Differenze di genere e COVID-19: confronto della malattia tra uomo e donna

Questo lungo anno ha reso evidente la presenza di importanti differenze interindividuali nelle manifestazioni della malattia da Coronavirus: alcuni soggetti vanno incontro a una sintomatologia più grave mentre altri a una semplice sindrome simil-influenzale o addirittura rimangono asintomaticiIl concetto si applica anche alla risposta alle terapie farmacologiche: non sempre le cure funzionano.

Questo è senza dubbio motivo di angoscia sia per i pazienti che per i familiari, ma la scienza sta facendo sempre maggior chiarezza sulle basi di questo meccanismo. Una delle principali motivazioni è da ricercare nel corredo genetico ed enzimatico proprio della persona. Di fronte a tutte queste differenze viene da chiedersi: uomini e donne reagiscono in modo diverso al SARS-CoV-2?

Punti chiave

  1. Chi viene colpito di più?
  2. ACE2, di cosa si tratta
  3. Interazioni con il virus: perché le donne potrebbero essere protette?

Chi viene colpito di più?

Sembra proprio che gli uomini siano più propensi a contrarre il virus e a sviluppare delle complicanze anche gravi. Ma perché? Le ragioni potrebbero essere tra le più disparate, per esempio una maggiore (per ora) propensione al tabagismo nella popolazione maschile.

Altra spiegazione invece la si può trovare nella più pronta risposta del sistema immunitario femminile nel bloccare l’infezione. Tuttavia è stato anche ipotizzato anche un coinvolgimento di un enzima, ACE2, che regola l’attività di un sistema chiamato RAS.


ACE2: di cosa si tratta

Il RAS, o sistema renina-angiotensina-aldosterone, regola la pressione del sangue e la volemia (il volume di sangue nel nostro corpo) essendo a pieno titolo uno dei meccanismi più importanti per il mantenimento della stabilità dell’organismo. Se la pressione si abbassa e/o si riduce la volemia, il rene rilascia in circolo un enzima chiamato renina, il quale convertirà una proteina epatica, l’angiotensinogeno, in angiotensina I. L’angiotensina I potrà a sua volta essere trasformata in altri intermedi, in un processo finemente regolato. Tra i vari enzimi che prendono parte a queso processo c’è proprio ACE2.

Sistema RAS – Fonte: Journal of Clinical Pathology

È un enzima attivo ed espresso in molti tessuti, in particolare, la sua concentrazione è alta nei polmoni, nel rene, nei vasi e nel cuore. La funzione principale di ACE2 è di degradare la angiotensina II, uno degli ormoni deputati al controllo pressorio, che aumenta la forza di contrazione del cuore e la frequenza cardiaca. ACE2 lavora in opposizione a un altro enzima, detto semplicemente ACE, che al contrario favorisce la vasocostrizione. Nei polmoni inoltre, questo enzima metabolizza oltre l’angiotensina anche altre molecole ed è proprio qui a livello dell’apparato respiratorio che si gioca il suo ruolo.

È stato scoperto infatti che una concentrazione aumentata di angiotensina possa peggiorare la sintomatologia da COVID19, favorendo l’accumulo di liquidi nei polmoni.

Interazioni con il virus: perché le donne potrebbero essere protette?

Si è visto che il SARS-CoV-2 per entrare all’interno delle cellule polmonari ha bisogno di legare proprio ACE2Questo porterebbe a pensare che avere una concentrazione alta di questo enzima-recettore sia sfavorevole, in quanto predispone maggiormente all’infezione. 

Così non sembra, in quanto le donne, che grazie agli estrogeni esprimono in maggior misura ACE2, molto spesso manifestano l’infezione in maniera più lieve. Ciò accade perché l’enzima metabolizza l’angiotensina in eccesso, impedendole di provocare danni. Viceversa gli ormoni androgeni svolgono un ruolo opposto.

L’ipotesi di ACE2 come protezione nasce da quanto osservato nei neonati venuti alla luce durante la pandemia.  In Cina hanno appurato che, nella seconda parte della gravidanza, nelle donne aumenta l’espressione di ACE2.
Secondo questi studi, attraverso la circolazione feto-placentare, l’enzima potrebbe essere trasferito al feto, proteggendolo dal virus.
Ovviamente, anche quest’ultima ipotesi è ancora tutta da dimostrare, ma se così fosse si spiegherebbe perché i neonati in particolar modo non sono molto propensi a sviluppare forme gravi della malattia.

Non ci sono ancora certezze in questo campo ma saranno necessari ulteriori studi per approfondire quello che potrebbe essere un altro passo alla comprensione di questa malattia.

Maria Elisa Nasso

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