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Una resistenza che uccide

Quando si parla di antibiotici viene sempre fuori il nome di Alexander Fleming, il ben conosciuto batteriologo inglese che riuscì a caratterizzare la penicillina nel 1928. Tuttavia, senza peccare troppo di patriottismo, sarebbe opportuno ricordare che il primo ricercatore a cui si deve la scoperta di questi farmaci rivoluzionari è stato l’italiano Vincenzo Tiberio. Questo grande sconosciuto fu ufficiale medico del Corpo sanitario della Marina Militare. Nel 1895, in seguito ad un caso puramente fortuito- del resto si sa, le migliori scoperte capitano così- descrisse per la prima volta il potere battericida di alcune muffe, anticipando quindi di circa 30 anni la scoperta del famoso britannico.

Ad ogni modo, da allora sino ad oggi, la lista dei farmaci antibiotici è stata notevolmente impinguata; de facto, disponiamo di un’ampia gamma di prodotti capaci di neutralizzare in modi differenti il potenziale patogeno degli onnipresenti naturali, i microrganismi.

Senonché l’entusiasmo per questi risultati comincia ad essere gravemente smorzato da una condizione peculiarissima che ha cominciato a farsi strada proprio quando l’impiego di questi mezzi terapeutici è divenuto di “routine”. Si tratta della cosiddetta “antibiotico resistenza”, una condizione che costringe a ricercare nuove molecole per contrastare i microbi che non rispondono più positivamente al trattamento con i comuni antibiotici.

Peccato che la ricerca in questo campo non sia affatto semplice e proceda a rilento. Contemporaneamente, in tutto il mondo, le stime contano circa 700.000 persone l’anno che cadono vittime di infezioni farmaco resistenti. Se il trend non dovesse cambiare, stando sempre alle statistiche, i decessi potrebbero raggiungere la  spaventosa cifra di ben 10 milioni all’anno nel 2050.

In questo desolante quadro si inserisce la curiosa attività di ricerca dell’Ancientbiotics team, un gruppo di microbiologi, esperti di storia medievale, chimici delle tecnologie farmaceutiche, parassitologi e data scientists appartenenti a diverse università e paesi. La cifra di questo gruppo di ricerca, sostanzialmente, consiste nel ritenere possibile la risposta a questa crisi degli antibiotici nella storia della medicina. Così, si sta tentando una riscoperta del passato, si cerca di capire come i medici nell’era pre-moderna trattassero le infezioni e se effettivamente le loro cure fossero efficaci.

Dopo anni di intenso lavoro per cercare, tradurre e classificare i dati sono venuti fuori i primi risultati. Nel 2015 è stato pubblicato uno studio pilota basato su una formula vecchia 1000 anni, la cosiddetta lozione per gli occhi di Bald, tratta dal “Bald’s Leechbook”– un testo in antico inglese sulla medicina. Questa lozione, stando alle testimonianze scritte, veniva usata per curare l’orzaiolo, o altre infezioni al follicolo delle ciglia. Ai nostri giorni, un agente eziologico comune di questa infezione, si sa essere lo Staphylococcus Aureus. Si tratta di una specie batterica che comincia a costituire una vera e propria emergenza sanitaria per la meticillino- resistenza di alcuni stipiti detti, in gergo, MRSA (la meticillina è un farmaco che agisce contro la parete cellulare del batteri e li neutralizza).

Stafilococchi e MRSA  sono responsabili di diverse infezioni croniche, incluse quelle da ferite, sepsi e polmonite. Nella ricetta ricavata dallo studio si legge di raccogliere vino, aglio, porro o cipolle e fiele di bue, quindi mescolarli e farli riposare in un contenitore di ottone per nove giorni prima dell’impiego.

I membri del team sono stati molto attenti nel rispettare le procedure così come venivano indicate e, alla fine, il preparato si è rivelato essere un potente agente anti-stafilococchi, infatti ha ripetutamente ucciso le colonie batteriche in dei modelli di infezione in vitro. Inoltre, è stato capace di di uccidere MRSA in dei modelli murini di ferite con infiammazione cronica.

Non c’è dubbio che i risultati ottenuti siano molto incoraggianti, ma soprattutto, potrebbero far riflettere su quanto la  medicina europea pre-moderna sia stata poco studiata nel suo potenziale clinico, se paragonata, ad esempio, alla tradizione farmacologica di molte altre parti del mondo ( quella cinese, per esempio).  Probabilmente, l’idea in cui siamo stati riciclati – da secoli ormai- del medioevo come un’epoca “buia”, priva del “lume della ragione” ha contribuito a perpetuare il mito per cui non varrebbe la pena, o comunque sia poco utile investire nello studio alla scoperta di quest’epoca storica, durata ben 10 secoli!

Mentre l’ancientbiotics team era alle prese con il lavoro di ricerca, la chimica Tu Youyou riceveva il premio nobel per la fisiologia e la medicina in seguito alla sua (ri)scoperta delle proprietà antimalariche dell’Artemisia Annua- una pianta i cui decotti venivano usati nell’antica medicina cinese come antifebbrile.

E’ possibile che si nasconda un altro potenziale antidoto contro le infezioni microbiche nella letteratura medica dell’Europa medievale?

Solo lo studio potrà dirlo, certo che l’idea di costituire un database contente tutte le antiche formule a cui i moderni laboratori di ricerca possano liberamente accedere per sperimentare nuovi farmaci sembra davvero eccitante e promettente. Certamente non verrano replicate alcune pratiche che l’esperienza, ormai, ha rivelato essere inefficaci e anche dannose come la “teoria degli umori”; tuttavia c’è ragione di credere che possa esserci una metodologia dietro la pratica medica dei nostri predecessori, avvalorata e sostenuta da una lunga tradizione di osservazione e sperimentazione. Ed è proprio questo potenziale che si vuole scoprire.

Insomma, per dirla con il Manzoni: “ai posteri l’ardua sentenza”, mentre rimane un fatto che il medioevo ci stia, comunque, sempre tra i piedi, e per alcuni, anche sul naso…

Come farei a lezione senza i miei ocules vitrei cum capsula?!

( Gli occhiali assieme a tante altre cose non sospette, son stati inventati proprio in quest’epoca, definita sbrigativamente “di mezzo”… ma questa è un’altra storia!).

Ivana Bringheli

 

di Redazione UniVersoMe

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