Pillola rossa o pillola blu?

Giugno 2020, ci muoviamo sicuri su un palcoscenico post-apocalittico.

Fieri e soddisfatti per la libertà restituita, camminiamo sorridenti sul cumulo di macerie lasciato dalle esplosioni della Covid-19, dallo Stato di Polizia e da un preannunciato crollo dell’economia occidentale.

La tempesta perfetta ci è scivolata addosso.

Tout est pardonné”, parafrasando la famosa frase di Charlie Hebdo: dopo aver vissuto il peggio possiamo sopportare tutto.

Abbiamo perdonato le scelte di governo, abbiamo accettato i presidi fissi di polizia, abbiamo accettato di vivere così, come si può.

Le epidemie globali potrebbero essere il sogno dello Stato autoritario, certo, vi invito però a non sottovalutare la potenza della rassegnazione.

La polarizzazione tra governanti e governati sta toccando vette mai raggiunte, ringrazia i cittadini per aver posato le spade e, come un padrone magnanimo, dispensa consigli dal retrogusto di imposizioni.

Come tutti, sono rimasto molto colpito dalla tragedia di George Floyd; ma l’elemento d’interesse della mia riflessione non è stata l’efferatezza del crimine, quanto la reazione popolare. Per giorni abbiamo sentito (e ahimè, commentato) le rivolte popolari avvenute in svariate città degli USA. Che si difenda il diritto della vittima o l’autoritas della divisa non si può negare la risposta dei cittadini.

Le violenze, i roghi, le morti, hanno distolto il nostro sguardo da un evento che ha un’enorme rilevanza: giuste o sbagliate, quelle azioni hanno portato a qualcosa.

Stop alla stretta al collo, tagli netti ai fondi delle forze dell’ordine e demilitarizzazione dei centri urbani: sono alcuni dei topic (in parte già votati dal Consiglio di Minneapolis) che in modo indiretto rimettono in discussione il valore della libertà.

Il dibattito diventa molto interessante se confrontato alla political agenda italiana.

Il bel paese risponde ai problemi con la vecchia formula proibizionismo–repressione, un mantra che implicitamente mette in mostra tutta l’incapacità della classe governante. “Non sono capace di risolvere, quindi vieto” è il succo dei vari provvedimenti emanati negli ultimi giorni.

Su questo trend il Sindaco della città di Messina firma (di nuovo) l’ordinanza “coprifuoco” che costringe ancora una volta i cittadini a vivere come “consigliato”.

Questa volta il capro espiatorio sono i “temibili” ubriachi, mostri mitologici mezzi uomo e mezzi degrado urbano, combattuti dalle eroiche forze dell’ordine.

Il rintocco dell’1.30 guida la carica delle forze di polizia che, a sirene spiegate, volano per la città in cerca dei malviventi della fase 3: gli imprenditori della notte.

Intimano la chiusura e invitano gli avventori (questi reietti) a tornare a casa ripristinando l’ordine ed il sacro silenzio della notte, sinfonia della vittoria del potente.

La libertà è un diritto ottriato, è tua ma ringrazia per il regalo. Esercitala come si deve – come dico io – altrimenti te la toglieremo, dimostra di essere degno.

14 Maggio 1932, “We want beer parade”

Che sia un pensiero di Destra o di Sinistra poco importa, ciò che conta è la svalutazione dell’essere umano considerato incapace di vivere e scegliere per sé.

I più colpiti sono senza dubbio gli under 30, quella fetta di popolazione considerata dai governatori un peso, una massa informe da controllare a vista. Quelli che vivono una situazione economicamente penosa, le cui famiglie vivono nel settimo paese più tassato al mondo (2019), le cui prospettive di vita sono state fortemente minate da scelte di governo poco oculate. Quelli a cui hanno già tolto il diritto di sognare, quelli a cui stanno togliendo il diritto di divertirsi.

La reazione popolare americana ci insegna che possiamo aprire un dibattito esprimendo il nostro malcontento. Anche chinare il capo di fronte alla negazione del diritto dell’utenza alla città è un male per la democrazia.

Potrebbe sembrare un invito all’anarchia, in realtà non c’è cosa più distante dal mio discorso. Quello che preoccupa è la cieca obbedienza, la rassegnazione e il silenzio della minoranza. Il senso di impotenza a cui sono state condannate quelle generazioni che dovrebbero lanciarsi nel mondo del lavoro e porre rimedio agli errori fatti nel corso degli anni da chi, oggi, sostiene ancora di avere la formula magica per la ripresa della nazione.

Come sempre, anche oggi, ci troviamo di fronte un bivio. Possiamo decidere di percorrere la strada dell’abnegazione o possiamo legittimarci nel tentativo disperato di rimettere la situazione in equilibrio, ritrovando interesse nella politica e nel dibattito per dare un’ultima chance al nostro paese.

Se così non sarà inevitabilmente continueremo a scegliere l’opzione “exit”, andremo via, lavoreremo fuori lontano dalle nostre origini per tornarci poche settimane d’estate. Soffriremo, feriti da un paese che non ci ha mai voluto, ma alla lunga soffrirà più la povera Italia la nostra mancanza.

Davide Pedelì

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