La solitudine dei numeri primi

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Ascolto consigliato: Everybody’s Talkin’ -Harry Nilsson

No, non si tratta di una recensione del noto libro di Paolo Giordano.

Credo che alcune frasi, alcune espressioni, abbiano un’eleganza intrinseca, che prescinde dall’interpretazione che ognuno di noi dà e che riesce ad affascinare pressocché chiunque. Ed è così che mi sento, colpito dalla semplicità di una frase che suona quasi come una sentenza, mentre cerco -a fatica- di scrivere il mio primo editoriale per UniVersoMe. Devo ammettere di non avere grandissima esperienza, ma al tempo stesso mi sento abbastanza confidente con questa forma di espressione, la scrittura, da essere entusiasta.

Mi sono arrovellato a lungo su quale importante tema trattare, quale opinione dare a riguardo: avrei potuto descrivere la disastrosa gestione italiana delle grandi opere (vedi MOSE a Venezia), il fenomeno delle sardine riunite in decine di piazze da nord a sud, i preoccupanti cambiamenti climatici e il Friday for future. Non che ognuno di questi argomenti non mi interessi, anzi. Ma in questo momento un po’ particolare della mia vita, ho preferito lasciare spazio alla parte meno razionale di me, a un flusso di coscienza che non volevo ignorare, che irrompe nei miei pensieri mentre mi appresto a scrivere questo articolo.

E mi sono venute in mente queste parole: la solitudine dei numeri primi.

Numeri primi da 0 a 1000. In matematica un numero primo è definito come un numero naturale maggiore di 1 che sia divisibile solamente per 1 e per sé stesso.

Mi sono sempre chiesto: chi sono i numeri primi?

Sono un insieme, un gruppo, una categoria di persone, una porzione della popolazione globale, che si sente particolarmente sola? Possiamo riconoscerli in qualche modo?

Nel mio microcosmo, i numeri primi sono i figli unici.

Banale”, direte voi.

D’accordo” sarebbe certamente la mia risposta.

Forse perché io stesso sono figlio unico, ma il binomio unico e solo mi appare quasi imprescindibile, magari anche per il mio carattere. Ho sempre visto la solitudine come qualcosa che un po’ si vuole, un po’ si cerca di scongiurare, un po’ ti viene e devi semplicemente accettarla. C’è persino chi pensa che essa sia indispensabile, come certi eremiti che fanno della meditazione solitaria una via privilegiata per l’illuminazione.

Tra i fautori di questa condizione troviamo sicuramente il filosofo Arthur Schopenhauer, che nei suoi Aforismi sulla saggezza del vivere scrive: “chi non ama la solitudine non ama la libertà, perché non si è liberi che essendo soli” o ancora “la solitudine offre all’uomo altolocato intellettualmente due vantaggi: il primo d’esser con sé, il secondo di non esser con gli altri”.

Ma voglio ampliare, come sempre, il mio microcosmo e riflettere più a lungo sulle parole che oggi ho preso in prestito. I numeri primi, paradossalmente, sono gli ultimiQuesta espressione nasconde un evidente e sconcertante controsenso. Da chi ha perso tutto a chi è nato senza avere niente, da chi è abbandonato dai propri cari a chi è abbandonato dal proprio Stato. Tantissimi sono gli “ultimi” che ogni giorno ci scorrono davanti agli occhi senza che nemmeno ce ne accorgiamo: strappati o isolati dalla propria comunità per i motivi più disparati (e talvolta per nessun motivo), si ritrovano ad affrontare la quotidianità solo con le proprie forze.

Scena del film Taxi Driver: Travis Bickle è un ventiseienne alienato, isolato, disadattato, ex marine reduce del Vietnam che soffre di insonnia cronica. La sua affezione lo porta a lavorare come tassista notturno. È certamente la prima pellicola alla quale associo la parola solitudine. [Fonte: La scimmia pensa, la scimmia fa]

Senzatetto, orfani, richiedenti asilo, chi vive in paesi dove anche procurarsi un pasto è difficile, dove la guerra dilaga incontrastata: sono solo alcuni esempi di persone che costantemente dimentichiamo, indaffarati nelle nostre questioni giornaliere.

Ma non “categorizziamo” la solitudine come se fosse appannaggio soltanto di alcuni gruppi di soggetti le cui condizioni rendono l’esistenza più fragile, maggiormente e necessariamente da tutelare rispetto agli altri. Rischieremmo così di fare un ragionamento troppo parziale, viziato da concetti sicuramente veri, ma non realistici.

D’altronde, questo articolo nasce da una riflessione su uno stato d’animo che può colpire chiunque in qualsiasi momento.

Ci si potrebbe aspettare che, concludendo, il redattore possa offrire una qualche “soluzione”, un suggerimento per affrontare la solitudine. In realtà, non sono in grado di dare tali risposte, anche perché potrebbero variare da soggetto a soggetto. Mi sento soltanto di dire che una condizione che accomuna più persone, di per sé suona come un invito a riunirle, in contrasto con il concetto stesso di solitudine.

E voi cosa ne pensate? La solitudine è più uno stato d’animo o una condizione sociale?

Come avrete capito, credo che siano vere un po’ entrambe le cose.

Di fatto, ho scelto di scrivere questo pezzo perché ritengo che tutti, almeno una volta, siamo stati un numero primo.

Emanuele Chiara

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