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Omicidio Daphne Caruana Galizia. Dopo 4 anni, Muscat confessa e la verità viene a galla

Martedì ventitré febbraio, Vincent Muscat, una delle tre persone accusate di aver ucciso, nel 2017, la giornalista maltese Daphne Caruana Galizia, ha ammesso le proprie responsabilità: il tribunale della Valletta lo ha condannato a quindici anni di carcere.

L’arresto, avvenuto in giornata, è senza dubbio una svolta nel processo per omicidio che aveva suscitato indignazione non solo a Malta ma in tutto il mondo.

Secondo il Times of Malta, che ha seguito il processo da vicino, i fratelli George e Alfred Degiorgio, gli altri due accusati dell’omicidio, si sono dichiarati non colpevoli.

(fonte: adkronos)

La storia di Daphne Galizia

Daphne Caruana Galizia era una delle reporter più famose a Malta grazie alle sue inchieste sulla corruzione che avevano permesso di accendere i riflettori su numerosi scandali compromettenti per i politici locali.

Suo era il blog “Running Commentary”, scritto in inglese, che era uno dei più letti dell’isola, anche più dei giornali nazionali.

Era titolare dell’inchiesta “Maltafiles”, filone dello scandalo conosciuto come “Panama Papers”, dove denunciava diversi membri del governo maltese dell’epoca: il ministro dell’Energia, il capo di gabinetto e perfino la moglie del primo ministro Joseph Muscat- il quale si dimise per lo scandalo nel gennaio del 2020– sono stati sospettati di aver aperto conti bancari offshore.

Si occupava anche di molti altri casi: come quello dei cosiddetti passaporti d’oro, documenti venduti a cittadini stranieri senza controlli o a individui coinvolti in attività illegali; i traffici illeciti, come l’acquisto da parte di Malta del gas proveniente dall’Azerbaijan a costi fuori mercato. Malta era tristemente divenuta crocevia della finanza nera internazionale, operava per mezzo di una banca di proprietà iraniana e clientela russa e azera, la Pilatus, con filiale sull’isola.

Le inchieste di Daphne non passavano inosservate: l’avevano trascinata quarantasei volte in tribunale per diffamazione, le congelavano i conti in banca, veniva addirittura additata come “strega da bruciare”, e così fu.

(fonte: l’informazione)

Daphne è morta, all’età di 53 anni, il sedici ottobre del 2017 a Malta, a seguito dell’esplosione di una bomba nell’auto sulla quale viaggiava; tre uomini sono finiti sul banco degli imputati: Alfred e George Degiorgio e Vincent Muscat. Tutti sospettati di essere membri di un’organizzazione criminale e di aver materialmente fabbricato e piazzato l’ordigno.

Ma è nella politica che vanno ricercati i reali mandanti dell’omicidio di Daphne. Quell’autobomba esplosa nella campagna di Bidnija era stata quasi presagita: la sua informatrice principale, la russa Maria Efimova, che lavorava nella filiale della Pilatus Bank- che sarà inseguita fino in Grecia con un mandato di arresto– ha raccontato di un loro dialogo: “Un giorno dissi a Daphne che temevo che la uccidessero. Lei, sorridendo, mi rispose: “E come? Con un’autobomba?”.

Così abbiamo ucciso Daphne Caruana Galizia

(fonte: times of Malta)

“Così abbiamo ucciso Daphne Caruana Galizia: con un codice inviato via sms: Rel1 = on“ e  circa 30 secondi dopo si è innescata la bomba nascosta nell’auto di Daphne Caruana Galizia.

Queste le dichiarazioni di Vince Muscat agli investigatori. Prima di emettere la sentenza, la giudice del Tribunale della Valletta, Edwina Grima, ha chiesto a Muscat se intendesse ripensare la dichiarazione di colpevolezza: “Non ce n’è bisogno”. Alla fine, la pena per lui è stata di quindici anni di reclusione, proprio grazie alla confessione; infatti, il governo ha negato la sua richiesta di ricevere la grazia.

Secondo il Times of Malta, nelle ultime settimane Muscat aveva collaborato con le autorità e aveva concordato un patteggiamento con i pubblici ministeri, che prevedeva uno sconto di pena se avesse confessato e testimoniato su chi fosse responsabile con lui dell’omicidio.

Dopo l’ammissione di Vincent Muscat, gli altri sospettati di essere coinvolti nell’omicidio sono stati arrestati: sono i fratelli Adrian e Robert Agius e Jamie Vella, che avrebbero procurato la bomba con cui è stata fatta esplodere l’auto. Già nel dicembre del 2017 i tre erano stati arrestati durante uno dei raid che servivano a cercare gli assassini di Daphne.

Murat ha, inoltre, confessato che piano originario era quello di sparare alla giornalista con armi di precisione, fornite proprio dagli Agius e da Vella, ma che poi si erano rivelate difettose. Allora si è deciso di puntare all’utilizzo di una bomba che Muscat ha meticolosamente descritto: era grande la metà delle dimensioni di un foglio A4 e si attivava con un codice da inviare tramite sms.

Tuttavia, c’è anche un quarto uomo sotto stretta sorveglianza da parte dei magistrati. Si tratta di Yorgen Fenech, uomo d’affari proprietario della società 17 Black. Fu arrestato nel 2019 a bordo di uno yacht al largo di Malta mentre tentava di fuggire: si pensa che possa essere a conoscenza di importanti informazioni. Alcuni media l’hanno individuato come possibile mandante; lui subirà un processo separato.

Lo scorso mese, il figlio della giornalista, Matthew, aveva raccontato in aula che, insieme alla madre, aveva indagato nel 2017 su una vicenda di corruzione legata alla costruzione di una centrale elettrica da parte della Electrogas, di cui proprio Fenech è azionista.

La famiglia di Daphne, durante il processo, ha detto di sperare che l’ammissione di colpevolezza fatta da Muscat possa portare alla “piena giustizia” nella vicenda.

Viviamo in una società dove chi cerca la verità è tenuto a combattere fino alla fine: perché il prezzo della giustizia è alto, a volte anche la stessa vita.

Manuel De Vita

di Redazione Attualità

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