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Elezioni 2018: un altro stallo alla messicana?

Se vi è mai capitato di vedere quel capolavoro assoluto del cinema italiano e internazionale che è “Il buono, il brutto e il cattivo” di Sergio Leone, sicuramente ricorderete benissimo la magnifica scena della resa dei conti finale. Nello spazio centrale di un cimitero che somiglia quasi a una arena di gladiatori, si fronteggiano i tre personaggi principali, appunto, il Buono, il Brutto, e il Cattivo. In palio c’è un grande tesoro ed ognuno di loro sa di non potersi fidare dell’altro. É un teso gioco di sguardi in cui i tre personaggi si tengono di mira, in attesa di capire chi sparerà per primo, e a chi, mentre in sottofondo le note di Morricone incalzano e la cinepresa indugia sui primissimi piani degli occhi, delle mani che fremono sfiorando le fondine delle pistole.

É quello che in gergo cinematografico si chiama “Mexican standoff”, stallo alla messicana: tre uomini armati che si tengono di mira l’un l’altro, senza sapere di chi fidarsi o meno, senza poter capire chi sparerà per primo.

Ok, questa non è la rubrica Recensioni; ma la sensazione di trovarsi al centro di uno stallo alla messicana è fortissima.

I giochi elettorali si sono conclusi e ci consegnano dei risultati tutt’altro che netti e definiti. Abbandonato ormai il bipolarismo che lungo tutti gli anni 2000 aveva caratterizzato inequivocabilmente il dibattito politico italiano, gli esiti delle elezioni vedono a fronteggiarsi, ancora una volta, proprio come nel “triello” di leoniana memoria, tre grandi avversari: la coalizione di centrodestra, il Movimento 5 Stelle e la coalizione di centrosinistra. E, se è vero che il verdetto elettorale ci consente comunque di decretare dei vincitori e degli sconfitti, è anche vero che comunque, tutte le forze in gioco sono ben lontane da quella tanto agognata maggioranza parlamentare, quei famosi 315 seggi alla Camera, che rappresentano il cutoff fondamentale per la formazione di un governo stabile.

La coalizione di centro destra, con le sue due anime, quella leghista e quella berlusconiana, si attesta al 37% alla Camera e al Senato: un soffio da quel 40% che gli consentirebbe una maggioranza stabile. È senza dubbio una vittoria: lo sa bene Matteo Salvini, leader della Lega, che è riuscito in pochi anni a trasformare il suo partito da partitello indipendentista padano a primo partito della destra nazionale. Ma non basta a riposarsi sugli allori, e se da un lato è proprio Salvini a proporsi come leader di un esecutivo di centro-destra, dall’altro non sono comunque pochi i seggi che mancano alla coalizione per poter garantire stabilità al proprio governo.

Il Movimento 5 Stelle, benché presente sulla scena politica ormai da tempo, continua a rappresentare una grande incognita. Fino ad adesso ha basato gran parte del suo successo sul suo proporsi come “eterna opposizione”, canalizzando il dissenso di una ampia fascia di cittadini che non si riconoscono più nella classe politica dei grandi partiti. Le loro prese di posizione sui temi caldi del dibattito politico, molte delle quali ampiamente discusse e stigmatizzate in campagna elettorale (immigrazione, euro, vaccini) sono state finora sempre delle scelte poco nette, dai margini sfumati, sia dal punto di vista dell’elettorato, che dell’intero gruppo politico. Il loro risultato, intorno al 32%, è senza dubbio un exploit: sono il primo partito d’Italia. Ma continuano a non avere le carte in regola per governare, tanto più se si tiene conto del loro autoimposto diktat “niente alleanze politiche, solo alleanze programmatiche”.

Con chi potrebbero essere queste alleanze programmatiche? Forse con la Lega, con la quale in effetti potrebbero trovarsi diversi punti in comune. Sarebbe senza dubbio l’incubo delle sinistre, fedeli alla tesi della “deriva populista” che hanno cavalcato a lungo (e a dirla tutta senza troppo successo) in campagna elettorale. Ma se da un lato questa ipotesi pare essere stata scartata dallo stesso Salvini, dall’altro potrebbe essere una scelta rischiosa in termini di credibilità, se consideriamo che la cassaforte dei voti del Movimento in Italia pare essere proprio il Sud Italia, dove molti elettori non hanno certo dimenticato le origini dichiaratamente anti-meridionaliste della Lega.

C’è poi la coalizione di centro sinistra, chiaramente a trazione PD (come confermano i risultati da prefisso telefonico ottenuti dalle varie liste civetta, +Europa, Lorenzin ecc). Il totale è circa il 23%: si tratta chiaramente di una disfatta che dovrebbe essere, sportivamente, ammessa e corredata da una sana autocritica da parte della dirigenza PD. Ma anche qui, l’ultima parola è tutt’altro che detta: se i 5 Stelle sono chiaramente il primo partito d’Italia, con il loro 19% il PD è il secondo, e vale la pena ricordare che, preso singolarmente, ha ottenuto più voti tanto della Lega (17%) quanto di FI (14%). Ha dunque ancora molto da dire, e gli esiti del futuro governo potrebbero in gran parte dipendere da una sua presa di posizione. Ma a favore di chi? Forse dei 5 Stelle, ma le differenze di intenti sono state fin da principio chiarissime in campagna elettorale. Oppure della coalizione di centro destra; ma attenzione, perché una ennesima maggioranza di “larghe intese” potrebbe rappresentare il definitivo colpo di grazia alla credibilità del PD e la chiave per una futura vittoria ancora più schiacciante del Movimento.

Staremo dunque a vedere, nei prossimi giorni, chi farà la prima mossa e come, a cominciare dalle elezioni dei presidenti della Camera e del Senato. Nel frattempo, continuiamo a seguire col fiato sospeso la danza macabra di questo stallo alla messicana; con la consapevolezza che stavolta, al centro dell’arena, col rischio di prendersi i proiettili da tutti, potrebbe esserci la volontà degli elettori. 

Gianpaolo  Basile

di Gianpaolo Basile

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