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“L’uomo nell’età della tecnica”: incontro con Umberto Galimberti

Smuovere le coscienze e guidare alla comprensione della realtà: questo l’obiettivo dell’incontro svoltosi martedì 29 gennaio presso l’Aula Magna del Rettorato dell’Università di Messina con il filosofo, sociologo e accademico italiano Umberto Galimberti. L’iniziativa è stata organizzata dal Gruppo Caronte & Tourist e dalla libreria Bonanzinga, con il patrocinio dell’Università di Messina e dell’Associazione ALuMnime. “L’uomo nell’età della tecnica” è il titolo scelto per l’incontro, incentrato sul necessario legame esistente tra i due e sul suo più recente capovolgimento. La tecnica infatti, come spiega Umberto Galimberti, è l’essenza dell’uomo e la condizione stessa della sua sopravvivenza. Occorre chiarire che con tecnica si intende propriamente la forma più alta di razionalità raggiunta dall’uomo, capace in qualche modo di colmarne la natura indeterminata e imprecisa. La tecnica infatti, differentemente dall’anima umana che si configura come “sovrabbondante”, è precisa e rigorosa. Essa non prevede ridondanze, funzioni superflue, non prevede il linguaggio a cui preferisce i numeri, e soprattutto la sua logica si fonda sull’ottenere il massimo risultato con l’impiego minimo di mezzi.

Aula Magna Rettorato UniMe – ©Laura La Rosa, Messina 2019

Il mito della tecnica nasce, secondo il filosofo, in Occidente, più precisamente nell’ambito della tradizione giudaico – cristiana, non nella grecità.

“Per i Greci la natura è uno sfondo immutabile da ammirare per catturarne le leggi fondamentali per la fondazione della città e per la conduzione della propria vita. Nel cristianesimo, invece, si ritiene l’uomo dominatore su tutto. La natura è consegnata da Dio all’ordine degli uomini, e la tecnica è iscritta già nel comando di Dio come condizione della vita umana”.

Se nella cultura greca la tecnica, avente ancora uno sviluppo elementare, poteva apparire, come recita il coro della tragedia “Prometeo incatenato” di Eschilo “di gran lunga più debole della necessità che guida le leggi di Natura”, nel 1500 tutto cambia.  Con la rivoluzione scientifica e la nascita della scienza moderna ad opera di Galilei, Bacone, Cartesio, Toricelli si attua infatti quella che successivamente Kant denominerà “rivoluzione copernicana”. Gli uomini, cioè, non si rapportano più alla natura come un alunno dinnanzi al maestro, bensì come un giudice dinnanzi a un imputato. L’ecocentrismo lascia chiaramente spazio all’antropocentrismo: l’uomo assurge al compito di “possesor mundi”, fa uso della “scientia” per alimentare la propria “potentia”. Lo scienziato non studia più la natura per contemplarla, bensì per manipolarla attraverso l’uso della tecnica, diventata l’essenza della scienza. Nasce così la tecno – scienza, oggi divenuta soggetto della storia, non più mero strumento nelle mani dell’uomo, ma suo padrone, che dispone della natura come suo sfondo e dell’uomo come suo funzionario. Le parole di Umberto Galimberti a proposito di tale capovolgimento del rapporto uomo – tecnica non appaiono per nulla rassicuranti, aspre e pungenti coinvolgono con forza la platea.

“Se la tecnica è oggi la condizione necessaria per realizzare qualsiasi scopo, essa non è più un mezzo, ma il primo scopo a cui tutti gli altri sono subordinati. Tutti gli altri scopi allora collassano, diventano illusioni, fantasie o delusioni”.

Umberto Galimberti – ©Laura La Rosa, Messina 2019

L’egemonia della tecnica determina una variazione radicale di tutte le categorie umanistiche, ovvero dei modi tradizionali di intendere la ragione, la verità, l’ideologia, la politica, l’etica, la natura, la religione e la stessa storia. Tra l’attestazione di tali variazioni tendenti sempre più al declino, non lascia certamente indifferenti l’affermazione del filosofo secondo cui “non abbiamo una morale che sia all’altezza dell’età della tecnica”. Che si tratti di quella cristiana, su cui è stato orientato tutto l’ordine giuridico europeo, o della morale kantiana, finalizzata a trattare il prossimo come fine e mai come mero mezzo, o che si tratti della morale dell’intenzione o della responsabilità di Weber, tutto perde di senso e significato dinanzi alla tecno-scienza. Il suo sviluppo e i suoi effetti imprevedibili rendono impossibile tracciare un’etica che non diventi patetica, in quanto “è subentrata la tecnica come regola ben più feroce della morale. Nell’età della tecnica, un peccato viene perdonato, l’inefficienza, invece, ti esclude dall’apparato tecnico e dal sociale”.

L’età della tecnica, infatti, nasce nel momento in cui si diffonde una tale razionalità basata sul connubio “efficienza – produttività”. Nello specifico, come ravvisa il filosofo Gunther Anders, il modellino dell’età della tecnica fu ideato dal nazismo. Tuttavia, la sua attuazione è addirittura peggiore dello sterminio in quanto, inconsapevolmente, coinvolge tutti noi. Il nazismo appare allora solo un teatrino di provincia rispetto a quel grande teatro dischiuso dalla tecnica. Nell’età della tecnica siamo diventati perfetti esecutori di mansionari il cui contenuto non ci riguarda, di cui non siamo responsabili. Noi, funzionari tecnici, esattamente come i gerarchi nazisti, abbiamo una responsabilità limitatamente agli ordini del superiore e siamo considerati “bravi” nella misura in cui svolgiamo il nostro compito con efficacia, precisione, produttività, indipendentemente dalla sua natura e dai suoi effetti. Eppure, l’ideologia dell’efficienza e della produttività è la dimensione più “antiumana” che esista, perché l’uomo è, per sua natura, sprecone, sovrabbondante, generico, non del tutto razionale, teatrante, scenografico, non è “bravo” come un computer. Non può che inquietare, allora, la modalità con cui la tecnica sia riuscita a “disumanizzarci”, dunque “non dovremmo chiederci cosa possiamo fare noi con la tecno scienza, ma cosa la tecno scienza ha fatto e può ancora fare di noi”.

Umberto Galimberti – ©Laura La Rosa, Messina 2019

Risulta opportuno chiedersi quale sia l’atteggiamento da assumere nei confronti di un sistema che sembra schiacciarci, ma di cui noi stessi siamo i principali artefici. Tendere all’esaltazione incondizionata o alla demonizzazione acritica non è sufficiente. Per quanto prendere consapevolezza delle ombre del sistema attuale possa apparire tremendamente spiazzante e spaventosamente disorientate, aprirsi all’orizzonte della comprensione risulta necessario. La lectio magistralis di Umberto Galimberti ha assolto compiutamente a tale compito, dispiegando verità e distruggendo luoghi comuni devianti. Tuttavia, alla constatazione della perdita di senso e valori non ha affiancato la possibilità di costruire nuove speranze. Al termine dell’incontro, gli ascoltatori, turbati e dubbiosi, non possono che chiedere quale sia l’alternativa, non possono che chiedere: “e la speranza dov’è in tutto questo?” La risposta del filosofo, che si guarda bene dall’essere profeta, non tarda ad arrivare:

“La speranza appartiene alla realtà giudaica cristiana e io sono un greco di cultura, perciò non posso parlarne senza temere che la speranza diventi illusione. Tanto dalla fede quanto dalla scienza, il passato è sempre stato considerato negativo, sede dell’ignoranza, il presente è ricerca e il futuro salvezza, ma io non posso darvi questa conferma. Guardiamo in faccia la realtà, il nichilismo svaluta ogni valore e rende il futuro non più una promessa, ma un’imprevedibilità che non può retroagire come motivazione, in cui manca il perché delle cose.”

Aula Magna Rettorato UniMe – ©Laura La Rosa, Messina 2019

Eppure, senza scadere in vuota retorica, non possiamo che credere che il nichilismo passivo possa trasformarsi in nichilismo attivo, che la rassegnazione possa lasciare il posto all’azione, che la tecnica abbia ancora lasciato aperti spiragli di umanità. L’aspettativa di un bene futuro, per quanto possa apparire priva di basi razionali, è connaturata all’anima umana. Allora, forse, riscoprire e rivalorizzare tutto ciò che appare piacevolmente “sovrabbondante” e che stride con il grigio rigore tecnico, come la speranza, le passioni, i sogni, l’utopia, le emozioni potrebbe aiutarci a svincolarci dall’orizzonte del pensiero calcolante, dalla logica dell’efficienza, dalla mera mansione di funzionari tecnici. Contrapporre al pensiero calcolante un pensiero meditante e impegnarci a ritrovare valori assoluti di riferimento, sciolti anche e soprattutto dalla dimensione della tecnica, non sono certo sicuri antidoti, ma piuttosto proposte alternative all’apatica e inconcludente arrendevolezza.

 

Giusy Mantarro

 

di Eventi

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