influenzate dall’età del paziente, da pregresse patologie urogenitali, o dalla fase che il paziente stava affrontando della patologia infettiva.

A cosa può andare incontro un paziente di sesso maschile?

La recente pandemia dovuta al SARS-CoV-2 ha sollevato diverse preoccupazioni nella medicina riproduttiva. La Società Italiana di Andrologia e Medicina Sessuale ha cercato di condurre diversi studi ma, a causa delle prove limitate, non è stato possibile formulare raccomandazioni secondo i criteri Levels of Evidence di Oxford 2011.

Secondo la Società Italiana di Andrologia e Medicina Sessuale diverse caratteristiche molecolari di SARS-CoV-2 possono giustificare la sua presenza all’interno del testicolo e possibili alterazioni della spermatogenesi e della funzione endocrina:

L’orchite è stata segnalata come una possibile complicanza dell’infezione da SARS-CoV-2. Da un punto di vista fisiopatologico, l’orchite potrebbe essere il risultato di una vasculite, in quanto la COVID-19 è stata associata ad anomalie della coagulazione. A questo fattore fisiopatologico, bisogna aggiungere, anatomicamente, la vascolarizzazione segmentaria del testicolo. Inoltre, i dati derivati ​​da pazienti, presentanti l’ infezione, suggeriscono che in caso di guarigione soprattutto in età fertile, i pazienti dovrebbero essere sottoposti alla valutazione della funzione gonadica, compresa l’analisi del seme per confermare (o escludere) la presenza di rischi per i gameti maschili che sono destinati alla crioconservazione in azoto liquido o a tecniche di riproduzione assistita.

A cosa può andare incontro una paziente di sesso femminile?

Il virus modula l’espressione dell’ACE2 nelle cellule ospiti: è un componente fondamentale del sistema renina-angiotensina ed esercita le sue funzioni fisiologiche modulando i livelli di angiotensina II (Ang II). Gli studi disponibili suggeriscono che l’ACE2 sia ampiamente espresso nelle ovaie, nell’utero, nella vagina e nella placenta, regolando lo sviluppo e l’ovulazione del follicolo. Nello specifico, esplicano la loro azione fisiologica modulando l’angiogenesi e la degenerazione luteale e influenzando i cambiamenti regolari nel tessuto endometriale. Considerando queste funzioni, SARS-CoV-2 può influenzare le funzioni riproduttive femminili attraverso la regolazione di ACE2.

Allarme per i rapporti sessuali?

Non è ancora chiaro se il nuovo Coronavirus possa diffondersi sessualmente, in quanto trovare tracce di SARS-CoV-2 nello sperma non significa necessariamente che quest’ultimo sia contagioso. Non è ancora chiara nemmeno la tempistica di sopravvivenza del virus nel liquido spermatico, motivo per il quale gli scienziati consigliano di attuare delle norme preventive comprendenti l’astinenza o l’uso del preservativo.

Caterina Andaloro

Bibliografia:

Ashour HM, Elkhatib WF, Rahman MM, Elshabrawy HA. Insights into the recent 2019 novel coronavirus (SARS-CoV-2) in light of past human coronavirus outbreaks. Pathog (Basel, Switzerland). 2020;9(3):186. doi: 10.3390/pathogens9030186;

Peng X, Xu X, Li Y, Cheng L, Zhou X, Ren B. Transmission routes of 2019-nCoV and controls in dental practice. Int J Oral Sci. 2020;12:9. doi: 10.1038/s41368-020-0075-9;

Cascella M, Rajnik M, Cuomo A, Dulebohn SC, Di Napoli R (2020) Features, evaluation and treatment coronavirus (COVID-19);

19, situation report update at 13 April 2020. https://www.salute.gov.it/portale/news/p3_2_1_1_1.jsp?lingua=italiano&menu=notizie&p=dalministero&id=4228.

 

Covid-19, quali mascherine per la Fase 2: chirurgiche, FFP2 e “Fai da te”

Indossare delle mascherine può aiutare a proteggere se stessi e gli altri dal contagio da SARS-CoV-2? Quali tipi di mascherine possono essere utili, come vanno indossate, rimosse e sanificate qualora le si voglia riutilizzare?

Il nuovo Coronavirus (denominato SARS-CoV-2) è un virus respiratorio che si diffonde fondamentalmente attraverso il contatto stretto con una persona infetta. I coronavirus hanno dimensioni di 100-150 nanometri di diametro (600 volte più piccoli di un capello), motivo per il quale tra le principali vie di trasmissione bisogna annoverare le goccioline (droplets) delle secrezioni di naso e bocca che vengono emanate durante la normale respirazione, quando si parla, e in grandi quantità in caso di tosse e starnuti (In particolare, lo starnuto può spingere queste goccioline ad una distanza di 4 metri). In casi rari il contagio può avvenire attraverso contaminazione fecale e normalmente le malattie respiratorie non si trasmettono attraverso gli alimenti, rispettando le corrette pratiche igieniche ed evitando il contatto fra alimenti crudi e cotti.

Tra le norme emanate dal Ministero della Salute, per far fronte all’epidemia da SARS-CoV-2 , vi è l’uso delle mascherine, queste ultime si dividono in due categorie:

  1. Mascherine chirurgiche, progettate per proteggere il paziente dalla contaminazione da parte degli operatori sanitari;
  2. FFP1, FFP2 e FFP3 (o N95, N99 e N100 nella normativa americana), progettate per proteggere gli operatori dalla contaminazione esterna e per questo denominate Dpi (Dispositivi di protezione individuale). 

MASCHERINE CHIRURGICHE

Le mascherine chirurgiche presentano due o tre strati di “tessuto non tessuto” (Tnt) costituito da fibre di poliestere o polipropilene:

  1. Lo strato che entra in contatto con l’esterno presenta un materiale di tipo spun bond (un tessuto non tessuto usato nel settore automobilistico e industriale) che, con l’effettuazione di un trattamento idrofobo, ha la funzione di conferire resistenza meccanica alla mascherina e proprietà idrofoba.
  2. Lo strato intermedio è costituito da Tnt prodotto con tecnologia melt blown e costituito da microfibre di diametro 1-3 micron, motivo per il quale svolge la funzione filtrante.
  3. Un eventuale terzo strato, tipicamente in spun bond, è a contatto con il volto e protegge la cute dallo strato filtrante.

Le mascherine chirurgiche sono contraddistinte da una capacità filtrante quasi totale verso l’esterno, superiore al 95% per i batteri, mentre hanno una ridotta capacità filtrante verso l’interno, ovvero verso chi le indossa (circa il 20%) non solo per l’aderenza al volto non particolarmente elevata ma anche per la mancata capacità di trattenere particelle fini o molto fini. Pertanto, se ben indossate, sono molto efficaci nell’impedire a chi le indossa di contagiare altre persone, ma non garantiscono una protezione elevata nei confronti dei virus che provengono dall’esterno.

MASCHERINE FFP1, FFP2 e FFP3

«Sono dispositivi di protezione individuale pensati per un uso industriale per proteggere da polveri, fumi e nebbie» spiega Pierpaolo Zani, General Manager di Bls, azienda italiana specializzata nella produzione di prodotti per la protezione respiratoria. I filtranti facciali vengono impiegati anche in ambito sanitario, nei reparti di malattie infettive per la loro elevatissima capacità di filtraggio dell’aria. Sono realizzati con tessuti-non-tessuti con proprietà e funzionalità differente:

  1. Lo strato esterno della mascherina protegge dalle particelle di dimensioni più grandi;
  2. Lo strato intermedio è solitamente in tessuto melt blown e filtra le particelle più piccole;
  3. Lo strato interno, a contatto con il volto, ha la doppia funzione di mantenere la forma della maschera e di proteggere la maschera dall’umidità prodotta con il respiro, tosse o starnuti.

La loro elevata capacità filtrante è associata agli strati filtranti che agiscono meccanicamente (come un setaccio) per particelle fino a 10 micron di diametro. Sotto queste dimensioni, l’effetto più importante è quello elettrostatico: la fibre cariche elettrostaticamente attirano e catturano le particelle. Tutte aderiscono bene al viso, e tutte sono disponibili in versione con e senza valvola.

 

DA COSA CI PROTEGGONO LE FFP1?

Le maschere respiratorie della classe di protezione FFP1 sono adatte per ambienti di lavoro nei quali non si prevedono polveri e aerosol tossici o fibrogeni. Queste filtrano almeno l’80% delle particelle che si trovano nell’aria fino a dimensioni di 0,6 μm e possono essere utilizzate quando il valore limite di esposizione occupazionale non viene superato di oltre 4 volte. Vengono particolarmente utilizzate nel settore edile o nell’industria alimentare.

DA COSA CI PROTEGGONO LE FFP2?

Le maschere respiratorie della classe di protezione FFP2 sono adatte per ambienti di lavoro nei quali l’aria respirabile contiene sostanze dannose per la salute e in grado di causare alterazioni genetiche. Queste devono catturare almeno il 94% delle particelle che si trovano nell’aria fino a dimensioni di 0,6 μm e possono essere utilizzate quando il valore limite di esposizione occupazionale raggiunge al massimo una concentrazione 10 volte superiore. Le maschere respiratorie della classe di protezione FFP2 vengono utilizzate nell’industria metallurgica o nell’industria mineraria in cui i lavoratori entrano in contatto con aerosol, nebbie e fumi.

DA COSA CI PROTEGGONO LE FFP3?

Le maschere respiratorie della classe di protezione FFP3 offrono la massima protezione possibile dall’inquinamento dell’aria respirabile. Con una perdita totale del 5% max. e una protezione necessaria pari almeno al 99% dalle particelle con dimensioni fino a 0,6 μm, sono inoltre in grado di filtrare particelle tossiche, cancerogene e radioattive. Queste maschere respiratorie possono essere utilizzate in ambienti di lavoro nei quali il valore limite di esposizione occupazionale viene superato fino a 30 volte il valore specifico del settore (industria chimica).

Le mascherine si possono utilizzare più di una volta?

Le mascherine chirurgiche sono monouso e non ci sono procedure, scientificamente validate, per la loro «disinfezione» in quanto  disinfettanti o vapori di aria calda potrebbero danneggiarne il tessuto, con successiva perdita dell’ azione di barriera. Considerando la scarsa disponibilità di mascherine chirurgiche, in assenza di una nuova mascherina, si può lasciare la mascherina già utilizzata all’aria aperta per almeno 12 ore prima di riutilizzarla o almeno 4 giorni (per spegnere un’eventuale traccia del virus), facendo attenzione a non toccare la parte interna della mascherina. In caso di riutilizzo bisogna ulteriormente mantenere le distanze di sicurezza con la consapevolezza di una riduzione dell’efficacia della capacità di barriera.

I filtranti facciali FFP1, FFP 2 e FFP 3 possono essere riutilizzati se non vi è usura del materiale. I trattamenti possibili di rigenerazione sono tre:

  1. Esposizione ad alta temperatura (superiore a 60°) in ambiente umido (come indicato dall’istituto statunitense NIOSH per il SARS-CoV-2);
  2. Esposizioni ai raggi ultravioletti;
  3. Trattamento con soluzioni idroalcoliche al 60/70%. Esso è il trattamento più efficace ai fini del mantenimento delle proprietà meccaniche, inclusa la forma.
    Tuttavia, sulla validità di questi metodi non vi è accordo scientifico.

Le mascherine “fai da te” sono davvero utili?

In uno studio, condotto dal Departments of Civil and Environmental Engineering and Marine and Environmental Sciences Northeastern University of Boston, sono state valutate 10 mascherine di stoffa realizzate con tessuti di provenienza locale di diversi design, e 3 mascherine di tipo chirurgico. Le mascherine chirurgiche standard, se indossate con un filo metallico di regolazione sul naso, hanno avuto un’efficienza media del 75%. Le mascherine di stoffa hanno avuto tassi di efficienza filtrante inferiori (tra il 38% e il 96%) rispetto alle mascherine chirurgiche (3M considerate come punto di riferimento e livello base). Nessun modello ha avuto risultati pari a quelli dei respiratori N95 e in genere le mascherine di tessuto fornivano la metà della protezione rispetto alle maschere chirurgiche standard. I ricercatori hanno provato a “migliorare” le mascherine di stoffa sovrapponendo uno strato di calza di nylon per ridurre la perdita di aderenza attorno ai bordi del volto e migliorare l’efficienza filtrante delle particelle. Lo stesso studio ha dimostrato che l’aggiunta della calza in nylon ha migliorato l’efficienza da 15 a 50 punti percentuali.

Caterina Andaloro

Bibliografia:

https://www.uvex-safety.it/it/know-how/norme-e-direttive/respiratori-filtranti/significato-delle-classi-di-protezione-ffp/

http://www.salute.gov.it/nuovocoronavirus?gclid=Cj0KCQjwy6T1BRDXARIsAIqCTXoNTiwj7C120buZEM-vTSvDR5bhw5kWW8boFOmZQlNEWTFW-6-QHXEaAonJEALw_wcB

https://www.suva.ch/it-CH/materiale/Sched-tematiche-factsheet/i-dpi-delle-vie-respiratorie

 

Il 4 maggio il via alla fase due: distanza sociale e graduale ripartenza

Forza, coraggio, metodo e rigore.

Sono queste le parole-chiave con le quali il Presidente del Consiglio Conte ha esordito nella conferenza stampa di ieri sera convocata per l’annuncio del nuovo attesissimo Dpcm.

Rivolgendosi, come forse mai aveva fatto direttamente ai cittadini, il Premier ha esposto le misure, le disposizioni e le prescrizioni relative alla «fase 2» dell’emergenza coronavirus, la fase della convivenza con il nemico invisibile.

Evitare il rischio (scellerato e che non possiamo permetterci) che arrivi una seconda ondata di contagi: questo il “claim” fondamentale che ha attraversato in parallelo tutto il discorso trasmesso in diretta nazionale.

Conte ha ribadito la stringente necessità di rispettare le precauzioni, anche nelle relazioni con i propri familiari.
L’unico modo responsabile ed efficace per convivere con il virus è di mantenere la distanza sociale almeno un metro: «se vuoi bene all’Italia devi evitare la diffusione del contagio».

Le diposizioni del nuovo Dpcm per la Fase 2 saranno valide dal 4 al 17 maggio 2020; alle imprese che potranno riaprire verrà permessa la ripartenza mediante attività propedeutiche a partire dal 27 aprile.

Sarà possibile spostarsi, all’interno della propria regione, anche per visitare i propri familiari, nel rispetto delle distanze e con l’utilizzo delle mascherine. Resta in vigore l’autocertificazione.

E’ consentito tornare alla propria residenza, fare sport lontano da casa purché si rispetti la distanza di due metri.

Non sarà però ancora possibile spostarsi in altre regioni, eccezion fatta per urgenti motivi di salute o di lavoro.

Graduale ed appannata ripartenza anche per il settore della ristorazione, dove sarà aggiunta alle attività di servizio a domicilio anche la possibilità  di asporto.

Dal 4 Maggio, inoltre, potranno riaprire parchi e giardini pubblici (nel consueto rispetto della distanza di sicurezza); si potranno celebrare funerali con la partecipazione di non più di 15 persone (dotate dei presidi di sicurezza).

Confermato con rigore il divieto assoluto per tutte le modalità di assembramento in luoghi pubblici e privati.

 

Per la vendita al dettaglio ed i luoghi di cultura (musei, istituti d’arte) dovremo pazientare fino al 18 maggio.

Più dure e rigorose le misure prescrittive per le attività che si prestano naturalmente allo sviluppo di dinamiche di relazione sociale come bar, esercizi commerciali legati alla ristorazione e centri estetici potranno tornare ad essere frequentati dal 1 giugno.

Quanto alle scuole, Conte ha spiegato che tenere chiuse le scuole significa seguire con rigore e lungimiranza le indicazioni scientifiche degli esperti; riaprire irresponsabilmente gli istituti scolastici ed universitari comporterebbe una potenziale nuova esplosione di contagi, che rischierebbe di vanificare gli sforzi ed i sacrifici prodotti dagli italiani.

Il presidente del Consiglio ha dedicato un passaggio del suo discorso anche al tema caldissimo dell’Unione Europea.

Conte ha parlato del Recovery Fund come di un risultato storico, che adesso va traslato in termini di lavoro tecnico, affinché si eviti che questo strumento si trasformi in una macchina crea-debito.

L’arma della ragionevolezza, della pacatezza lucida e della lungimiranza pare stia iniziando a dare i suoi frutti nel contesto delle trattative europee.

Seguiranno sicuramente settimane difficili ma che, se affrontate con responsabilità e senso civico, potrebbero rivelarsi decisive nella prospettiva di una lenta e difficile guerra al coronavirus che pare, purtroppo, solo all’inizio.

Antonio Mulone