Vite nascoste

Il fiore era stupendo, si ergeva con tutta la sua magnificenza. Sembrava che non potesse morire mai. Non era come i classici fiori mortali, che alla fine del loro ciclo di vita appassiscono. Questo gli attribuiva un’aura di bellezza collaterale: il tempo scorreva, ma i petali non perdevano il colore rosso intenso. Ma ecco che ad un certo punto Denise iniziò a percepire qualcosa. Una mano si allungava per prendere il fiore e cominciava a staccarne i petali, che cadevano così per terra. Tutti i petali caddero e perirono, ma solo uno rimase attaccato al ricettacolo. La mano scomparve, al suo posto ne apparirono migliaia e Denise non riusciva a riconoscerne l’appartenenza. All’improvviso quel luogo, inizialmente cosi soave e puro, non le apparve più familiare e lei cercò di fuggire. Ma tornò la mano minacciosa, che voleva stritolare il fiore e questa volta Denise non poté più scappare.

Si destò improvvisamente. Attorno contorni poco chiari, ma a poco a poco la stanza assunse i suoi colori. Lo sguardo si posò sull’orologio: le 05:18, praticamente l’alba. Si alzò, si lavò e si vestì. Non prendeva mai caffè, poiché la notte faceva fatica a dormire. Accese la televisione e trovò le repliche di un programma di cucina. Passati dieci minuti si abbandonò di nuovo sullo schienale della poltroncina. Non voleva riaddormentarsi per paura degli incubi, ma il morbido della stoffa la cullava ed era caldo come….

Le sue labbra e lei si lasciò andare a quella sensazione. Le loro labbra si staccarono dopo una ventina di secondi e lei incrociò di nuovo il suo sguardo. Era bello abbandonarsi a quella sensazione, che la trascinava lontano dalla vita e dai problemi. “Hai incontrato mio padre ieri?” gli chiese. Suo padre era stato arrestato alcune settimane prima e ora il suo fidanzato, che si preoccupava sempre per lei, si era offerto di andare a fargli visita al suo posto. Dal canto suo, Denise non provava il desiderio di vedere un uomo che non sentiva più come genitore. Non dopo ciò che era successo, non dopo quello che aveva fatto. Aveva, però, bisogno di sapere se il suo fidanzato era andato ad incontrarlo. “Sai che certe cose non te le posso raccontare, Denì. Lo faccio per farti sentire al sicuro. Però si, ieri sono dovuto andare, perché era importante” concluse lui. Un triste pensiero attraversò il volto della ragazza e la ricondusse alla realtà. Sua madre era scomparsa, lei l’aveva cercata insistentemente, senza riuscire ad avere sue notizie, ed era giunta alla triste conclusione che probabilmente non c’era più. L’unico che poteva sapere qualcosa era suo padre, che ora si trovava dietro le sbarre. Lei era rimasta con i dubbi e la sola compagnia del suo ragazzo a consolarla. “Andiamo in spiaggia” le propose lui, per smorzare la tensione. Effettivamente era proprio ciò di cui avevano bisogno. La spiaggia era satura dell’odore della salsedine ed entrambi rimasero stesi sulla sabbia per un paio d’ore. Ma qualcosa interruppe quel momento, unica nota positiva di una canzone che pareva annunciare solo tragedie. In lontananza si sentirono le sirene di due volanti. “E ora che cosa succede?” disse Denise. Lui posò lo sguardo prima sul mare, poi su di lei e nuovamente verso il mare. “Quello che ti potevo dire te l’ho detto, ma il resto non te l’ho mai rivelato perché non ne avevo il coraggio” disse. “Che cosa c’é di così grave che non mi hai detto? Perché mi nascondete sempre tutto?” rispose frustrata, mentre le volanti si fermavano sul ciglio della strada antecedente la spiaggia. Scesero dei carabinieri e, senza proferire parola, presero il suo fidanzato, che nemmeno reagì, in custodia. Uno di loro le parlò. “Denise, mi dispiace molto per quello che sta succedendo, ma per motivi di sicurezza devi venire con noi”. Scossa e in lacrime, si lasciò andare sul sedile dell’altra volante, con lo sguardo ancora posato su quelle sirene.

Il rumore della televisione la scosse all’improvviso. Si era di nuovo addormentata, mentre in tv andava in onda un poliziesco. C’era una volante impegnata in un inseguimento e il volume era alto, si sentivano suonare le sirene. Non ricordava esattamente il nome della fiction, ma osservando l’orologio si rese conto che erano le nove del mattino. Aveva dormito un po’ alla fine. Fece le pulizie e verso le undici si sedette con in mano un libro. Un suono, proveniente dalla porta, scosse la quiete del mattino. Potevano essere solo loro. Aprii, salutò il capitano, il quale le chiese se andasse tutto bene, se avesse bisogno di qualcosa. I carabinieri erano sempre a disposizione per qualsiasi esigenza, le ricordò. Lei confermò che era tutto ok, che davvero, aveva già fatto colazione e, salutato il capitano, tornò al suo romanzo. Lesse un altro paio di pagine, poi si dedicò alla lavatrice. Mise il detersivo, avviò il tutto e contemplò i giri della centrifuga…

Che non funzionava. Lea aveva dovuto chiamare un tecnico per ripararla. Mentre preparava la colazione e la figlia Denise era ancora a letto, suonò il campanello. Entrò il tecnico, si salutarono e lui si recò a dare un’occhiata alla lavatrice. Quindi Lea, dopo aver preparato il caffè, lo offrì al tecnico, il quale le chiese di passargli un attrezzo. Lei si chinò a rovistare dentro la borsa, ma non si accorse che il tizio si era voltato e si ergeva alle sue spalle. Le afferrò la gola all’improvviso e iniziò a stringere. Lea fu colta di sorpresa, ma non vacillò. Ci fu una colluttazione, durante la quale lei andò a sbattere la testa contro il muro, facendo volare la tazzina, che andò in frantumi riversando il caffè sul pavimento. Quando sembrava sul punto di perdere i sensi, qualcosa intervenne e fermò il tizio. Era Denise, che, probabilmente svegliata dal rumore, si era accorta che qualcosa non andava ed era intervenuta, lanciandosi addosso all’uomo. Lea si accasciò a terra, mentre l’aggressore fuggì. Una volta rialzatasi, corse a verificare le condizioni della figlia. “Stai bene?” le domandò, visibilmente preoccupata. “Si, mamma, sto bene. Ma tu sanguini!!” esclamò con voce tremante Denise. Dopo aver medicato la fronte, dovette rispondere ai molti interrogativi della figlia. “Chi era quello? Ha cercato di farti del male!! Voleva ucciderti? E perché?”. Lea le spiegò i motivi per i quali erano sempre in fuga, perché lei non poteva avere una vita normale e che per fortuna il tipo non aveva aggredito anche lei. Dopo la spiegazione e la medicazione alla testa, Denise fece colazione masticando toast…

Al formaggio. Dopo un piatto di pasta, ogni tanto ne preparava uno. Almeno c’erano Giorgio e Carla a tenerle compagnia. Denise ripensò a quando i toast li preparava sua mamma, la mattina a colazione, ma anche a quei momenti che passava insieme a lei, a quando ridevano insieme ed erano spensierate. Giorgio e Carla erano, oltre che amici, i carabinieri della scorta. Lui, diplomato ragioniere, a 22 anni aveva deciso che la sua carriera era destinata alle forze armate, e lei, invece, aveva iniziato quel percorso già all’età di 18 anni, dopo essersi diplomata al liceo Classico. Oggi, entrambi sulla cinquantina, la proteggono da una decina d’anni. Quando lei era in vena, Giorgio si esibiva in delle imitazioni. Era davvero bravo, in un’altra vita avrebbe potuto fare quello di mestiere. Sarebbe stato fantastico anche per lei, pensare di poter vivere un’altra vita, onesta e libera. Era quello che avrebbe voluto sua madre, lasciarsi alle spalle tutto e ricominciare, magari in…

“Australia!!! Dovremo andare lì!! Ripartire da zero, così che tu possa veramente andare a scuola, uscire con le amiche, avere una vita normale!!”. Lea si lasciò andare sul divanetto di una delle tante case che avevano cambiato da quando lei, nel 2002, aveva deciso di farsi mettere sotto protezione. Ma secondo Lea questa protezione non serviva a molto, perché aveva subìto qualche attacco e spesso era agitata perché aveva paura per lei e sua figlia. Sapere che non potevano incontrare e vedere nessuno, che non potevano nemmeno fare la spesa senza guardarsi le spalle. Tutto questo lei non lo voleva più. Non voleva che sua figlia vivesse una vita di fughe e nascondigli continui. Dal canto suo, Denise non sapeva cosa fare. Non voleva che sua madre soffrisse in quel modo, ma adesso era più consapevole del pericolo che correvano. “Basta, non possiamo andare avanti così. Bisogna trovare una soluzione, dobbiamo uscire da questo paese”. Si recarono allora a Milano, dopo aver rifiutato il programma di protezione. Lea aveva deciso di incontrare suo padre e mettere fine alla fuga e alla relazione una volta per tutte. Si incontrarono così una sera a Milano e suo padre invitò sua madre a cena. “Non preoccuparti, Denise, ci vedremo tra poco” le disse sua madre. Denise però aveva un brutto presentimento. Non sapeva che quella era l’ultima volta che avrebbe visto sua madre. Lei rimase a cenare con la zia e verso le 23 inviò un sms a Lea. C’era però un problema, che Lea non rispondeva, mentre il tempo passava. “Magari si starà godendo la serata, non essere infantile, lasciali in pace per una volta” le disse la zia. Ancora, verso mezzanotte, Denise non ricevette risposta. Allora chiamò. Nessuna risposta. Dov’era sua madre? Era successo qualcosa, Denise ne era certa. Di lì a una decina di minuti sentì il motore di una macchina, scese di sotto e vide suo padre, che la salutò. “Tutto bene la cena? Dov’è mamma?” gli chiese. “Mamma è andata un secondo a comprare le sigarette” rispose lui. A quell’ora era assai improbabile. A quel punto, Denise iniziò a urlare il suo nome ovunque. Niente da fare, la mamma non tornava e lei aveva paura. “Tranquilla, Denise, ora mamma torna. Puoi già salire in macchina, così ti accompagno in albergo”. A lei non rimase altro che salire sull’auto…

Che si fermò sul vialetto di fronte l’abitazione. I due agenti che le avevano tenuto compagnia a pranzo avevano il cambio. Ce n’erano già altri quattro fuori, davanti e sul retro. Lei, dopo averli salutati, li osservò allontanarsi. Rimasta di nuovo sola, mise i piatti nella lavastoviglie e accese la televisione. Solo telegiornali a quell’ora. La richiuse e tornò a immergersi nella lettura. Presto però si assopì e scivolò in una sorta di dormiveglia, perché non ce la faceva proprio ad addormentarsi.

Non aveva dormito quella notte. Come poteva, dal momento che stava andando a testimoniare contro suo padre e altre persone, tra le quali il suo stesso fidanzato, che erano state accusate dell’omicidio di sua madre? Come poteva riprendersi dal fatto che quel ragazzo, di cui si era fidata, era in realtà un aguzzino? Sua madre era stata uccisa, questo lo aveva capito da molto tempo. Aveva anche compreso chi era stato e nonostante sapesse i fatti era rimasta in silenzio, per paura che potessero uccidere anche lei. Fino a quando non aveva incontrato il pubblico ministero, i carabinieri, persone che le avevano dato una speranza per affermare che sua madre non era morta invano, che la giustizia in qualche modo bisognava pur farla trionfare. Ora, che si trovava nell’aula bunker dove si sarebbe tenuto il processo, realizzava appieno ciò che stava accadendo. Da quel momento in poi la sua vita sarebbe cambiata, ma del resto non era mai stata una vita normale. Ricordava i pochi momenti in cui lei e sua madre erano felici, quando l’aveva colta a fumare e ridendo l’aveva rimproverata. Al giudice disse tutto quello che sapeva e alla fine la condanna fu confermata. Non provava più nulla ormai, non gioiva per quella piccola vittoria appena ottenuta. Quanto gli era costata! L’unica cosa che poteva fare era riposare e lasciarsi finalmente alle spalle quell’esistenza. Adesso sua madre sarebbe stata orgogliosa? Lei voleva un futuro migliore per la figlia e aveva lottato tanto per questo. Ora, però, mentre osservava il giudice leggere la sentenza definitiva, la sua mente vagò in quei ricordi, così particolari e tornò all’abbraccio con sua madre, lasciandosi trasportare da quel calore che l’aveva sempre protetta, a modo suo.

Roberto Fortugno

*immagine in evidenza: illustrazione di Marco Castiglia

di Rubrica Inchiostro

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