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Approfondimento sul Referendum Costituzionale: le ragioni del SI e del NO

Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n. 240 del 12 ottobre 2019?

 

 

Tra il 20 e il 21 settembre i cittadini potranno confermare o meno il testo della legge costituzionale che modifica gli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione.

La legge, approvata in doppia lettura da entrambe le Camere a maggioranza assoluta, come previsto dall’articolo 138 della Costituzione per qualsiasi proposta di revisione costituzionale, non ha superato la soglia della maggioranza qualificata dei due terzi ed è stato dunque possibile per 71 senatori richiedere la consultazione referendaria. Originariamente prevista per il 29 marzo di quest’anno, e rinviata per le problematiche note ormai a tutti noi, la consultazione potrà finalmente svolgersi a quasi un anno di distanza dall’approvazione in via definitiva della legge.

Oggetto della riforma costituzionale proposta dalle forze di maggioranza al Parlamento è l’abbassamento del numero dei deputati da 630 a 400 e dei senatori eletti da 315 a 200 nonché la fissazione di un numero massimo dei senatori a vita pari a 5. Il quadro che si delineerebbe in caso di esito favorevole sarebbe quello di una diminuzione del 36,5% del numero totale dei parlamentari, che passerebbero dall’essere 945 a 600, di cui 12 per i cittadini italiani residenti all’estero, invece di 18, e una riformulazione dei criteri di ripartizione dei seggi per il Senato che tenga in considerazione non solo le Regioni ma anche le Province Autonome.

Si tratta del quarto referendum costituzionale nella storia repubblicana e come i precedenti, datati 2001, 2006 e 2016, sarà destinato a far discutere a lungo indipendentemente dal risultato finale.

Le ragioni che hanno spinto le forze attualmente al governo, in particolar modo il Movimento 5 Stelle, a promuovere e varare questa riforma possono essere riassunte nella necessità di rendere il Parlamento più celere nello svolgimento delle sue funzioni, soprattutto per quel che riguardai tempi dell’iter di approvazione legislativo, e l’assicurare allo Stato un risparmio in termini di spesa derivante dal minor numero di deputati e senatori.

Questi due fattori (risparmio e efficienza dei lavori parlamentari) sono i punti focali intorno a cui i sostenitori del SI hanno incentrato la loro campagna referendaria nonché quelli maggiormente criticati da chi invece si oppone alla riforma. Analizziamo quindi più nel dettaglio le ragioni che vengono adottate dei sostenitori del SI e quelle a sostegno del NO.

Ragioni del SI

La riduzione dei costi della politica: secondo gli esponenti delle forze politiche di maggioranza promotrici del SI la riduzione della spesa pubblica ottenuta grazie al taglio dei parlamentari garantirà un risparmio di circa 100 milioni di euro annui allo Stato che diventeranno 500 milioni a legislatura. Fondi che potranno essere destinati ai settori maggiormente bisognosi già dalla prossima legislatura.

Maggiore efficienza dei lavori parlamentari: fin dagli anni settanta si è avvertita l’esigenza di riformare il meccanismo parlamentare e più volte nella storia repubblicana sono state presentate proposte di riforme che hanno però avuto sempre esito negativo. L’idea è che un numero minore di soggetti attivi all’interno delle Camere possa garantire una riduzione dei tempi di discussione, del numero delle polemiche, e una partecipazione più attiva da parte di ciascun parlamentare. La diminuzione del 36,5% del totale dei parlamentari garantirebbe inoltre una maggiore responsabilizzazione degli stessi dato che un deputato arriverebbe a rappresentare circa 151 mila cittadini invece dei 96 mila odierni.

Il passaggio a 600 parlamentari inoltre avvicinerebbe il nostro parlamento ai numeri delle altre principali esperienze parlamentari: il nostro è uno dei legislativi più numerosi al mondo nonché il secondo in Europa dietro al solo Regno Unito, ormai uscito dall’UE causa Brexit. Dopo la riforma scenderebbe al quinto posto dietro Regno Unito, Germania, Francia e Spagna.

Ragioni del NO

Sul versante economico il fronte del no è contrario perché i problemi che deriverebbero dalla diminuzione del numero dei parlamentari non giustificherebbero il limitato risparmio: secondo l’Osservatorio dei conti pubblici italiani  il risparmio effettivo sarebbe nettamente inferiore rispetto ai numeri pubblicizzati dalle forze di maggioranza e sarebbe di 285 milioni a legislatura ovvero 57 milioni di euro annui, circa lo 0,007 per cento della spesa pubblica italiana.

Inoltre la riduzione del numero dei parlamentari non inciderebbe concretamente sull’efficienza dei lavori parlamentari: il bicameralismo perfetto che caratterizza il nostro legislativo rimarrebbe inalterato con le due Camere che continuerebbero ad avere esattamente le stesse funzioni ma che lavorerebbero in maniera depotenziata. L’aumento dell’efficienza del Parlamento non sarebbe automaticamente legato al minor numero di parlamentari ma potrebbe essere ottenuto grazie a una revisione dei meccanismi di formazione del processo legislativo, aspetto che la riforma non tocca e che potrebbe essere solamente in parte raggiunto con una modificazione urgente dei regolamenti parlamentari.

La principale contestazione del fronte del No riguarda però la riduzione di rappresentatività del Parlamento. Attualmente l’Italia ha un rapporto di 1 eletto ogni 64mila persone, con 945 parlamentari eletti e 60,4 milioni di abitanti. Se la riforma costituzionale dovesse essere approvata, con 600 parlamentari eletti, il rapporto diventerebbe di un eletto ogni 101mila persone. Soltanto la Germania, con un eletto ogni 117 mila, la Francia con uno ogni 116mila e l’Olanda con uno ogni 115 mila avrebbero un rapporto più elevato.

In caso di vittoria del SI vi sarebbe il rischio concreto di avere territori sotto-rappresentati, soprattutto al Senato essendo quest’ultimo eletto su base regionale. Anche se la Costituzione prevede per ogni territorio un numero minimo di seggi (sette senatori per ogni regione, tranne due per il Molise e uno per la Valle d’Aosta), le regioni più piccole non sarebbero più adeguatamente rappresentate.

Altra criticità per i contrari alla riforma è che nei collegi divenuti più piccoli , dovendosi eleggere meno deputati e senatori, possano essere maggiormente incisivi ed ottenere seggi solo i partiti più grandi, riducendo la rappresentanza delle comunità a livello locale.

 

In conclusione, indipendentemente dalle idee politiche e dalle posizioni proprie di ognuno, rimane un’unica grande verità: la Costituzione è di tutti e in quanto tale abbiamo il dovere prima che il diritto di partecipare a qualsiasi modificazione della stessa.

Filippo Giletto

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