(fonte: ilfattoquotidiano.it)

Global Minimum Tax, la nuova tassa per colpire le Big Tech e i paradisi fiscali

Sabato i Ministri delle Finanze degli Stati appartenenti al G7 (Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito, Stati Uniti) riuniti a Londra hanno raggiunto un primo accordo – ma la strada rimane lunga e impervia – sulla Global Minimum Tax (Aliquota Minima Globale). Ma di cosa si tratta?

La Global Minimum Tax, fortemente voluta dall’amministrazione Biden e dalla Segretaria del Tesoro degli Stati Uniti Janet Yellen, è una proposta che prevede un’imposta minima sulle società multinazionali del 15% a livello globale. La tassazione agirebbe in base a due principi, un tempo fortemente sfruttati a proprio favore dalle grandi aziende, specialmente dalle Big Tech (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft):

  • Pay your fair share of taxes, “Pagare il giusto contributo”;
  • Level Playing Field, “Parità di condizioni”.

Una particolarità di questa tassa consisterebbe in un’azione individuata in base a dove la vendita viene realizzata e, quindi, nel paese in cui vengono effettivamente realizzati i profitti. Lo scopo è palese: come ha sottolineato la Segretaria del Tesoro Yellen, mirerebbe a porre fine ad «un’esperienza lunga 30 anni di corsa al ribasso nella tassazione d’impresa», ovverosia il fenomeno che induce i governi a ridimensionare drasticamente le imposte societarie nel tentativo di attrarre investimenti da parte delle grandi multinazionali. Uno degli obiettivi sarebbe, dunque, colpire i paradisi fiscali.

(fonte: globalist.it)

I paradisi fiscali ed il divario sociale

Un report del 2016 dell’OXFAM International (Confederazione Internazionale di organizzazioni non-profit che si dedicano alla riduzione della povertà globale) ha evidenziato come il divario tra classi sociali, all’interno di paesi a bassa tassazione, sia accentuato da questo fenomeno.

I governi che riducono il carico fiscale per le grandi imprese, hanno di fronte a sé due alternative: tagliare le spese per i servizi pubblici indispensabili per ridurre la disuguaglianza e la povertà, oppure ovviare alla riduzione delle entrate aumentando le imposte sulle fasce sociali meno abbienti, per esempio l’imposta sul valore aggiunto (IVA). Nell’Africa sub-sahariana le imposte indirette come l’IVA, che gravano in misura sproporzionata sui più poveri, costituiscono in media il 67% del gettito fiscale e colpiscono maggiormente le donne. I maggiori profitti delle imprese derivanti da una minore imposizione fiscale vanno invece a beneficio degli azionisti e dei proprietari delle corporation, persone prevalentemente già abbienti, accentuando così ulteriormente il divario tra ricchi e poveri.

La ratio della scelta dei paradisi fiscali (tra i quali spiccano diversi paesi europei o del continente europeo come Svizzera, Paesi Bassi, Irlanda, Cipro e Lussemburgo) sarebbe, come già accennato, di attrarre gli investimenti delle multinazionali. Eppure il report intende smentire quest’utilità, affermando che il criterio della bassa tassazione non rientra tra i “12 criteri” principali con cui le società, in base al Global Competitiveness Report (GCR), decidono dove investire. Il Rapporto generato dal Forum Economico Mondiale individua i paesi che più abilmente riescono a provvedere al benessere dei propri cittadini.

(fonte: europa.today.it)

La posizione europea tra i sì, i no e i forse

Alcuni paesi europei come Francia e Italia – che sono, tra l’altro, già muniti di una propria Digital Tax – hanno accolto la proposta positivamente, pur essendo determinati a mantenere i propri criteri di tassazione finché la Global Tax non si realizzerà. Tuttavia, altri paesi come Cipro e Irlanda (che annoveriamo tra i principali paradisi fiscali societari) si sono espressi in contrario alla proposta, con Cipro che minaccia di apporre il veto in Consiglio UE (per cui è necessaria l’unanimità dei consensi in materia fiscale).

D’altro canto, l’Osservatorio Europeo sulla Tassazione – ha rivelato Il Fatto Quotidiano in un articolo – ritiene che un’aliquota del 15% sia inadeguata. Difatti, con una tassazione del genere sulle multinazionali appartenenti a ciascun paese UE, l’Osservatorio ha calcolato un gettito aggiuntivo complessivo che ammonterebbe a 50 miliardi (di cui 2,7 all’Italia), contro i 170 miliardi (di cui 11,1 all’Italia) che si realizzerebbero se l’aliquota sulle società ammontasse all’originario 25% ipotizzato per la global tax

La proposta finora discussa rappresenta senza dubbio, per la maggior parte degli interlocutori, un possibile risultato storico, ma dal punto di vista italiano la percentuale andrebbe di gran lunga sotto l’attuale 24% imposto dall’IRES (Imposta sul reddito delle società). 

Il futuro della proposta

È previsto entro il prossimo mese un incontro del G20 a Venezia per discutere sull’approvazione della proposta da parte dei più grandi paesi in via di sviluppo. Intanto, rimane aperta la questione riguardante la tassazione sui servizi digitali delle grandi aziende tecnologiche (come le Big Tech) nelle varie giurisdizioni. Gli USA mirerebbero ad eliminare tali giurisdizioni, minacciando anche d’imporre dazi e sanzioni e, in generale, di condurre alcune piccole guerre commerciali ai paesi che non intendano rinunciarvi.

Per gli USA è dunque necessario un « adeguato coordinamento tra l’applicazione delle nuove regole fiscali internazionali e la rimozione di tutte le tasse sui servizi digitali».

 

Valeria Bonaccorso

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