Periferia

Ticchettava con le dita sul sedile dello Shuttle 100 ascoltando nelle cuffiette uno dei soliti brani lamentosi e depressivi di Galeffi. La luna si riversava nel mare in una forma distorta, muovendosi ora di qua, ora di là, al ritmo della corrente, mentre tutto lo stretto era avvolto dalla lupatina. Le mille luci del centro, i viali addobbati a festa, il vociare irregolare, avevano lasciato spazio alla desolazione della periferia, dove le colline buie incombevano sulla strada che conduceva verso l’estremo lembo meridionale di Messina.

Due fidanzatini, forse nemmeno maggiorenni, chiamarono la fermata scendendo in corrispondenza di una palazzina gialla, lasciando sul bus solo lui, una ragazza dai capelli castani e un uomo di mezz’età, dai tratti orientali, che indossava un berretto rosso della stessa tonalità del giubbino e del pantalone.
Non seppe comprendere il motivo, ma quel tale gli mise paura, con i suoi occhi neri e vispi, il viso butterato, le dita macchiate di nero. Il suo torreggiare alle spalle di quella ragazzina amplificava il suo disagio.
Mancavano ancora diverse fermate alla sua destinazione, tuttavia una misteriosa forza interiore lo spinse a scendere non appena vide la ragazzina farlo, o meglio, non appena si accorse che il tizio col berretto rosso l’aveva seguita.
I tre percorsero un’ampia strada che costeggiava un campo di calcio in terra battuta, tenendosi ognuno ad una decina di metri dall’altro, finché la ragazzina non imboccò una viuzza laterale, scomparendo nel buio.

Fu a quel punto che il tale dai tratti orientali allungò il passo progressivamente, fino a mettersi a correre, lanciato all’inseguimento della ragazzina.
Non appena lo vide, non poté che fare lo stesso, anche se sapeva che si stava mettendo nei guai.
Ma cos’altro poteva fare? Ignorare quel timore che gli pesava sulla coscienza, magari scoprendo il giorno successivo che quella giovane era sparita o peggio? Non avrebbe potuto convivere con quel senso di colpa.
Imboccata la viuzza, una stretta lingua di pietre e sabbia che si incuneava nei vicoli di uno dei quartieri più poveri e malfamati della città, si rese conto che l’uomo con il berretto rosso era ormai ad un passo dalla ragazzina dai capelli castani.
A quel punto non poté più stare in disparte. Urlò alla ragazzina, la quale si voltò di scatto come anche il tizio orientale, che con fare rapido estrasse un coltellino dalla tasca sguainando la lama, che colpito dal bagliore lunare generò un caleidoscopio di riflessi.
Aveva mostrato coraggio, un coraggio fuori dal comune, ma adesso era lui ad essere inseguito. Ora l’uomo orientale puntava la sua lama verso di lui, mentre la ragazzina era come svanita nel nulla.
Corse a perdifiato verso la statale rischiando più e più volte di scivolare, ma riuscendo alla fine a seminare il malvivente.

Era ormai in salvo, quel suo stupido atto di eroismo aveva avuto successo. La ragazzina era salva, quel losco figuro non avrebbe avuto soddisfazione quella notte, tutto grazie a lui.
Ma c’era qualcosa di diverso rispetto al tragitto fatto all’andata. C’era un pulmino bianco parcheggiato in corrispondenza dello sbocco verso la strada principale.
Quando vi giunse qualcuno mise in moto, il pulmino emise due fasci di luce illuminando la notte, e d’un tratto il passaggio era stato bloccato. Due tizi scesero dal veicolo, mentre l’uomo col berretto rosso l’aveva ormai raggiunto, ma con sua somma sorpresa non era solo: c’era la ragazzina con lui, a cui l’uomo orientale allungò una banconota da cinque euro stropicciata e sporca di grasso.
I due che erano scesi dal pulmino lo aggredirono, gli legarono le mani dietro la schiena mentre quello col berretto rosso gli tappò la bocca impedendogli di chiedere aiuto.
Si dimenò, scalciò con forza, graffiò i suoi aguzzini, ma alla fine venne sopraffatto. Mentre le porte del pulmino gli si chiudevano di fronte, vide la ragazzina che sorrideva sadicamente valutando la fattura della banconota.

“Da quanto tempo vivi qui?” gli chiese il tizio col berretto rosso dopo aver chiuso le porte.
“Da sempre” rispose lui.
“E non hai imparato che qui sopravvive solo chi si fa gli affari suoi?”

Il suono di una campana lo fece ridestare, qualcuno aveva chiamato la fermata. Una ragazzina dai capelli castani era scesa dal bus allontanandosi a passo svelto, mentre un tizio col berretto rosso si stava preparando per farlo alla successiva.
Tolse le cuffie, spense il telefono e riprese fiato una, due, tre volte, finché il batticuore non si placò, finché non realizzò che era al sicuro, e che anche quella sera sarebbe tornato a casa, in quella periferia così placida eppure così piena di insidie.

Giuseppe Libro Muscarà

*immagine in evidenza: illustrazione di Marco Castiglia

di Rubrica Inchiostro

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