Sergio Leone: il regista che ha presentato l’Italia agli americani

Oggi avrebbe compiuto 92 anni uno dei più grandi registi della storia del cinema. Sergio Leone, considerato un trait d’union tra il cinema italiano e quello americano, ha diretto pellicole che non solo hanno stupito il grande pubblico, ma hanno influenzato registi d’altissimo calibro come Quentin Tarantino.

Noi di UniVersoMe andremo a comprendere come questo regista sia stato capace di dar vita ad un nuovo genere cinematografico e come abbia fatto a conquistare il pubblico internazionale.

Sergio Leone all’opera – Fonte: pinterest.com

La Trilogia del dollaro

La cosiddetta Trilogia del dollaro comprende i primi 3 film western del regista: Per un pugno di dollari (1964), Per qualche dollaro in più (1965) e Il buono, il brutto, il cattivo (1966).

Le tre pellicole narrano tre storie diverse tra loro. L’unico motivo per il quale vengono considerate parte di una trilogia è grazie alla presenza dell’Uomo senza nome (Clint Eastwood).

Per interpretare il ruolo del protagonista in Per un pugno di dollari, Sergio Leone aveva pensato ad attori del calibro di Henry Fonda e Cliff Robertson, ma in seguito ai loro rifiuti decise di ingaggiare un giovane – ed ancora sconosciuto – Clint Eastwood.

L’attore si rivelò uno dei punti di forza per il successo del film. Artefice di un’interpretazione magistrale caratterizzata da movimenti lenti e da un’unica espressione che rappresenta tutta la virilità del genere maschile, è diventato un’icona del western al pari di John Wayne.

Da qui cominciò la meravigliosa carriera di Clint Eastwood, star americana vincitrice di 5 premi Oscar scoperta e lanciata proprio da Sergio Leone.

Il regista decise di confermare l’attore anche per gli altri due film, facendogli interpretare lo stesso identico personaggio, ma introdusse altri protagonisti che condivisero alla pari la scena con Clint Eastwood. In Per qualche dollaro in più spicca il personaggio di Douglas Mortimer (Lee Van Cleef) che probabilmente è il cacciatore di taglie più elegante della storia.

Clint Eastwood e Lee Van Cleef in Per qualche dollaro in più – Fonte: comingsoon.it

Ne Il buono, il brutto, il cattivo vengono riconfermati i due interpreti precedenti e Leone ne aggiunge un terzo: Eli Wallach nei panni di Tuco Ramirez (il brutto) che incarna perfettamente il ruolo di un astuto farabutto sempre pronto a tradire dinnanzi al dio denaro, ma che in fondo al proprio animo nasconde una sensibilità infantile.

Le interpretazioni di questi attori restano celebri, ma il tocco da maestro di Leone sta proprio nell’aver saputo bilanciarle tra loro perfettamente, riuscendo a creare un equilibrio grazie al quale nessuno degli attori prevale sull’altro rubando la scena. Da segnalare anche la partecipazione di grandi attori italiani nei panni dei cattivi come Gian Maria Volontè e Mario Brega (forse il miglior caratterista italiano).

 

Spaghetti-western

La trilogia diede vita allo spaghetti-western, un genere cinematografico che ebbe molto successo in Italia tra gli 60 e 70, riportando il western in auge dopo un periodo di decadenza.

Tra gli elementi distintivi del genere spicca la figura dell’antieroe: un uomo privo degli attributi tradizionalmente riconosciuti agli eroi, ma protagonista di imprese portentose con atteggiamenti spesso rozzi e violenti.

Un altro elemento proprio di questo genere è sicuramente lo stallo alla messicana. Consiste in una situazione nella quale due o più persone (solitamente tre) si tengono sotto tiro a vicenda con delle armi, in modo che nessuno possa attaccare un avversario senza essere a propria volta attaccato.

Locandina del film Il buono, il brutto, il cattivo – Fonte: lacooltura.com

Sergio Leone lo ha introdotto per la prima volta nel cinema con Il buono, il brutto, il cattivo e da lì in poi numerosi registi lo hanno riproposto nelle proprie pellicole. Quentin Tarantino più volte ha dichiarato che proprio questo film fosse il suo preferito ed in numerosi film lui stesso ha messo in scena il famoso stallo alla messicana (ad esempio Le iene).

Stile

Sergio Leone – con delle inquadrature straordinarie – ci ha raccontato storie dalla trama non di certo innovativa nell’immaginario del vecchio West, ma che hanno riscosso un successo gigantesco grazie ai dettagli.

Il sigaro messo in bocca a Clint Eastwood è un tocco di classe che solo Leone poteva apporre.

L’attore non era un fumatore e non amava ovviamente tenerlo tra i denti; infatti, quando venne chiamato per girare il secondo film disse a Sergio: “Leggerò il copione, verrò a fare il film, ma per favore ti imploro solo una cosa, non mi rimettere in bocca quel sigaro!” ed il regista rispose: “E che vuoi lasciare a casa il protagonista?”. Geniale.

Clint Eastwood con il protagonista del film – Fonte: grossetonotizie.com

Il regista ha trasformato elementi inanimati in accessori che arricchiscono vertiginosamente la qualità dei personaggi e che hanno un ruolo centrale nelle storie (oltre al sigaro ricordiamo anche l’orologio con carillon in Per qualche dollaro in più).

C’era una volta in America (1984)

Dopo i film C’era una volta il West (1968) e Giù la testa (1971), Leone decise di prendersi una pausa dalla regia per dedicarsi all’attività di produttore.

Per 12 anni produsse diversi film: tra questi, anche molte commedie mediante le quali fece spopolare un giovanissimo Carlo Verdone con il quale stringerà una relazione profondissima, quasi come un rapporto padre-figlio. In questo arco di tempo Sergio Leone si dedica anche ad un progetto al quale pensava da tutta la vita: C’era una volta in America. Il film ha ricevuto il massimo dell’impegno da parte del regista (più di 10 anni solo per la fase di pre-produzione) anche se alla fine purtroppo non è stato apprezzato dal pubblico americano. Semplicemente perché non è stato ben compreso, dato che la produzione impose di ridurre la durata del film a soli 139 minuti; alla fine del primo montaggio si contavano ben 10 ore (oggi si sarebbe fatta una serie televisiva).

Robert De Niro in una scena del film – Fonte: umbria24.it

La pellicola non è classificabile all’interno di un genere cinematografico perché si trova di tutto: gangster, dramma, biografie, realismo, noir, ecc.

L’estro di Sergio Leone alla regia si identifica nel modo in cui ha rappresentato la virtuosità del tempo. Il regista gioca molto con gli sbalzi temporali ricorrendo all’uso dell’analessi e dell’ellissi, così da spiegarli senza annoiare lo spettatore.

Un altro punto di forza di questo capolavoro è sicuramente Robert De Niro, autore di un’interpretazione degna del suo nome. Grazie alle direttive di Sergio Leone, l’attore è riuscito ad incarnare il ruolo di Noodles, che può essere considerato da un punto di vista metaforico la personificazione della memoria: tutto il film si concentra sui ricordi di questo personaggio, il quale ci trasporta dentro il racconto esclusivamente con i suoi pensieri.

 

Sergio Leone ha fatto conoscere la nostra identità italiana agli americani. Con la Trilogia del dollaro ha riesaminato delle tematiche già trattate e ritrattate dalla vecchia Hollywood e le ha ripresentate secondo il suo punto di vista, innalzandone esponenzialmente la qualità. Con C’era una volta in America ha raccontato il senso del tempo ripercorrendo 40 anni di storia americana. Dai dettagli e dai particolari dei suoi film si coglie quel tocco in più che solo lui poteva dare e che lo rende unico nel suo stile.

Vincenzo Barbera

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