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WhatsApp: modifiche sulla privacy e scatta l’allarme. Ecco perchè possiamo stare tranquilli

A partire dal 7 gennaio, moltissimi utenti di WhatsApp hanno cominciato a ricevere sui loro cellulari, all’apertura dell’app, un avviso che recita: «WhatsApp sta aggiornando i propri termini e l’informativa sulla privacy». E ancora: «Toccando “accetto”, accetti i nuovi termini e l’informativa sulla privacy, che entreranno in vigore l’8 febbraio 2021. Dopo questa data, dovrai accettare questi aggiornamenti per continuare a utilizzare WhatsApp. Puoi anche visitare il centro assistenza se preferisci eliminare il tuo account e desideri ulteriori informazioni».

L’avviso potrà inizialmente essere accantonato, per poi riapparire ad un’apertura successiva, dicendo chiaramente che chi non accetta non potrà più usare WhatsApp a partire proprio dall’8 febbraio.

(fonte: DDay.it)

Il complottismo generato

Sicuramente se fate uso della piattaforma social più popolare al mondo, questo avviso lo avrete già ricevuto, avviso che ha creato un po’ di preoccupazione su cosa possa succedere a chi usa WhatsApp, dato soprattutto dal fatto che viviamo in un periodo dove il complottismo e la paura di essere controllati da “entità superiori” dilagano indisturbate. Anche perché quel “dopo tale data dovrai accettare i termini per continuare a usare WhatsApp” ha scatenato tutta una serie di reazioni.

Addirittura, alcuni siti e pseudo-siti di news, anche in Italia, hanno scritto che Facebook, che possiede WhatsApp, si starebbe preparando a gravi violazioni della privacy degli utenti.

Quella comunicata a tutti i suoi due miliardi di utenti tramite questo avviso è semplicemente una modifica contrattuale unilaterale dei termini e delle condizioni di servizio, una cosa che succede spesso, con le piattaforme online gestite da società private. Il reale punto d’interesse riguarda l’interazione che WhatsApp vuole, e può, avere con Facebook, altra applicazione posseduta da Mark Zuckerberg a partire dal febbraio del 2014, quando stessa Facebook ha acquistato, per una cifra vicina ai 19 miliardi di dollari, WhatsApp; da quella data è sempre stato nell’interesse di Zuckerberg favorire l’interazione fra le due app.

Tuttavia, poiché negli ultimi mesi, proprio questa interazione, è stata oggetto di controllo da parte di regolatori di mezzo mondo, si è reso necessario l’aggiornamento e l’avviso da parte di WhatsApp. In quanto questo aggiornamento mira proprio a tutelare Facebook che continuerà a usare i dati in arrivo dall’app di messaggistica istantanea, e a condividerli anche con Messenger e Instagram.

A ciò deve essere oltretutto aggiunto, a prescindere dal parere personale su tale modifica, che in Italia (e nel resto d’Europa) questo aggiornamento non avrà effetti.

Da questa situazione hanno tratto vantaggio aziende rivali come Signal e Telegram: la prima è un’app di messaggistica concorrente molto rispettosa della privacy, consigliata anche dall’imprenditore americano Elon Musk, ed è balzata in cima alle classifiche delle app più scaricate; la seconda ha registrato 25 milioni di nuovi utenti nelle ultime 72 ore (dati dichiarati dallo stesso fondatore Pavel Durov)

Pavel Durov, ceo di Telegram
Pavel Durov, ceo di Telegram (fonte: MobileWorld)

Differenze tra USA e UE

Negli Stati Uniti e in altri paesi del mondo, ad eccezione dell’Europa, i nuovi termini di cui WhatsApp chiede l’approvazione prevedono che il servizio di messaggistica intende rendere obbligatoria la condivisione di alcuni dati dei suoi utenti con Facebook per scopi commerciali al fine di migliorare l’esperienza utente. Questo significa che tra i dati che Facebook utilizza per mostrare pubblicità personalizzata ce ne saranno anche alcuni che provengono da WhatsApp, tra cui per esempio il numero di cellulare, la rubrica dei contatti, i messaggi di stato ed altre informazioni.

Questo tipo di condivisione esisteva già prima, ma si poteva escludere; ora sarà obbligatoria.

In Europa invece, le modifiche che hanno fatto preoccupare molti utenti americani, compreso Elon Musk, come già detto, non valgono.

Questo è dato da due nette differenze:

  • i due enti che gestiscono sono differenti: WhatsApp Ireland per gli utenti europei e WhatsApp Inc per il resto del mondo.
  • i cittadini dell’UE sono protetti dal GDPR, il regolamento europeo per la protezione dei dati personali entrato in vigore nel 2018, che è una delle leggi sulla privacy più avanzate del mondo, a cui sia Facebook che WhatsApp devono sottostare.

Basta mettere a confronto l’avviso che WhatsApp ha mandato agli utenti internazionali e quello degli utenti europei: nel secondo manca un punto, quello legato appunto alla condivisione dei dati con Facebook.

(fonte: Screensite)

Come chiarisce un portavoce di WhatsApp, «non ci sono modifiche alle modalità di condivisione dei dati di Whatsapp nella Regione europea, incluso il Regno Unito, derivanti dall’aggiornamento dei Termini di servizio e dall’Informativa sulla privacy. Non condividiamo i dati degli utenti dell’area europea con Facebook allo scopo di consentire a Facebook di utilizzare tali dati per migliorare i propri prodotti o le proprie pubblicità». Quindi, se mai un giorno WhatsApp volesse condividere i dati degli utenti europei, dovrebbe trovare un accordo col regolatore europeo.

La sicurezza di WhatsApp

WhatsApp non legge e non usa informazioni provenienti dalle chat degli utenti, né negli Stati Uniti né in Europa né in nessuna parte del mondo. A partire dal 2014, infatti, WhatsApp ha applicato alle sue chat un sistema di protezione chiamato crittografia end-to-end che rende i contenuti delle chat inaccessibili a chiunque non sia il mittente o il destinatario. Quindi WhatsApp, anche volendo, non potrebbe accedere alle chat dei suoi utenti.

Bisogna comunque dire che anche in Europa, WhatsApp condivide con Facebook alcuni dati degli utenti: ma lo fa da anni. La differenza principale con il resto del mondo è che in Europa non può farlo per scopi commerciali o di marketing, ma soltanto per scopi tecnici e di sicurezza.

Insomma, se vivete nell’Unione Europea e non eravate preoccupati per WhatsApp prima, non ci sono ragioni per esserlo adesso.

Manuel de Vita

di Redazione Attualità

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