Manuale di sopravvivenza dell’attore non protagonista

 

Esistono nel cinema come nel teatro e specialmente nella fiction in Italia svariate rappresentazioni dei modi di intendere il successo. Una di queste si allontana dall’immagine di popolarità a cui istituzionalmente la parola si lega per definire ed accostarsi a un ruolo considerato inevitabilmente defilato e marginale: quello del personaggio secondario, del comprimario, o meglio ancora del non protagonista. La lunghissima sequenza di esperienze maturate attraverso i teatri e i set su e giù per la penisola e all’estero, gli spettacoli e le brevi pose intervallate con poco stacco in città diverse, gli infiniti chilometri macinati in una sola notte, e nel complesso l’infaticabile gavetta che porta avanti l’attore nel suo tentativo di affermarsi, sono raccolti e raccontati con grande efficacia e freschezza narrativa secondo un punto di vista personale che è non unicamente un’autobiografia. Le stesse strade che percorre l’attore sono oggi quasi sempre segnate dalle scorrettezze di un sistema che come la serie tv Boris declamava, sacrifica la qualità. E come in Boris dove Ninni Bruschetta, attore di cinema (I cento passi, Mio fratello è figlio unico, La mafia uccide solo d’estate, L’uomo in più, Quo vado?, tra gli altri), sceneggiatore e registra teatrale messinese, nonché per un periodo direttore artistico del Teatro Vittorio Emanuele, interpreta il ruolo di Duccio, questo Manuale di sopravvivenza è una chiave per guardare e comprendere il dietro le quinte dello spettacolo e il suo lato oscuro e le sue meraviglie, senza rivolgersi, a dispetto del titolo, esclusivamente agli addetti ai lavori.

Il terreno privilegiato in cui si muove l’attore non protagonista è, come dicevamo, la fiction. A questa è dedicata un’ampia parte del libro. “Nella fiction c’è una grande confusione dell’atto creativo e si tende ad affermare una certa mentalità industriale che pone il “prodotto” quando non “l’operazione”, ben più in vista del racconto. In questo modo quella che noi chiamiamo l’urgenza artistica, la necessità di raccontare una storia o di creare un’opera non proviene da un artista o semplicemente da un narratore, ma piuttosto da un presunto gusto del pubblico. Gli ideatori delle fiction infatti sono convinti di saper individuare non so grazie a quale talento intuitivo, le esigenze del pubblico. Che senso può avere pensare di poter intuire il gusto del pubblico? Si fa molto prima a fare un bel film”. Con una dichiarazione ironica ma realistica Ninni Bruschetta afferma che il vero autore della fiction è il funzionario di rete. All’interno di questo mercato edulcorato, invecchiato e bigotto, ancorato su privilegi e disposizioni indirizzate dall’alto, pare esserci spazio soltanto per la figura del protagonista bello e vincente (sempre lo stesso) addosso al quale viene cucita la vicenda, che quindi si sviluppa senza estro a partire dall’attore e dal suo personaggio anziché dall’idea.

E’ da questo meccanismo che il bravo attore che si definisce sagacemente non protagonista prende le distanze, allo stesso tempo affermando la sua volontà di porsi come fautore di un cambiamento di rotta nel sistema dello spettacolo. Ancora una volta riferendosi a Boris Ninni Bruschetta fa notare come il successo sia stato trasversale ad ogni classe sociale e efficace e continuo nel tempo grazie al web. L’opera di qualità non è, insiste a sottolineare, un prodotto di nicchia, e il non protagonista può rappresentare un punto di frattura con la sua umiltà e la fiducia nei propri mezzi: “Dal momento che tutti vogliono essere protagonisti, essere dichiaratamente non protagonisti finisce per diventare un privilegio”.

 

Eulalia Cambria

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