I numeri del Covid-19: lo studio dell’INPS rileva molti più morti rispetto ai dati ufficiali

Sono passati quasi quattro mesi da quando il 30 gennaio sono stati confermati all’Istituto Spallanzani i primi due casi di Coronavirus in Italia, una coppia di turisti cinesi, e poco più di tre mesi da quando a Codogno, in provincia di Lodi, si è verificato il primo caso di trasmissione secondaria. Da allora il Covid-19 è entrato prepotentemente nella nostra vita quotidiana e gli aggiornamenti della Protezione Civile sono, e restano, un punto di riferimento per l’analisi del fenomeno.

L’INPS ha pubblicato uno studio in cui analizza l’incidenza effettiva della pandemia sul numero dei decessi verificatosi dall’inizio del 2020 rispetto agli anni precedenti. Il confronto è con il quinquennio precedente (2015-2019), di cui l’INPS ha costruito una media dei decessi giornalieri ponderata con la popolazione residente denominata baseline.

Un primo elemento di rilevo che appare nello studio è che tra gennaio e febbraio di quest’anno il numero di decessi ha ricalcato sostanzialmente quello indicato dalla baseline arrivando, addirittura, in alcuni punti ad essere inferiore. Una possibile causa di questo trend può essere dovuta a una minore incidenza della mortalità dell’influenza stagionale.

Le cose cambiano nei due mesi successivi. Tra il primo marzo e il 30 aprile ci sono state circa 47mila morti in più rispetto alla media del quinquennio precedente nel medesimo periodo. Di queste 47mila morti solo 28mila decessi sono stati ufficialmente attribuiti al Coronavirus. Uno scarto di circa 19mila morti non finito nei bollettini ufficiali delle regioni e della Protezione Civile. Una conferma dell’indiscrezione, nota ormai da mesi, che il bilancio reale dei decessi dovuti all’epidemia da coronavirus è assai più elevato di quello ufficiale.

Quasi sicuramente parte di queste 19mila morti non è stata riportata nei bollettini ufficiali perché non dovuta direttamente al Covid-19, ma alle conseguenze più o meno dirette dell’epidemia. Le misure restrittive, rimaste in gran parte in vigore fino al 4 maggio e da allora progressivamente in calo, unite all’allarmismo generale hanno drasticamente condizionato il comportamento dei cittadini nel breve periodo. È indiscutibile che il lockdown oltreché aver limitato la diffusione del virus abbia avuto il merito di far calare i numeri relativi ad alcuni tipi di decessi, ad esempio quelli dovuti ad incidenti stradali e sul lavoro. È pur vero che il sistema sanitario, pesantemente sovraccaricato in alcune regioni del nord-ovest, ha peggiorato l’assistenza di altri pazienti con ulteriori patologie o colpiti da improvvisi problemi di salute. Inoltre l’aumento dei tempi di attesa e la dedizione del personale sanitario all’emergenza hanno disincentivato i cittadini ad andare in ospedale: i pazienti avrebbero spesso rinunciato  per paura del contagio, e conseguentemente non avrebbero potuto ricevere le cure che in condizioni normali avrebbero salvato loro la vita.

L’INPS stessa non mancato di affermare nel report che il bilancio reale dovuto all’epidemia è certamente superiore a quello riportato da fonti ufficiali: i decessi in eccesso infatti riguardano geograficamente e demograficamente le stesse sacche di popolazioni colpite più duramente dal virus. La distribuzione territoriale di questi decessi, dunque, combacia con quella della diffusione del Coronavirus in Italia. Al Nord la mortalità tra i maschi è aumentata del 94 per cento, tra le femmine del 75 per cento; al Centro è cresciuta del 14 per cento e dell’8 per cento, al Sud del 6 per cento e del 4 per cento. Gli incrementi sono superiori, come è facile prevedere, tra le fasce d’età più anziane. Una spiegazione di questa discrepanza può essere attribuita al fatto che i test virologici, gli unici che possono far finire una persona nei bollettini ufficiali, sono stati fatti prevalentemente in ospedale, e molto difficilmente una procedura simile si verifica quando il decesso è avvenuto in casa.

Filippo Giletto

di Attualita

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