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Obbligo di Green pass sul posto di lavoro: si accende la protesta nel porto di Trieste

L’allerta era alta da giorni, sin dall’attacco alla sede romana della Cgil. Il 15 ottobre, giorno dell’entrata in vigore dell’obbligo di Green Pass sul luogo di lavoro, a Trieste, sin dalle prime ore del mattino, in molti si sono radunati nei pressi del porto, davanti al Varco 4 del molo 7. Quello il luogo di ritrovo della manifestazione annunciata e organizzata da Stefano Puzzer, leader del sindacato autonomo del Cltp, Coordinamento dei lavoratori portuali di Trieste. Tra i manifestanti, non solo operatori dello scalo, riconoscibili dai giubbottini gialli indossati, ma anche persone esterne contrarie alla certificazione verde.

Qualche fumogeno e qualche coro durante la prima notte di protesta al varco 4 del porto di Trieste, ma il clima non è teso (fonte: open.online.it)

L’annuncio del blocco al porto

Lunedì 11 ottobre, un grande corteo contro il Green pass, il giorno dopo, un incontro tra le aziende del settore marittimo, il prefetto Valerio Valenti e il segretario generale dell’Autorità portuale del Mare Adriatico Orientale, Vittorio Torbianelli. L‘intesa non viene raggiunta, quindi, il sindacato del Cltp, nel pomeriggio, pubblica un comunicato che conferma un blocco totale delle attività nello scalo marittimo per il 15.

Il presidente del porto, Zeno D’Agostino, in seguito all’accaduto, fa un annuncio shock, dichiarando di essere intenzionato a rassegnare le dimissioni in caso di un blocco a oltranza dello scalo.

Successivamente, iniziano a circolare varie voci, su un presunto compromesso con le aziende operanti nel porto di Trieste, le quali sembra abbiano proposto di provvedere di tasca propria a pagare i tamponi ai lavoratori fino al 31 dicembre.

Non tarda ad arrivare una risposta dai portuali alle voci: “Nulla di tutto ciò ci farà scendere a patti. Non solo noi, ma tutte le categorie di lavoratori”.

 

Il giorno tanto atteso

All’alba del 15, mentre Trieste ancora dorme, già alle ore 6 circa, si vede in giro qualche attivista No Green pass. Due giorni prima, Puzzer aveva dichiarato di aspettarsi circa 30mila adesioni alla manifestazione, considerando anche il resto della città; mentre D’Agostino, aveva fatto un pronostico meno cauto, immaginando che i manifestanti potessero crescere fino al numero di 50mila.

All’ultima assemblea della sera prima, il Cltp aveva riunito le adesioni di poche centinaia di lavoratori, circa 300: non abbastanza, dunque, per bloccare uno scalo in cui lavorano oltre 1.500 persone.

Mentre ci si prepara a situazioni molto impegnative, durante le prime ore di venerdì, l’accesso allo scalo portuale era consentito.

«Chi vuole lavorare, può entrare. Noi non fermiamo nessuno» dichiaravano dal Cltp.

Però i camionisti, provenienti anche da oltre confine, preferiscono non inoltrarsi dentro la folla che inizia a crescere.

Intanto arrivano troupe di giornalisti e i primi attivisti No Green pass esterni al gruppo dei portuali, per dare sostegno alla protesta. L’incremento del numero di partecipanti inizia a preoccupare: «Stanno continuando ad arrivare persone. Il problema non sono i portuali, è quando inizieranno ad arrivare tutte le persone per la manifestazione. Qui la gente entra ma non sa quando riuscirà ad uscire». Intanto 230 unità delle forze dell’ordine vengono fatti schierare in tutta la città. La tensione è alta, per la preoccupazione di poter assistere a scene simili a quelle verificatesi a Roma la settimana prima.

In migliaia intanto sfilano dentro Trieste (fonte: triestecafe.it)

Intanto, si guarda alla situazione nei maggiori scali portuali del Paese, avanzando l’ipotesi di una possibile reazione a catena.

A Genova, la protesta, effettivamente, si accende nello stesso momento, mentre a Gioia Tauro il primo turno della giornata di venerdì inizia senza problematiche: i lavoratori hanno organizzato un sit-in con un legale per le ore 10, ma poi svolgono normalmente la loro giornata lavorativa; assenti i non vaccinati, ma perché non è stato possibile, per questione di organizzazione, far arrivare i primi tamponi comunque messi a disposizione gratuitamente da Med Center Container terminal, che ha ne ha assicurato la disponibilità per tutto il prossimo periodo.

Il portavoce dei portuali si dimette dopo le tensioni di sabato notte

Delle migliaia di persone arrivate, nel primo giorno di protesta, dal resto d’Italia per sostenere i lavoratori del porto di Trieste ne sono rimaste qualche centinaia in questi giorni. Il clima generale è rimasto sereno, nessuna complicazione. Durante la prima notte, la protesta si affievolisce, si dà inizio a un vero e proprio party, si balla, ogni tanto si accende un fumogeno e i cori contro il Green pass o contro il premier Draghi iniziano a sparire.

D’Agostino dichiara che serve trovare una soluzione al più presto, pur se il porto ha continuato a funzionare sopperendo alla mancanza di funzionalità del molo 7 e perché i manifestanti hanno continuato a non interferire particolarmente sul traffico di mezzi. Questi sono, infatti, passati dal paventare un possibile blocco di tutto il porto a mantenere un presidio e assumere una linea soft.

Nella tarda serata di sabato, Stefano Puzzer annuncia, provocando una forte sorpresa in tutti, la fine della protesta. Secondo delle fonti, pare che già nel pomeriggio l’idea abbia sfiorato quello che era diventato volto della manifestazione. Il motivo? Un gruppo di No Vax, accampatosi per la notte lì vicino preoccupava i portuali.

Puzzer continua la protesta, ma non come portavoce dei portuali (fonte: lastampa.it)

Quando molti di questi iniziano a far ritorno a casa, dopo aver concordato il comunicato che chiudeva la vicenda, Puzzer inizia a chiamare le agenzie stampa per smentire, sotto forte pressione dei No Vax, indispettiti dalla piega presa dalla situazione.

Il telefono di Puzzer inizia ad esser tempestato di chiamate, mentre lui cerca di tenere a bada sia i suoi colleghi che il fronte opposto, ma la mattina dopo si dimette dal ruolo di portavoce del Clpt, pur dichiarando di voler, personalmente, continuare il presidio fino al 21 ottobre, come dichiarato inizialmente dai portuali.

Uno dei leader del comitato di Coordinamento, colui che per conto di tutti ha gestito la trattativa con l’autorità portuale e la Digos, era andato a dormire senza sapere del dietrofront fatto da Puzzer. Il suo commento a ciò è stato un colorito «Abbiamo fatto una enorme figura di m…».

 

Lo sgombero del varco 4, ma la manifestazione continua dentro Trieste

Stamane, presso il porto di Trieste, dove le proteste sono andate e tra gli occupanti del varco 4, ormai solo semi-bloccato, è iniziato lo sgombero da parte della polizia. Tra loro ancora un triste Puzzer, rimasto comunque convinto di voler continuare il presidio.

(fonte: ilfattoquotidiano.it)

Dopo circa un’ora e mezza, con l’utilizzo lievi cariche di idranti, il varco è stato liberato. La situazione degenera in una guerriglia.

I manifestanti vengono prima spostati e il presidio al varco 4, spostato nel parcheggio in fondo alla zona presidiata da venerdì scorso, permettendo al porto di riprendere normalmente le attività.

«Non siamo violenti» gridavano intanto i manifestanti agli agenti schierati con gli scudi, per ribadire la presa di distanza da soggetti violenti, estranei alla protesta pacifica organizzata dai portuali. «Vogliamo evitare vi facciate male» ha risposto un dirigente della Polizia.

Durante l’operazione si è arrivati allo scontro solo con un gruppo di manifestanti e un agente è rimasto ferito. Le persone, attualmente 2 mila, si sono poi spostate in piazza Unità d’Italia, dentro Trieste. La protesta ora ha cambiato volto, è stata presa in mano dai No green pass. Tutti si sarebbero seduti in piazza una volta arrivati.

«Vediamo se hanno il coraggio di caricarci anche in piazza Unità d’Italia» ha detto Puzzer, ancora nella protesta.

Mentre si attendono novità, dalla politica arriva la solidarietà di Salvini e Meloni, contrari alle misure prese contro quelli che definiscono «lavoratori pacifici».

 

Rita Bonaccurso

Il piano di una misteriosa lobby per insinuarsi nella politica italiana

Per ben tre anni un giornalista del team “Blackstair” di Fanpage.it, Salvatore Garzillo, si è calato nelle vesti di un personaggio appositamente inventato come copertura, per far venire a galla una storia che, purtroppo, di fantasioso pare non aver niente. Ciò che se ne è ricavato da questa difficile impresa è un’inchiesta, che ha scatenato un forte tumulto nella politica italiana. Vi sono stati anche dei risvolti impensabili, subiti dalla stessa redazione, in seguito alla pubblicazione del primo compromettente video.

 

I tre volti della politica nel primo video dell’inchiesta: ( da sinistra verso destra) Fidanza, Valcepina e Jonghi. Fonte: Fanpage.it

 

La pubblicazione del primo video dell’inchiesta

La sera del 30 settembre scorso, su Fanpage.it, viene pubblicato un primo video dell’inchiesta intitolata “Lobby nera”. Al centro del mirino esponenti delle fila del partito di Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia, e la rivelazione di quello che sembra essere un presunto sistema di finanziamenti in nero per le elezioni amministrative a Milano, del 3 e 4 ottobre, parte di un piano ben più grande, con obiettivi ancora più ambiziosi.

Nella prima puntata della video inchiesta, le primissime immagini vedono Carlo Fidanza, europarlamentare e capo delegazione di Fratelli d’Italia, e il candidato sindaco della sua coalizione Luca Bernardo, l’avvocato Chiara Valcepina.

Con lo scorrere delle immagini, si inizia a sentir parlare dell’esistenza di un gruppo dinostalgici del fascismo” – così definiti da Fanpage – massoni ed ex militari. Successivamente il giornalista infiltrato, incontra Roberto Jonghi Lavarini, esponente di estrema destra conosciuto anche con il soprannome “Barone Nero“.

Quest’ultimo, candidato alla Camera, con Fratelli d’Italia nel 2018, e condannato con l’accusa di apologia del fascismo nel 2020, sarebbe la figura chiave per la misteriosa lobby.

L’indefinito gruppo eterogeneo – alla quale apparterrebbero anche esponenti del clero e sostenitori della Russia di Putin – punterebbe alla creazione di una nuova classe dirigente da far infiltrare nel centrodestra.

Il Barone Nero sarebbe il tramite, capace di metter mano ovunque. Così è stato, appunto, anche per le amministrative di Milano, tramite l’organizzazione della campagna elettorale della Valpicena, la quale, nel video, appare a suo agio nel lasciarsi andare a frasi razziste e saluto fascista.

La misteriosa lobby, dunque, si impegnerebbe a portare voti a determinati politici, con l’intento di influenzare pian piano la politica italiana in generale, muovendosi attraverso il centrodestra.

Questo meccanismo sembrerebbe esser stato messo in moto in almeno due occasioni: prima per il sostegno alle elezioni europee del 2019 di un candidato della Lega, l’eurodeputato Angelo Ciocca, e poi, in vista delle amministrative del 2021, appoggiando un gruppo di candidati di Fratelli d’Italia della corrente di Carlo Fidanza, capodelegazione a Strasburgo.

La strategia sembrerebbe, dunque, sempre la stessa: Jonghi farebbe in modo di “trovare” voti, chiedendo in cambio  “collaborazione”.

Nel caso dell’intesa con Ciocca, ad esempio, Jonghi, portando 5mila dei 90mila voti europei ottenuti dal gruppo di quest’ultimo, pretese in cambio “spazio” nella Lega nazionalpopolare di Matteo Salvini.  L’obiettivo era quello di abbordare il Carroccio nel momento della sua maggiore crescita elettorale, per far valere le proprie idee. Il Barone Nero decise di inserirsi nel solco tracciato da Gianluca Savoini e Mario Borghezio, stratega della corrente di estrema destra all’interno della Lega. Con quest’ultimo, in effetti, condivide sia ideali fascisti che l’aspirazione a lavorare dal dietro le quinte per raggiungere gli obiettivi.

Il progetto di Borghezio è chiaro da subito: “Salvini è un debole, questa situazione lo spinge nelle braccia della Meloni e questa cosa apre alla nostra area un’autostrada – disse l’ex deputato – È l’autostrada per la terza Lega, è una situazione che io attendevo da decenni. Dobbiamo cominciare a formare i quadri da inserire in questa Terza Lega.”.

Però, Jonghi, da questo momento continuò ad agire su due fronti: si spostò tra l’ala più moderata della Lega di Salvini e continuò a tessere rapporti con Fidanza, storico compare di militanza, che negli anni si è costruito l’immagine del conservatore moderato, ma che, in realtà, ben si è trovato a pronunciare, in determinati contesti, come quelli registrati nei video dell’inchiesta, commenti improbabili oltre che a prendere in giro il Paolo Berizzi, giornalista sotto scorta per le minacce ricevute dai neonazisti.

 

Le prime reazioni dopo la pubblicazione e l’oscuramento del video

In seguito alla pubblicazione dell’inchiesta, il tumulto scatenatosi è stato fortissimo.

Fidanza si è autosospeso da capo delegazione al Parlamento europeo, ma ha insinuato che Fanpage abbia strumentalizzato le immagini registrate dal suo giornalista.

Giorgia Meloni, leader del partito a cui appartengono i soggetti coinvolti nel “sistema” di Jonghi, ha deciso di non prendere subito le distanze. Prima, ha chiesto a Fanpage di visionare tutte le 100 ore di girato, “per sapere esattamente cose siano andate le cose e come si siano comportate le persone coinvolte per agire di competenza”. Poi, il contrattacco:

“Per quanto si possa fingere di non vederlo, era tutto studiato. Scientificamente, a tavolino. A due giorni dalle elezioni. Non da Fanpage, ma da un intero circuito, o circo, se vogliamo.”.

Jonghi con Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Fonte: open.online.it

Il direttore di Fanpage, Francesco Cancellato, si è rifiutato di acconsentire alla richiesta del leader di FdI e intanto la procura di Milano ha aperto un’inchiesta ipotizzando reati di finanziamento illecito ai partiti e riciclaggio.

Intanto, l’inchiesta era stata momentaneamente oscurata dal sito di Fanpage.it, suscitando una fortissima reazione anche nel direttore  che pubblicamente ha replicato con un video in cui definiva gravissimo l’accaduto.

Gli ultimi aggiornamenti

Tutto questo, fino ad arrivare a ieri sera, quando, anche in diretta tv, su La7, nel programma “Piazza Pulita”, oltre che sul sito di Fanpage, è stato pubblicato il secondo video dell’inchiesta, nel quale si vede: il giornalista Garzillo, insieme a Jonghi, incontra l’ex eurodeputato Borghezio, che ha in mente un piano per creare unaterza Lega“, formando una nuova corrente nel partito con elementi di estrema destra. Nel video vengono ripresi anche i militanti di Lealtà Azione e il consigliere regionale leghista Massimiliano Bastoni, che con il gruppo ha rapporti strettissimi. L’eurodeputato Angelo Ciocca, che sembra coinvolto nel progetto, secondo quanto dice il Barone nero può ambire a diventare il capo della Lega post Salvini.”.

Contemporaneamente, ieri sera, la Meloni è stata ospite nel programma “Dritto e rovescio”, su Rete 4. Nonostante continui a richiedere di visionare tutto di girato prima di esporsi definitivamente, ha comunque dichiarato che nel partito “non c’è spazio né per la disonestà eventuale, né per atteggiamenti che non siano chiari su temi come razzismo, antisemitismo, nostalgismo, folkrorismo”.

In attesa degli ulteriori sviluppi di questa triste vicenda, sicuramente, il ritorno online dei contenuti dell’inchiesta e la possibilità di poter esser visti da chiunque, ci solleva, perché la libertà di stampa è alla base di un Paese civile come l’Italia.

Rita Bonaccurso

 

 

Elezioni Amministrative: trionfo del centrosinistra. Crollano Lega e 5 Stelle mentre cresce Fratelli d’Italia

fonte: mam-e.it

Il 3 e il 4 ottobre si è votato in 1192 comuni italiani per l’elezione dei nuovi sindaci e dei nuovi consigli comunali. 12 milioni gli italiani chiamati al voto e tra le città interessate vi sono state ben sei capoluoghi di regione e tredici di provincia. Particolarmente elevata è l’attenzione su cinque delle principali italiane: Milano, Roma, Torino, Napoli e Bologna. Chiamati alle urne sono stati anche i cittadini calabresi per l’elezione del nuovo presidente regionale successivamente alla fine anticipata della precedente legislatura. La Calabria è stata infatti l’unica regione interessata da un rinnovo dei suoi vertici. Ad un giorno di distanza dalla chiusura dei seggi, è già possibile iniziare un’analisi sui risultati delle urne che nella maggior parte dei casi sembrerebbero confermare i dati degli exit poll di ieri.

Cresce l’astensionismo e la differenza di genere

Prima di soffermarci su qualsiasi ragionamento è giusto sottolineare un dato che fin da subito è parso eloquente. In tutti i comuni interessati si è registrato un drastico calo nell’affluenza alle urne. Al primo turno delle amministrative hanno espresso il proprio voto soltanto il 54,69% degli aventi diritto. Un dato al ribasso di circa sei punti percentuale rispetto alle ultime consultazioni svoltesi nel 2016. In quell’occasione l’affluenza fu del 61,58% nonostante le urne fossero rimaste aperte solamente un giorno.

A differenza delle scorse consultazioni amministrative, inoltre, nessuna donna non è stata eletta e né è andata al ballottaggio in nessuna delle grandi e medie città .

I risultati del primo turno di amministrative 2021, fonte: Il Post

Pesante ridimensionamento del Movimento 5 Stelle

Oltre all’alto astensionismo, l’ ulteriore dato che colpisce è il forte ridimensionamento del MoVimento 5 Stelle. Il movimento di Grillo e Casaleggio infatti perde le due grandi città che governava. A Roma il sindaco uscente Virginia Raggi si piazza al quarto posto, alle spalle di Calenda, dimezzando i voti con cui è riuscita cinque anni fa a superare il primo turno e registrando un generale malcontento nell’amministrazione del Campidoglio. Si ferma al 9% invece la candidata sindaco di Torino Valentina Sganga, sostenuta dal solo M5S nella corsa alla successione a Chiara Appendino. Se a Roma e Torino la sconfitta del M5S è apparsa netta, tale dato trova conferma anche ove i pentastellati correvano all’interno della coalizione di centro sinistra. A Napoli e Bologna il loro supporto è risultato essere praticamente ininfluente per il superamento del primo turno da parte di Gaetano Manfredi e Matteo Lepore, a cui hanno contribuito rispettivamente con il 9,7% e  il 3,3%. Disfatta ancor più netta nel capoluogo lombardo dove hanno raccolto soltanto il 2,7% dei voti e si sono visti superare dal partito “no vax” di Gianluigi Paragone fermatosi al 3%.

Il sindaco uscente di Roma Virginia Raggi, fonte: romalife.it

Risalita del centro sinistra: vittoria già al primo turno a Milano, Napoli e Bologna

A dimostrarsi in buona salute è invece il centro sinistra che vince già al primo turno a Milano e, come detto, a Bologna e Napoli. Beppe Sala, Matteo Lepore e Gaetano Manfredi sono riusciti a superare il 50% delle preferenze ed evitando così un ballottaggio al secondo turno con il diretto concorrente. Dove invece questo accadrà sarà invece a Roma, Torino e Trieste. Roberto Gualtieri ha raccolto il 27% delle preferenze nella capitale e tra due settimane sfiderà in una nuova consultazione il candidato di centrodestra Enrico Michetti, attestatosi invece al 30,2%. Medesima sorte anche per Stefano Lo Russo (Torino) e Francesco Russo (Trieste). Il PD si conferma dunque essere effettivamente l’asse trainante del centrosinistra, capace di essere indipendente dal sostegno dei pentastellati o prima forza quando in coalizione con questi ultimi.

Bappe Sala (PD) confermato sindaco di Milano, fonte: internazionale.it

Centrodestra: crolla la Lega mentre cresce Fratelli d’Italia

Il racconto unanime delle principali testate descrive il partito di Matteo Salvini come il primo sconfitto di queste consultazioni. Il leader leghista ha sostenuto in prima persona la candidatura del primario di pediatria Luca Bernardo, la cui corsa alla carica di sindaco di Milano è risultata essere una delle più deludenti. Nel capoluogo lombardo la Lega non è arrivata nemmeno all’11%, il risultato più basso da dieci anni ad oggi e sicuramente il tonfo più eclatante da quando vi è alla guida l’attuale leader del Carroccio. Salvini rischia di vedere anche la sua leadership messa in discussione. Paolo Damilano, candidato sindaco per il centrodestra a Torino è infatti considerato essere più vicino a Giorgetti, rispetto che all’ex ministro dell’interno.

fonte: fanpage

I risultati migliori della coalizione provengono certamente da Fratelli d’Italia. Non solo a Milano il partito ha raggiunto il 10% ma Enrico Michetti, scelto proprio dalla Meloni, è ancora in lizza per il ballottaggio a Roma, città dove Fratelli d’Italia ha ottenuto tre volte le preferenze dell’amico Matteo. Il primato nella coalizione a Bologna e Triste e sono l’ulteriore testimonianza di un definitivo mutamento degli equilibri nel centrodestra.

Ultima nota di colore da registrare è l’exploit di Forza Italia in Calabria. Il partito di Silvio Berlusconi è cresciuto di ben cinque punti percentuali rispetto alle elezioni dello scorso anno raggiungendo il 17,3% e guidando la coalizione di centrodestra che si conferma alla guida della regione con il nuovo candidato Roberto Occhiuto.

 

Filippo Giletto

 

 

 

 

Sea Watch 3, l’inchiesta su Carola Rackete è stata archiviata

Era la notte del 29 giugno del 2019 quando la Sea Watch 3, nave battente bandiera dei Paesi Bassi, forzò l’ingresso all’interno del porto di Lampedusa. Al momento dell’attracco la nave fece scendere a terra ben 42 persone, migranti recuperati a largo della costa libica. Questa faceva, e fa tutt’oggi, parte della ONG tedesca Sea Watch, da anni impegnata nel recupero e salvataggio di migranti nel Mediterraneo. La vicenda ebbe particolare risalto mediatico e monopolizzò nei giorni successivi l’attenzione dei principali salotti televisivi. In particolar modo, a finire nell’occhio del ciclone fu il comandante dell’imbarcazione, la tedesca Carola Rackete. Fu la 31enne a decidere volontariamente di violare le indicazioni delle autorità italiane e sbarcare sull’isola finendo con l’urtare, nel corso delle manovre di attracco, con una motovedetta della guardia di finanza italiana. Anche per questo motivo Carola venne successivamente arrestata con l’accusa di resistenza a una nave da guerra e tentato naufragio. Oggi, a due anni di distanza da quei fatti, la Procura di Agrigento ha visto accogliersi la sua richiesta di archiviazione delle accuse a carico della comandante della nave Sea Watch 3 da parte del gip di Agrigento.

La Sea Watch 3, fonte: Vita.it

I pregressi della vicenda

La Sea Watch-3 recuperò 53 persone nelle acque della zona SAR (search and rescue) libica il 12 giugno 2019. Di questi, 11 furono immediatamente portate a terra trovandosi in condizioni fisiche critiche e necessitanti immediato intervento medico. Le restanti 42 rimasero a bordo della nave che si diresse verso l’Italia. Il porto più vicino era quello di Lampedusa ma l’imbarcazione dovette rimanere in posizione di attesa in acque internazionali poiché le autorità italiane non rilasciavano il permesso di entrare. Col passare dei giorni e il perdurare del divieto, il 21 giugno venne fatta richiesta alla Corte europea dei diritti dell’uomo affinché questa costringesse l’Italia a far approdare la nave. La richiesta, proveniente dal comandante Carola Rackete, venne respinta poiché il tribunale disponeva tali misure solo in caso vi fosse un “rischio immediato di danno irreparabile”. Per il tribunale la situazione a bordo non era tale per cui obbligare l’Italia, che nel frattempo, comunque, si era premurata di assistere le persone ferite, le donne e i bambini.

L’allora Premier Giuseppe Conte e l’ex Ministro degli Interni Matteo Salvini. fonte: money.it

La situazione in Italia era enormemente differente rispetto ad oggi e il tema dell’immigrazione era tra i topic principali dell’agenda politica. La presenza al governo (l’allora Conte I) di un partito politico come la Lega, che faceva e fa tutt’oggi della lotta all’immigrazione uno dei suoi principali cavalli di battaglia, rendeva agli occhi di molti difficile la possibilità di risolvere diplomaticamente tali tipi di questioni. Il muro contro muro era la scelta normalmente più percorsa sebbene la maggior parte delle vicende si risolvessero, lontano dal clangore mediatico, con il salvataggio degli sfortunati. Inoltre era da poco stato varato il Decreto Sicurezza-bis, voluto fortemente dall’allora segretario della Lega e Ministro dell’Interno Matteo Salvini, e previsto dal “contratto di governo” stipulato con il MoVimento 5 Stelle.

 

L’approdo della Sea Watch 3

Dopo due settimane di navigazione, la nave da diporto entrò nelle acque territoriali italiane. Ciò avvenne in violazione del divieto emesso dalle stesse autorità italiane e provocò immediatamente le ire del Ministro degli Interni. A rendere ancor più incandescente la questione certamente contribuì l’urto della Sea Watch 3 con una motovedetta della guardia di finanza. Quest’ultima, ponendosi tra l’imbarcazione e la banchina del porto, cercò di impedire l’attracco della nave dell’ONG tedesca che, impegnata nelle operazioni di ormeggio, finì con l’urtarla. Nel corso delle ore successive ai migranti vennero prestate misure di primo soccorso ma l’attenzione mediatica fu tutta riversa nei confronti della comandante tedesca.

Carola Rackete al momento dell’arresto, fonte: LaRepubblica

L’immagine di Carola Rackete fu letteralmente presa di mira, non solo per il ruolo svolto nella vicenda, ma in quanto donna, tedesca e facente parte di una ONG. I suoi capelli, la sua provenienza da un contesto familiare agiato e il fatto di essersi presentata alla Procura di Agrigento senza reggiseno divennero i temi caldi di quei giorni estivi e parvero divenire aggravanti alle azioni da lei commesse. La nave fu sottoposta a fermo dalla guardia costiera e la sua comandante accusata di resistenza a nave da guerra e tentato naufragio, per cui è prevista la reclusione dai tre ai dieci anni.

La solidarietà e gli insulti verso Carola Rackete

L’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia, venuto a sapere della vicenda, offrì di prendersi cura dei migranti senza costi per lo Stato italiano. Offerte simili provennero da diverse città tedesche e vennero ribadite da Horst Seehofer, Ministro degli Interni tedesco, a patto però che venissero coinvolti altri stati dell’Unione Europea. Il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio dispose nei confronti della 31enne tedesca gli arresti domiciliari ma la gip (giudice delle indagini preliminari) di Agrigento, Alessandra Vella, decise successivamente di non convalidare il fermo. Nel frattempo la vicenda animava non solo i tribunali e le tv ma anche i social.

post sulla pagina facebook di Matteo Salvini, fonte: Globalist

Carola Rackete divenne bersaglio principale della “bestia” di Matteo Salvini. La macchina social, vero e proprio fulcro della propaganda salviniana, non elemosinava certo commenti di plauso o vicinanza. Nonostante il trattamento riservatole, nel settembre 2019, la comandante tedesca querelò l’oramai ex ministro degli interni per diffamazioni. Ai messaggi di odio e insulti si contrapponevano però anche quelli di elogio e solidarietà. Una raccolta fondi imbastita nei giorni successivi all’approccio della Sea Watch 3 raccolse più di 500 mila euro per coprire le spese legali. 

fonte: LiberoQuotidiano

La conclusione

Oggi, a due anni dai fatti, come detto la vicenda si è conclusa. Già nel febbraio 2020 la Cassazione aveva confermato la legittimità del “no” all’arresto di Rackete. Nelle motivazioni depositate si legge che “la comandante della Sea Watch 3 ha agito correttamente in base alle disposizioni sul salvataggio in mare. Ella è dovuta entrare nel porto di Lampedusa poiché l’obbligo di prestare soccorso non si esaurisce nell’atto di sottrarre i naufraghi al pericolo di perdersi in mare, ma comporta l’obbligo accessorio e conseguente di sbarcarli in un luogo sicuro”.

È inoltre stata esclusa la natura di nave da guerra della motovedetta perché “al comando non c’era un ufficiale della Marina militare, come prescrivono le norme, ma un maresciallo delle Fiamme Gialle”.

Carola Rackete ha dunque agito in maniera “giustificata” dal rischio di pericolo per le vite dei migranti a bordo della sua nave.

Filippo Giletto

“Fedez-Rai gate”: la polemica per il tentativo di censura

«Mi hanno chiesto di omettere dei partiti e dei nomi ed edulcorarne il contenuto. Ho dovuto lottare un pochino, ma alla fine mi hanno dato il permesso per esprimermi liberamente».

Fedez sul palco del concerto del Primo Maggio (fonte: rollingstone.it)

Questo l’incipit dell’ormai super virale monologo del rapper che vanta un seguito di circa 30 milioni di persone sparse in tutto il mondo, diviso con la moglie con la quale è diventato re dei social. Si tratta di Fedez, che, ancora una volta, non ha esitato a chiarire la propria posizione in merito a questioni attualissime, questa volta sul palco del Concertone del Primo Maggio, trasmesso dai Rai Tre, sabato scorso.

Ripercorriamo gli eventi prima di analizzare la polemica che è scoppiata.

Il monologo e la telefonata con i vertici Rai

Fedez, in diretta, ha sin da subito reso noto l’avvenuto tentativo di censura da parte di Rai Tre. La prima parte del suo discorso incentrato sul sottolineare un sempre più forte bisogno di aiuti statali ai lavoratori dello spettacolo ritenuti insufficienti, soprattutto in confronto alle attenzioni riservate al calcio, anche dallo stesso premier Draghi – a cui il cantante si è rivolto direttamente durante l’intervento – scosso dalla polemica sulla Super Lega; poi, la parte che la Rai non ha approvato. Ancora una volta al centro dell’attenzione il Ddl Zan, disegno di legge divenuto strumento per la lotta all’omotransfobia e punto di divisione nel mondo politico e non solo.

Nella seconda parte, infatti, la lista di nomi e cognomi di politici leghisti che, in pubblico, hanno pronunciato frasi offensive, ma che la Rai avrebbe preferito non riportare in una tale occasione, evitando la polemica più aspra. Ma la polemica è scoppiata e più violentemente del previsto, proprio per il tentativo di dissuadere Fedez, prima che salisse sul palco, dall’essere così diretto. Tra l’altro, tutto ciò è stato documentato da un video.

Nel video, si può assistere a una telefonata con i vertici Rai, pubblicata dal rapper dopo che l’emittente televisiva aveva emesso un comunicato, sostenendo che non ci fosse stato questo tentativo di censura, né chiesti «preventivamente i testi degli artisti intervenuti al tradizionale concertone, “per il semplice motivo che è falso, si tratta di una cosa che non è mai avvenuta”.

Un frame del video diffuso da Fedez (fonte: larepubblica.it)

Però, nella telefonata – avvenuta qualche ora prima dell’esibizione – si sentono alcuni membri dell’organizzazione e la vicedirettrice della rete, Ilaria Capitani, chiedere di avere i dettagli dell’intervento e di “adeguarsi a un sistema”.

Censura sì, ma da parte di Fedez?

Nella mattina di domenica, la Rai ha replicato alla diffusione del video, sostenendo che, piuttosto, a usare la censura sia stato proprio Fedez ai danni del video pubblicato e che, dunque, sulla telefonata sia stato fatto un “taglia e cuci”. È stato ribadito di non avere tentato di applicare censura. Ma il cantante ha subito risposto, rendendosi disponibile a rendere pubblica la versione integrale.

“Né la Rai né la direzione di Rai3 hanno mai operato forme di censura preventiva nei confronti di alcun artista del concerto: la Rai mette in onda un prodotto editoriale realizzato da una società di produzione in collaborazione con Cgil, Cisl e Uil, la quale si è occupata della realizzazione e dell’organizzazione del concerto, nonché dei rapporti con gli artisti, Il che include la raccolta dei testi, come da prassi.” si legge nella nota dell’Ad Fabrizio Salini.

Il botta e risposta con Salvini e le diverse reazioni

Già prima del concerto era iniziata una discussione sui social tra Fedez e il leader della Lega. Quest’ultimo non ha aspettato nel dire la sua, subito dopo l’intervento sul palco del rapper, scrivendo su Twitter:

“La Rai non può comprare interventi d’odio a scatola chiusa e non si invochi la censura, perché al rapper non mancano certo spazi per manifestare il suo pensiero, tra l’altro noto anche ai sassi. Viale Mazzini ha ancora qualche ora per rimediare, dopodiché la Lega si muoverà in tutte le sedi competenti. E i sindacati si ricordino che il lavoro appartiene a tutti, non lo si svilisca per regalare qualche like a un cantante milionario.”.

“Un cantante, può porre in essere questi attacchi personali senza possibilità di contraddittorio? Nelle sue parole ho percepito una violenza inaudita.” ha replicato Jacopo Coghe, vice presidente di Pro Vita e Famiglia onlus, definito da Fedez “ultracattolico e antiabortista e amicone del leghista Simone Pillon”.

Non manca neanche la risposta dal Codacons, con cui il rapper ha avuto diversi e asprissimi screzi, finiti in tribunale. Se in prima battuta esso abbia attaccato la Rai, in secondo luogo ha portato l’attenzione su quella che ha accusato essere pubblicità occulta da parte del cantante che ha indossato capi di abbigliamento con marchi ben in vista, motivo per il quale procederà un esposto all’Antitrust e alla Commissione di vigilanza Rai.

Non è mancato l’intervento a favore di Fedez, da parte di Fabrizio Marrazzo, portavoce Partito Gay per i diritti LGBT+, Solidale, Ambientalista e Liberale, il quale ha ribadito essere necessario allontanare la politica dalla Rai, o meglio, da certe situazioni che dovrebbero rimanerne distanti, nel rispetto della libertà di pensiero.

Solidarietà anche da politici, come l’ex premier Giuseppe Conte, che senza molti giri di parole, ha scritto sui propri social “Io sto con Fedez. Nessuna censura.”. Nicola Zingaretti ha espresso tutta la sua indignazione nei confronti delle frasi riportate nel monologo e pronunciate in varie occasioni da politici leghisti, ricordando tutto il suo supporto a Fedez e per l’approvazione al Ddl Zan.

“La musica è libertà, trasmette emozioni e ci aiuta a comprendere, analizzare, maturare. Penso che il rispetto sia la cosa più importante e stia alla base di tutto, significa saper accettare le critiche e le idee diverse dalle nostre. E un Paese democratico non può accettare alcuna forma di censura.”. Queste le parole scritte su Facebook dal ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, aggiungendo tutta la stima nei confronti di Fedez anche per precedenti vicende.

La censura al Concertone: i precedenti

Alla seconda edizione del Concertone, Elio e le Storie Tese suonarono “Cassonetto differenziato per il frutto del peccato”, ma dopo pochi secondi rivelarono che quello fosse “un depistaggio per i funzionari della Rai” e attaccarono con una versione inedita di “Ti amo”, un pezzo che qualche mese prima avevano suonato per dodici ore consecutive. In quell’occasione, invece, si fermarono a cinque minuti, pure perché il nuovo testo – preparato accuratamente e scritto su un foglio – faceva nomi e cognomi della politica di allora, da Andreotti a Cossiga fino al presidente della Rai Enrico Manca. Così, si interruppe tutto. Un sarcastico e compiaciuto Elio allora esclamò “come Jim Morrison!” e poi si improvvisò un’intervista più “Rai-friendly” con il giornalista Vincenzo Mollica a Ricky Gianco. Un’edizione intensissima quella del ’91, perché anche la band – mai più vista – “I Gang” aveva annunciato di voler cantare Ombre rosse, per poi virare su Socialdemocrazia e annunciare uno sciopero contro Andreotti.

Dopo Elio e le Storie Tese, l’altro vero momento caldo della censura al Primo Maggio, arriva nel 2003, in pieno governo Berlusconi. Daniele Silvestri – all’epoca famosissimo per il brano “Salirò” – puntò l’attenzione sull’ostilità di Berlusconi nei confronti della magistratura italiana. Così, l’edizione del concerto dell’anno successivo fu l’unica andata in onda in differita di 20 minuti, per evitare frasi scomode, “comizi” e slogan politici.

Dunque, se in passato molti provarono a fare come Fedez, è innegabile che i social rendano tutto ancor più risonante, lasciando la possibilità ai singoli italiani di esprimersi in merito. Questa volta moltissimi hanno potuto manifestare ancor di più la propria solidarietà a un artista coraggioso. Ciò che ha colpito particolarmente è, non solo il coraggio, ma la gran empatia di Fedez, chiaramente un “privilegiato”, che invece di starsene tranquillo nel suo mondo dorato, ha comunque scelto di usare il suo privilegio per gli altri.

 

Rita Bonaccurso

Il discorso di Conte al Senato: le sorti di un Paese

Dopo aver ottenuto la maggioranza alla Camera con ben 321 sì, il Presidente del Consiglio Conte sta affrontando oggi la fase maggiormente decisiva a Palazzo Madama, dove gli equilibri sono diversi.

(fonte: open)

È durato circa un’ora l’atteso discorso del premier, tenuto stamattina in Senato e scandito da 31 applausi, più numerosi dei 14 ricevuti ieri a Montecitorio. Un intervento che ricalca in gran parte quello fatto ieri: “Con la pandemia, con la sua sofferenza, il Paese si è unito. Si è elevato il senso di unità del governo, si sono elevate le ragioni dello stare insieme”.

Al Senato, il presidente del Consiglio conta sul voto di Liliana Segre, tornata a Roma appositamente per confermare la fiducia, e del gruppo Maie-Italia23, formatosi per sostenerlo.

Dure ancora le opposizioni. Ieri Giorgia Meloni ha attaccato tutto il Governo alla Camera, accusando Conte di “poltronismo” e chiedendo il voto.

Attesissimi gli interventi di Matteo Renzi che, dopo la vicenda che lo ha avuto come antagonista, promette “la verità”. Si aspetta anche quello di Matteo Salvini.

Il discorso di Conte in Senato

Conte ha iniziato, alle 9:30 circa, dai banchi del Senato. Siedeva insieme ai ministri Franceschini, Speranza, Gierini, Bonafede, Di Maio, Lamorgese, D’Incà e Amendola; ad ascoltarlo un’aula quasi al completo, sotto gli occhi anche di Salvini e Renzi.

Prima osservato un minuto di silenzio in memoria di Emanuele Macaluso, lo storico dirigente Pci morto a 96 definito – a prescindere dai propri ideali – un grande protagonista della vita politica e culturale italiana”.

Subito dopo, ha ricordato le difficoltà derivate dalla alla pandemia, dove il governo ha dovuto “operare delicatissimi, faticosissimi, bilanciamenti dei princìpi e dei diritti costituzionali.”.

In questi mesi così drammatici, pur a fronte di una complessità senza precedenti, questa maggioranza ha dimostrato grande responsabilità, raggiungendo – certamente anche con fatica, convergenza di vedute e risolutezza di azione, anche nei passaggi più critici.” – ha detto per poi attaccare l’opposizione – “In questi giorni ci sono state continue pretese, continui rilanci concentrati peraltro non casualmente sui temi palesemente divisivi rispetto alle varie sensibilità delle forze di maggioranza. Di qui le accuse a un tempo di immobilismo e di correre troppo, di accentrare i poteri e di non aver la capacità di decidere. Vi assicuro che è complicato governare con chi mina continuamente un equilibrio politico pazientemente raggiunto dalle forze di maggioranza”

(fonte: ilMattino)

Nel suo discorso – accompagnato da brusii ed applausi ironici, cori “Bravo, bravo!” – il premier ha toccato anche altri punti fondamentali del progetto di governo: rilancio del Sud, digital divide, riforma meditata del titolo V della Costituzione, piano vaccinazioni, ma anche la necessità di un governo e di forze parlamentari che riconoscano l’importanza della politica indirizzata al benessere dei cittadini.

La richiesta di “un appoggio limpido, che si fondi sulla convinta adesione a un progetto politico” perché “questo è un passaggio fondamentale nella vita istituzionale del nostro Paese ed è ancora più importante la qualità del progetto politico”

Ha poi concluso usando le stesse parole dell’intervento alla Camera:

“Costruiamo questo nuovo vincolo politico, rivolto alle forze parlamentari che hanno sostenuto con lealtà il Governo e aperto a tutti coloro che hanno a cuore il destino dell’Italia. Io sono disposto a fare la mia parte. Viva l’Italia”

A seguire un lungo e caloroso applauso finale, durante il quale, addirittura i parlamentari del Pd e del M5s si sono alzati in piedi.

Subito dopo, non è mancato un acceso mormorio in Aula. La presidente del Senato Elisabetta Casellati ha dovuto chiedere silenzio per poter dare avvio al dibattito.

Il dibattito

Concluso l’intervento del premier, è iniziata la discussione generale. Risultano essere 45, almeno per ora, i senatori iscritti a parlare, tra cui il senatore a vita Mario Monti, Emma Bonino, Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega, e Matteo Renzi, leader di Italia viva. Otto gli interventi previsti per le dichiarazioni di voto. Per Italia viva interverrà Teresa Bellanova, ex ministro dell’Agricoltura, Andrea Marcucci, presidente dei senatori del Pd, e Matteo Salvini, segretario della Lega.

Un lungo applauso ha accompagnato la senatrice a vita Liliana Segre, accolta dal saluto di Pier Ferdinando Casini.

“Conte – ha detto – ha dimostrato in queste vicende una sua solidità e una capacità”, annunciando il suo voto a favore.

Tendente a essere positivo si è detto anche Mario Monti del Gruppo Misto:

 “Annuncio il mio voto di fiducia nel modo che mi è proprio. Non le porto voti, se non il mio. Il mio un voto di fiducia è libero e condizionato ai provvedimenti, se corrisponderanno alle mie convinzioni.”.

(fonte: flipboard)

Tra i senatori già in maggioranza, si segnala oggi l’assenza per Covid di Francesco Castiello del M5s.

Sono 153 ritenuti certi – finora – a favore della maggioranza, ma il pallottoliere viene continuamente aggiornato. C’è chi confida che l’asticella a sostegno di Conte salga fino ad almeno 158.

L’obiettivo, secondo alcune fonti, sarebbe quello di lasciare più di 18 senatori di margine tra i Sì e i No, per dimostrare che Italia Viva non è essenziale alla maggioranza.

Dopo l’abbandono del governo, la suddetta aveva annunciato che si asterrà nel voto finale, come confermato dal senatore umbro Leonardo Grimani. Questo consentirà all’esecutivo di ottenere la fiducia con una maggioranza relativa, per la quale non è richiesto un quorum minimo ed è sufficiente superare l’opposizione anche di un solo voto.

Considerata, Iv, responsabile della “crisi assurda e incomprensibile” da parte di Franco Mirabelli, vicepresidente del gruppo dem a Palazzo Madama, questo ha aggiunto ai microfoni:

“E’ necessario sostenere l’azione del governo per aiutare il Paese, con le risorse del Recovery, a superare la pandemia, a fare ripartire l’economia e fare le riforme. Per questo il Partito democratico appoggia l’impegno del presidente Conte a un nuovo patto di legislatura”.

Netta l’opposizione del centro-destra, che chiede le dimissioni del presidente del Consiglio anche al Senato. Il testo, uguale a quello presentato ieri alla Camera, è firmato dai capigruppo di Lega, Massimiliano Romeo, di Forza Italia, Annamaria Bernini, di Fratelli d’Italia, Luca Ciriani e da Paolo Romani di ‘Cambiamo’.

Alle 16:30 la seduta sarà sospesa per un’ora per consentire la sanificazione dell’Aula. Per le 17:30 si attende, invece, la replica del premier che precederà le dichiarazioni di voto sulla fiducia e la chiama, prevista per le 18.

L’esito dello scrutinio resta ancora totalmente incerto ma dovrebbe essere annunciato circa alle 20:30.

Manuel De Vita

Luciana Lamorgese lancia l’allarme: rabbia sociale come conseguenza della crisi

Il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese interviene sui temi più discussi del momento e lo fa ad Agorà Estate su Rai 3 e lancia l’allarme della “rabbia sociale” come conseguenza della crisi economica dovuta alla chiusura del paese e afferma: “Il rischio è concreto, a settembre vedremo l’esito di questa crisi che ha colpito le aziende. Vediamo negozi chiusi, cittadini che non hanno la disponibilità di provvedere ai propri bisogni quotidiani. Il Governo ha posto in essere tutte le iniziative per andare incontro a queste necessità. Il rischio però è concreto. Vedo oggi un atteggiamento di violenza verso le nostre forze di polizia, a cui deve andare il ringraziamento di tutti gli italiani. Le forze di polizia tutelano l’ordine democratico e tante volte non viene inteso in questi termini’’ e continua dicendo “comportamenti violenti nei confronti di chi ci tutela sono assolutamente da condannare”. Si esprime in merito anche alle misure per fronteggiare l’emergenza, e pone come obiettivo “del governo evitare il crearsi di nuovi focolai”. Non esclude neppure l’arrivo di nuovi contagi:  “Non possiamo ignorare la possibilità di un ritorno del virus, come la comunità scientifica ci sta purtroppo dicendo, ma proprio per questo i nostri atteggiamenti devono essere ancora più responsabile perché dobbiamo evitare un nuovo lockdown: con il nostro comportamento dobbiamo essere responsabili e contenere un eventuale nuovo focolaio a ottobre”

Il ruolo europeo sui migranti

Papa Francesco nel corso della celebrazione della messa nella cappella di Casa Santa Marta, in occasione dei sette anni dalla sua visita a Lampedusa dell’8 luglio 2013, ha denunciato infatti come con la Libia “ci dà una versione distillata, non immaginate l’inferno che si vive lì, nei lager di detenzione “. Il ministro ha voluto commentare dicendo “Mi colpiscono sicuramente, però vorrei dire che già parecchi giorni fa ho scritto al ministro degli Esteri Di Maio, che mi ha risposto prontamente, sull’esigenza di procedere ai corridoi umanitari a livello europeo per liberare i campi di detenzione in Libia”. Ed sottolinea che l’argomento non sarà sottovalutato “in questo semestre di presidenza tedesca. Spero che questo semestre possa dare un segnale di vicinanza dell’Europa di tutti e 27 i Paesi membri su questo tema. L’Italia e gli altri Paesi” del Mediterraneo “non possono essere lasciati soli”.

Vertice posticipato

E’ stato invece rinviato al pomeriggio di martedì 14 luglio il vertice di maggioranza (Leu-Pd-Iv-M5S) al Viminale con col ministro Lamorgese sulla revisione dei decreti Sicurezza a causa dei lavori dell’aula alla Camera.

Paola Caravelli

Se questa è comunicazione… è una comunicazione del caos

È una continua lotta a chi la spara più grossa. L’eterna ricerca dell’opinione più risonante, più provocante. Tanta scena, poca sostanza. Tanti insulti, poca informazione. Tante parole scritte, dette, pubblicate, ma poca democrazia.

È sempre più raro trovare opinioni di matrice costruttiva. È sempre più, se ci fate caso, una gara a distruggere. Distruggere gli altri con un flusso di odio continuo e depredare la buona comunicazione dalle sue regole portanti.

In questo articolo, da addetta ai lavori, darò sfogo alla rabbia scaturita dalle tante storpiature ed orrori che ho avuto modo di analizzare in questi mesi complicati.

Il mondo della comunicazione sta vacillando perché ognuno sente di poter dire ciò che vuole, quando e come vuole.

Dalle persone più comuni, passando per i professionisti, le imprese, la scienza, per arrivare ai politici e alle istituzioni; non sono stati pochi gli strafalcioni che, voluti o meno, hanno minato gli equilibri e il diritto all’informazione.

Una riflessione questa scaturitami dall’addio all’Ordine dei Giornalisti da parte di Vittorio Feltri, il celebre quanto irritante direttore editoriale di Libero che – con il suo tono sempre poco accomodante (per usare un eufemismo) – ha motivato questa mossa dicendo che così potrà dire quello che vuole da libero cittadino.

Cari amici lettori, dire tutto ciò che si vuole non equivale a libertà di espressione. E, soprattutto, non porta da nessuna parte.

La comunicazione è “mettere in comune”. Non è irrompere nella sfera pubblica e privata parlando a vanvera, senza rispetto per l’altro. Per carità, che lo si faccia pure ma c’è una cosa da sapere… tutto ritornerà sempre in faccia come un boomerang.

È un po’ come cogliere alle spalle qualcuno e urlargli nelle orecchie. Non sentirà quello che avrete da dire e magari vi troverete una bella cinquina stampata in faccia.

Ci stiamo stancando di queste grida continue. Di questi “dibattiti” unilaterali che non hanno altro ruolo se non aumentare il caos informativo.

Siamo saturi di sentire Salvini fare propaganda in qualsiasi momento (Ah no?!), Sgarbi non perdere occasione per insultare e dare risalto al suo personaggio (guai a chi mi ripete ancora che è un uomo di “cultura”), Trump dire di fare iniezioni di disinfettante contro il Coronavirus, come se non avesse chi lo informa del fatto che è un’assurdità.

Passo senza troppi scrupoli dall’internazionale al locale e annovero anche il nostro sindaco Cateno De Luca tra gli esempi negativi del fare comunicazione: in questi mesi abbiamo assistito alle sue fittizie conferenze stampa che, in realtà, erano più soliloqui dagli echi autoritari, con eterna aria di sfida alle istituzioni. E tutto questo solo per arrivare dalla Barbarella di casa Mediaset e spopolare sui social su scala nazionale. L’ultima azione, di gravità inaudita, è stata, poi, quella di far diventare l’Ufficio Stampa del Comune – mezzo che dovrebbe essere totalmente neutrale – uno strumento di diffusione di informazioni scopi puramente personalistici a difesa della giunta che lo sostiene.

Ma anche gli insospettabili scienziati – che sembrerebbero disinteressati alla ribalta mediatica – ci hanno infarcito di ricerche, opinioni, supposizioni che ora erano la rivelazione e subito dopo venivano smentite da qualche altro membro di quella che dovrebbe essere “la comunità scientifica”. L’arena scientifica ha preso le sembianze dell’arena politica. Risultato? Forse meglio credere ai messaggini via whatsapp che dicono quello che gli altri ci nascondono.

Anche la comunicazione aziendale non se la passa bene e lo strafalcione della settimana passata se lo aggiudica Easy Jet con lo slogan paradossale, che recitava più o meno così: “scegliete la Calabria visto che non ci va nessuno a causa dei terremoti e della mafia”.  

Sono solo alcuni esempi degli ultimi tempi e i più rilevanti per la gastrite che hanno provocato alla sottoscritta. Siamo sommersi da opinioni non richieste dove personaggi pubblici e privati ricorrono ad indossare la maschera più ridicola e sfacciata per attirare l’attenzione ed emergere. Mi sembra di vivere continuamente nell’imbarazzo che provocano le opere pirandelliane. La differenza è che qui non si procede per paragoni estremi e stereotipie. È la realtà.

Comunicare ha delle regole che partono dall’ascolto e dalla riflessione. Comunicare non è solo avere un faro puntato addosso, bisogna avere anche qualcosa da dire che non sia solo “io io io”. La comunicazione è strategia, pianificazione. È costruzione. Di rapporti umani e fiducia.

A chi mi dice “ti dico tutto quello che voglio”, lo sapete come rispondo? Ma chi te lo ha chiesto!

La libertà di espressione è tale solo per i limiti che contempla. Il continuo scavalcarli sta portando come unico risultato il tracollo di tutti questi soggetti: sta cedendo loro il terreno sotto i piedi, insieme a tutti castelli in aria che si erano costruiti, i consensi estorti e la credibilità che non hanno mai avuto.

Martina Galletta

Perché il professore ci ha dato una lezione

Non fatevi infervorare subito dal mero titolo, anche se so che già vi siete fatti un’idea di ciò che sto per scrivere. In realtà, la questione merita una complessa e completa disamina, oltre ogni campanilismo e sensazione del momento.

Un uomo, coadiuvato dalla sua squadra governativa, Parlamento ed istituzioni di ogni ordine e rango, si è trovato di fronte alla più grande crisi sanitaria ed economica, oserei dire “umanitaria”, che la memoria di chi legge riesca a ricordare: ma pur sempre un uomo. Partiamo da questo dato – incontrovertibile – e vediamo come il nostro Premier sia arrivato alla ormai famosa conferenza del 10 aprile, che tanto clamore ha destato nell’opposizione, direttamente nominata, e nei suoi sostenitori.

Iniziamo proprio da Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Leader così simili come idee e modi di fare, esponenti di quella che definirei metapolitica, sostenuta dai potenti mezzi che i social network offrono al giorno d’oggi: sembra impensabile non correlare la loro ascesa e popolarità alla larghissima diffusione dei nuovi mezzi di comunicazione, visto l’uso “compulsivo” che i due (e i loro staff) ne fanno.

Con tutta l’attenzione del Paese, Conte ha dichiaratamente accusato Meloni e Salvini di diffondere menzogne, senza che potessero replicare nella medesima – gigantesca per visibilità – sede.

Fonte: Il Riformista

La prima domanda che viene istintivamente in mente è: lo avrebbero fatto anche loro a parti invertite?

La risposta, con buoni margini di verità, è : questo al contempo vuol dire poco; al massimo può invalidare il piagnisteo scatenatosi nelle ore e giorni successivi. Ma ai “cambio idea” dell’ultimo minuto ci hanno abituati ormai: migliaia di immagini circolano puntuali in seguito a loro affermazioni, confrontando post di tempi diversi totalmente (oltre ogni ragionevole accettabilità) in disaccordo.

Probabilmente – aggiungo – avrebbero fatto di peggio. In tempi di Coronavirus, i due leader si sono limitati a fare – purtroppo – quello che in genere fanno in tempi di pace: proclami, diffusione di fake news, complottismi, rappresaglie prive di utilità, se non alla loro perenne campagna elettorale. Specchio di ciò, il loro contributo, in termini di proposte accolte, è stato praticamente nullo.

Colpa dei cattivoni al governo? Chi vuol rispondere di sì lo faccia, ho poco da dire a loro. Basta scorrere i profili Facebook dei due leader, riascoltare le interviste rilasciate, per scorgere in ogni proposta un tentativo più che di essere d’aiuto, di dire che si sta contribuendo. Dai famosi “soldi direttamente sul conto” della Meloni (verificate la falsità delle cifre ed il riferimento alla Svizzera) al “riaprire le Chiese perché la scienza non basta” (?) di Salvini, ennesimo richiamo all’elettorato cattolico. Roba da far impallidire anche Papa Francesco.

Tabella tratta da “il Fatto Quotidiano” del 12/04/2020. Dati Agcom

Forse, se nessuna proposta è stata accolta è perché non si tratta più di fare politica con la P maiuscola, concetto che – sia chiaro – non ritrovo pienamente espresso in nessun partito odierno: si tratta di fare a gara a chi la spara più grossa, a chi urla più forte, anche quando una proficua collaborazione e un dibattito serio sarebbero stati utilissimi. Per intenderci, non si può lasciare soltanto alla maggioranza, dal punto di vista prettamente ideologico, un peso così grande: e senza dubbio, ne sono fermamente convinto, tutti i provvedimenti presi erano e saranno perfettibili. Ma mi chiedo come, se ormai il dibattito politico è stato sostituito da post e tweet. Non scorgo nessun “fare le pulci al governo”, sacrosanto compito dell’opposizione, come ha detto qualche editorialista più esperto di me.

Sicuramente in politica ognuno tira acqua al suo mulino, come è giusto che sia. Però, si può essere così abietti da applicare questo principio – e limitarsi solo ad esso – anche in una situazione del genere? La risposta, a quanto dicono i fatti, sembra essere sì. Non solo a livello nazionale, state bene attenti.

Ma torniamo al nostro uomo: perché le parole di Conte ci avrebbero dato una lezione? Di cosa? Certamente non di correttezza politica, vista la modalità monopolistica che ha adottato per porre il suo attacco. Ma, mi chiedo, avevamo bisogno di una tale lezione? E soprattutto, Meloni e Salvini che insegnamenti ci hanno dato a riguardo? Ben pochi. Ecco perché io – e come me tantissimi altri – non mi sento di biasimare il Premier.

Di tutt’altro avviso il direttore del TgLa7, Enrico Mentana, attacca i metodi del Premier Conte

Chi mastica social, chi è esposto costantemente ad una arena virtuale, vetrina delle più disparate e bizzarre informazioni, conosce le insidie e le crepe di questi strumenti del terzo millennio. E vede continuamente insinuarsi in tali crepe, allargandole fino a farle diventare voragini, personaggi di ogni tipo, non ultimi – sicuramente per importanza – politici. Un regno fatto di bit, dove le fake news dilagano e i complotti attirano sempre più persone. In questo labirinto di informazioni è facile perdersi. A maggior ragione se qualcuno ti elimina i punti di riferimento, ti spinge verso gli angoli più sperduti e bui. E siamo veramente più che stanchi di una totale mancanza di strumenti che frenino questa ondata di ignoranza, ma sopratutto di chi – l’ondata – la cavalca.

Ci hanno dato uno strumento senza che tutti – ahimè sopratutto i più grandi – fossero pronti ad utilizzarlo. Piattaforme sulle quali con un click puoi: arrivare costantemente ed immediatamente a milioni di persone, eliminare e censurare chi lascia feedback negativi, creare ed utilizzare profili falsi per far sembrare che qualcuno sostenga le tue idee.

Internet in veste di strumento accolto come “la vera democrazia diretta” (di certo non risparmio altri leader e partiti in questa analisi) ma che di democratico ha veramente poco. A corredo di tutto ciò, la crescente ed opprimente impossibilità non solo di un vero dibattito politico, ma anche di un confronto interpersonale con alcuni figli di queste contraddizioni.

Piattaforma online utilizzata dal Movimento 5 Stelle, acclamata come espressione di vera democrazia diretta

Impensabile avviare un dialogo se dietro tutto ci sono sempre “i poteri forti” se ogni cosa è detta perché “qualcuno vuole farcelo credere”. Metodi di verifica dei fatti e delle fonti ufficiali sembrano miraggi, sconosciuti spesso a giornali e giornalisti, quanto più alle persone comuni. Postate una qualsiasi bufala su Facebook e vedrete come un gruppo folto di persone – anche politici – vi daranno seguito se fa comodo o se semplicemente vogliono avere qualcosa da dire su argomenti che non conoscono minimamente.

Ecco perché chi ha un minimo di competenza in qualsiasi campo, non trova spesso nel web un mezzo adeguato per fare informazione reale e puntuale. Ed ecco perché Conte ha bacchettato in diretta nazionale chi più di tutti avrebbe dovuto semplicemente avere la sensibilità, in un momento così buio, di non spegnere le poche certezze che le fonti ed i dati ufficiali ci danno quotidianamente. Giornalisti scorretti, accalappiatori di consensi, spacciatori di fake news: il Coronavirus non ha fermato nessuno di loro.

Francisco Goya, Il sono della ragione genera mostri – Fonte: Wikipedia

Le parole di Conte, seppur avvertite come evitabili, in realtà non erano più rinviabili: esito di questo meccanismo perverso di informazione che se nelle mani sbagliate può accecare e soggiogare le masse, spingendoci nelle tenebre dell’intelletto, nel sonno della ragione. E questo governo non lavora con il favore delle tenebre, abbiamo imparato. Ecco quindi che l’uomo, il professore, il Premier Giuseppe Conte, ci ha dato una lezione ben più grande di quanto ci aspettassimo e di quanto lui stesso immaginasse, seppur in modo poco leale. Ma in questo si intravede la fragilità dell’essere umano.

L’uomo che sotto mille pressioni non si può permettere di combattere anche con le menzogne, ha lanciato un monito su chi fa un uso meschino e scorretto delle informazioni, anche grazie ai mezzi che abbiamo oggi. Ha dato voce ai tantissimi che si sono stancati di questo meccanismo.

Ed ora si respira un’aria nuova.

Emanuele Chiara

Pane Nutella e Sardine: guida contro l’indigestione

 

“Cari populisti, lo avete capito. La festa è finita. Per troppo tempo avete tirato la corda dei nostri sentimenti. L’avete tesa troppo, e si è spezzata.”

E’ questo l’incipit del manifesto delle “6000 Sardine” di cui altri estratti sono sparsi lungo l’articolo. Il movimento apartitico e spontaneo nato dall’idea di quattro ragazzi bolognesi, appena un mese fa, oggi conta un totale di più di 100.000 presenze in varie piazze d’Italia. Il flash mob arriva anche a Messina il 21 Dicembre, in Piazza del Municipio.

La prima piazza, a Bologna, il 14 novembre, si riempie contro il contemporaneo comizio di Salvini, a qualche chilometro di distanza, in favore della candidata Lucia Borgonzioni alle regionali emiliane. L’idea funziona a tal punto da diventare virale.

Come luci di Natale altre decine di città si accendono, vogliono far parte del movimento e scendere in piazza. Non solo in Emilia, ma in tutta Italia. E non solo in Italia, ma anche in varie città del mondo tra cui New York, Berlino e Parigi. L’ultima è stata la piazza di Roma, il 14 dicembre, con la partecipazione di più di 35.000 “sardine”.

Roma – Le sardine in piazza il 14 dicembre

Il background.

Andiamo con ordine. Da qualche anno ormai Matteo Salvini incalza la politica italiana con una propaganda perenne. Lo fa tramite la strategia di social marketing più efficace che l’Italia abbia mai visto dai tempi dei social. Decine di foto, post e live su Facebook, Instagram, Twitter e addirittura TikTok. Giornalmente i suoi social inondano il web di attacchi contro chiunque e contro qualsiasi cosa: avversari politici, giornali e giornalisti, immigrati e così via. E lo fa praticando la più lampante e disonesta demagogia.

Slogan che mirano all’emotività e non alla razionalità, soluzioni facili e spesso inverosimili a problemi seri e complessi, attacchi razzisti e denigratori. Tra un “Buongiorno italiani, caffè?” ed un “Se voi ci siete io ci sono, prima gli italiani!” ecco gli attacchi ad personam in base al periodo contro la Boldrini, poi la sorella di Cucchi, poi Saviano, poi Fabio Fazio, vicino Natale spunta la difesa evergreen del presepe ed infine anche contro la Ferrero (perché usa le nocciole turche e non quelle italiane, attacco poi ritirato perché falso). Geniale, senza dubbio, nello sfruttare l’immensa popolarità dei Nutella Biscuits. Ma, come per il resto delle volte, distorce la realtà in suo favore, riesce ad apparire il garante di quei valori sociali ormai persi.

Profilo ufficiale di Matteo Salvini- attacco a Roberto Saviano

Così facendo si è messo alla guida di un immenso pullman che sparpaglia rabbia e raccoglie consensi. Un esercito di milioni di followers che sul web che difendono il loro Capitano con lo stesso modus operandi (chiusura, populismo ed emotività) e che ha un corrispettivo nella vita reale. I sempre più frequenti fatti di razzismo ed odio sociale sono prova del fatto che sia riuscito a legittimarli: oggi, chi è razzista, lo può affermare con orgoglio e a gran voce, chi odia può insultare e denigrare apertamente (e non è mai da solo).

“Per troppo tempo avete spinto i vostri più fedeli seguaci a insultare e distruggere la vita delle persone sulla rete.”

Profilo ufficiale di Matteo Salvini – attacco ai meridionali

Contro questo clima di oppressione nasce il movimento delle Sardine. Venduto come la grande alternativa alla Lega, ha senz’altro avuto la capacità di far breccia nel buio di chi era diventato ormai incapace di approcciare una politica che non lascia scampo a chi contrappone l’uguaglianza e la ragione al razzismo e la demagogia. Buonisti, zecche rosse, piddìni, drogati, servi delle banche: tante sardine sole, sconfortate e perse nel mare aperto.

L’entusiasmo che ha generato il movimento nasce dall’aver contrapposto, per la prima volta, a questa politica urlante, una voce altrettanto forte sia nei modi che nei toni. Un richiamo al quale ogni sardina ha risposto con la propria presenza in una piazza.

“Adesso ci avete risvegliato. E siete gli unici a dover avere paura. Siamo scesi in una piazza, ci siamo guardati negli occhi, ci siamo contati. E’ stata energia pura.”

Poi però succede che il flash mob termina, l’entusiasmo lascia spazio alle considerazioni “a freddo”. Ad ascoltare Mattia Santori, il portavoce del movimento, succede che tutta la positività lascia spazio ad un bel velo di incertezza, come quando ti allontani dalla costa e vedi pian piano un blu sempre più scuro.

Mattia ed i suoi tre collaboratori hanno radunato migliaia di persone contro la politica degli slogan e del populismo adottando una propaganda di slogan e populismo. A chi gli chiedeva delucidazioni sul movimento ha sempre risposto con un’ottima retorica senza mai perdere quell’astrazione e quell’aleatorietà che molti gli contestano. Il movimento ha sì dei paletti ben impostati, quello del rifiuto del razzismo, del fascismo, della demagogia, quello del rispetto e dell’uguaglianza, ma non ha nessuna idea precisa che possa aiutare concretamente quanti adunati in piazza. 

Parigi – Le sardine manifestano sotto la Tour Eiffel

Tre criticità.

Partiamo dal presupposto che il populismo non lo si sconfigge con il populismo. E non perché lo dice chi scrive, ma perché lo testimonia la storia dell’Italia degli ultimi trent’anni: l’antiberlusconismo è stata l’arma più forte che Silvio Berlusconi ha potuto giocare in 20 anni di dominio, ne è stato il carburante; il popolo viola sembrava avrebbe cambiato di lì a poco l’intera politica italiana, oggi nessuno se ne ricorda; il popolo del vaffa si è tramutato nel partito di potere più contraddittorio degli ultimi anni, il M5S, che ha inoltre svuotato di elettori il centro sinistra ed il centro destra per poi gonfiare quelli della destra sociale.

Dobbiamo riconoscere che:

  • non è un’iniziativa nata spontaneamente: nasce cioè con l’obbiettivo preciso delle regionali emiliane del prossimo 26 Gennaio. Il fatto che si sia diffusa spontaneamente nel resto d’Italia è una anomalia: si tratta in sostanza del primo movimento che fa opposizione a chi, al momento, è all’opposizione;
  • si fonda sullo stesso atteggiamento narcisista che è stata la pietra tombale della sinistra italiana. Che sia motivato o meno rimane narcisismo, lo stesso che ha lasciato i temi sociali, propri della sinistra, alla destra populista, che ora può dirsi invece “destra sociale”;
  • convoglia le energie e le speranze di migliaia di ragazzi verso nulla di preciso. E’ lo stesso Mattia Santori a specificare più volte che l’obbiettivo del movimento è il solo messaggio della necessità di una politica diversa da quella del populismo di destra, dell’insofferenza e della ribellione. Porsi come ago di una fantomatica bilancia vuol dire rubare del tempo e delle risorse preziose a chi vuole strutturare una vera strategia politica.
“Primato nazionale”, Pubble – Critica alle sardine

“Noi siamo le sardine, e adesso ci troverete ovunque. Benvenuti in mare aperto.”

Ma è davvero tutto inutile? No. E non lo è perché proprio questi punti critici sono al contempo punti di forza.

Bisogna anzitutto ammettere che la strategia populista, ogni qualvolta si è trovata di fronte alla realtà dei fatti che gli dava torto, si è mostrata indenne. Per quanto una critica fosse stata costruita su fatti lampanti, su errori madornali, questa non è mai stata in grado di arrecare un minimo danno.

Quante volte Salvini si è contraddetto, quante altre ha strumentalizzato persone, divise e tragedie. Ha minacciato la Costituzione, è scappato dai tribunali, ha tradito i suoi stessi elettori. Ma quanto ancora gli stessi elettori lo rivoteranno? Con quale facilità questi fatti sono caduti nell’oblio e quanti ancora finiranno nel dimenticatoio? Un muro di gomma che incassa tutti i colpi che riceve dalla realtà senza restarne scalfito.

Mattia Santori, Andrea Garreffa, Giulia Trappoloni e Roberto Morotti

Tre meriti.

Il primo grande merito delle sardine è stato quello di aver recuperato gli spazi di condivisione, le piazze, e di averlo fatto fisicamente. Una risposta in chiara contrapposizione all’armata da tastiera. Hanno fatto uscire di casa chi ormai, sul web, non poteva far altro che sottostare ai post e agli attacchi dei populisti, pena il linciaggio pubblico. Chi usciva di casa da solo per raggiungere la piazza, poi si ritrovava tra migliaia di altre persone con le stesse necessità e le stesse difficoltà. Il risultato è stato grandioso, lo testimoniano le piazze piene: evidentemente questa è una strada che va perseguita. 

Il secondo grande merito è che proprio nell’essere apartitici riescono ad unire chiunque attorno a denominatori comuni che oggi è sempre più difficile affermare: l’anti-fascismo, l’anti-populismo, l’anti-razzismo, il rispetto, la democrazia, l’uguaglianza e, soprattutto, il riconoscimento della complessità della politica. Questa coerenza di piazza fa sì che, nonostante le sardine abbiano una connotazione dichiaratamente di sinistra, costituisca un’alternativa agli elettori di destra più moderati, che infatti hanno raggiunto le piazze.

Infine, hanno riorganizzato e riformulato la domanda politica, non si sono posti come offerta. E’ vero che il movimento non ha soluzioni, ma non ha mai preteso di averne. Non ha motivo di offrirne ancora, all’indomani del primo mese di vita. Oggi il movimento si pongono come entità intermedia: da un lato la grossa fetta di italiani rassegnati ad una politica d’oppressione psicologica, dall’altra i rappresentanti dell’attuale Governo.

Non sta certamente a Mattia Santori, tantomeno alle varie sardine d’Italia, trovare ora soluzioni alternative a quelle che la destra populista “propone” per ogni problema del Paese. Semplicemente perché al Governo, per il momento, non c’è la destra populista. Il governo giallo-rosso, di contro, non deve e non può lasciare questo movimento al caso, i sondaggi che dimostrano un monopolio salviniano non glielo permettono.

LEFT – Vignetta di Vauro

Le prospettive.

Realisticamente l’entusiasmo scomparirà, e lo farà prima di quanto si possa pensare. Le “6000 Sardine” sono un brand di moda che molti personaggi politici vogliono sfruttare a proprio favore: Salvini per fare del vittimismo con delle simpatiche foto di gattini che mangiano sardine, il PD ed il M5S per cercare un po’ di linfa, idee, energie nuove. 

Ma, e questo è il punto cruciale, qualora anche solo l’1% di tutte le sardine coinvolte in questo mese fosse in grado di costruire, un domani, un’entità politica nella quale riunire tutte le sardine d’Italia, allora il movimento avrà avuto un senso. 

E se invece le varie figure di spicco venissero inglobate da qualche partito pre-esistente? Anche questo è uno scenario possibile, e lo è nella misura in cui queste personalità riescano ad impattare sulla direzione di quel partito portando alla Camera ed al Senato il messaggio delle 6000 sardine: vivere, testimoniare e onorare con la politica gli ideali della Costituzione.

E se ancora decidessero di non schierarsi apertamente? Rimarrebbero l’ago della bilancia acquisendo un peso non indifferente alle prossime elezioni.

Con il nuovo anno, insomma, delle sardine potrà rimanere la lisca, qualche piccolo gruppo sparso, o un gruppo ancor più grande. Comunque vada, il 21 Dicembre sarò in Piazza Municipio con una sardina di carta.

“E’ chiaro che il pensiero dà fastidio, anche se chi pensa è muto come un pesce. Anzi, è un pesce. E come pesce è difficile da bloccare, perché lo protegge il mare. Com’è profondo il mare”. (L. Dalla)

Antonio Nuccio