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The Theory of Mind: alla scoperta del nostro pensiero e di quello altrui

jmTantissime sono le qualità che ci rendono unici in natura, ma nessuna è equiparabile alle nostre attività cognitive superiori, che sebbene non siano da considerarsi una esclusiva del genere umano, rasentano in esso quanto di più perfetto la natura ci abbia donato. Ovviamente tutto quello che ci caratterizza oggi non è altro che il risultato di millenni di lenta evoluzione che hanno portato allo sviluppo di queste straordinarie quanto ancora poco conosciute capacità. E quale di queste ci rende particolarmente unici se non la capacità di sviluppare dei pensieri? O meglio ancora  la capacità di immedesimarsi nella mente degli altri? Proprio quest’ultima abilità è nota come “Theory of Mind” (ToM), ed è alla base della nostra personalità, delle nostre relazioni sociali e quindi della capacità della nostra specie di costituire delle società così complesse. Ma non ci fermiamo qui perché siamo in grado, grazie a queste capacità, di assaporare tutte le sfaccettature tipiche della comunicazione, dall’ironia ai sottintesi, dall’umorismo alla decodificazione del linguaggio del corpo. Pensiamo a una mamma che vede il proprio figlio tornare da scuola sbattere la porta di casa e lasciare cadere lo zaino, la prima cosa che sarà portata a pensare è che qualcosa è andato storto. Questo è un tipico esempio di “vitality forms”, studiato dallo psichiatra Daniel Stern, secondo cui analizzando 4 variabili di una determinata azione, ossia forza, direzione, tempo e spazio, siamo in grado di capire lo stato mentale di chi ci sta davanti. Più recentemente secondo uno studio tutto italiano ad opera di Rizzolatti e Gallese sembra che si sia individuato un circuito “somatosensoriale-insulare-limbico” che si attiva quando viene osservata una vitality form e quindi un’azione.

Nell’essenza della ToM è da considerarsi la presenza di una sinergia, un legame indissolubile tra l’attività cognitiva e l’attività affettiva. Entrambe contribuiscono in maniera differente ma allo stesso tempo indispensabile al cosiddetto processo di mentalizzazione ossia alla rappresentazione interna degli stati mentali propri e di altri individui: in altre parole non è possibile che tale processo si verifichi se non vi è un adeguato apporto sia delle dotazioni cognitive che della componente affettiva.

Il bimbo durante la sua crescita va incontro a diverse fasi che precedono lo sviluppo di una vera e propria ToM; ad esempio all’età di 2 anni circa ci rendiamo conto che i desideri sono alla base delle nostre stesse azioni e di quelle altrui, a 3 anni si sviluppa la cosiddetta triade “Desiderio-credenza-azione” con le quali siamo in grado di compiere determinate azioni perché pensiamo che in tal modo possiamo soddisfare i nostri desideri. Fino all’età di circa 4 anni quando, siamo finalmente in grado di prendere coscienza dell’altrui pensiero. Infatti grazie a un semplice esperimento, eseguito come un semplice gioco e denominato test della falsa credenza, è possibile appurare che il bimbo è in grado di dipingere nella sua mente un quadro di quello che sta avvenendo nella mente di un altro soggetto.

Inizialmente lo sviluppo della ToM veniva considerato un processo intraindividuale, e proprio da alcune critiche mosse da Fonagy, psicologo e psicanalista ungherese, secondo cui la figura del bimbo veniva ridotta a quella di un semplice “elaboratore isolato di informazioni”, nacque la più ampia concezione di un bimbo immerso nella realtà che lo circonda e dalla quale viene profondamente influenzato, che prende il nome di “svolta contestualistica”. Da questo momento un’ampia serie di studi hanno dimostrato come ruoli di primaria importanza vengano giocati dai genitori e dal tipo di linguaggio che essi adoperano, si è visto come l’utilizzo di termini che si riferiscano a stati mentali di altri, rappresenti un fattore stimolante l’abilità dei bambini di “leggere le intenzioni”. Basti pensare a quando da piccoli lasciavamo un gioco solo per un momento e nostro fratello ce lo “scippava”, immediatamente scoppiavamo a piangere; a quel punto la mamma veniva a tranquillizzarci e a rimettere la pace e ,magari, riferendosi al nostro fratellino diceva : “pensava che avessi smesso di giocare, non voleva farti piangere”. Altre ricerche hanno sottolineato che la presenza di fratelli, soprattutto se di età maggiore, rappresenti un vantaggio rispetto a chi è figlio unico, in quanto il continuo rapportarsi, dialogare, giocare e litigare, sono tutte attività che favoriscono lo sviluppo delle capacità mentali del bambino.

Purtroppo ci sono casi in cui si riscontrano anomalie nello sviluppo della ToM, ed è il caso dell’autismo in cui una delle ipotesi è che questi bimbi non riescano a sviluppare la capacità di meta-rappresentazione che sta alla base della Teoria della Mente e che li porta conseguentemente, a una difficoltà di interazione col mondo circostante. Altro caso patologico in cui questo deficit si verifica è la schizofrenia, che però non è necessariamente accompagnato da una qualche anomalia durante l’infanzia, al contrario dell’autismo. E proprio al fine di affrontare al meglio queste patologie di cui ancora molti meccanismi si disconoscono, è importante che la ricerca vada avanti e prosegua il suo incessante lavoro soprattutto per quanto riguarda l’individuazione delle aree cerebrali interessate nello sviluppo della ToM, al fine di evidenziarne il genere di alterazioni che sono alla base dello sviluppo di queste patologie, per poter attuare poi tutte le pratiche terapeutiche in nostro possesso.

Andrea Visalli

di Redazione UniVersoMe

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