Occasioni

Pensò: “Nella vita si presentano occasioni che è bene cogliere per poter usufruire a pieno dei vantaggi che ne derivano.” Glielo aveva insegnato suo nonno.
Poggiò a terra la valigia che presentava un motivo moresco e fece una rassegna visiva della gente che camminava con la testa un poco bassa e i cappotti scuri. Nessuno si spostava con particolare entusiasmo, eccetto i confusi clan di bambini che inveivano un “dolcetto o scherzetto” contro ogni portone aperto. Una volta raccolte le forze, prese su la valigia e fece ansiosa slalom tra i passanti per poter finalmente trasferirsi nella sua nuova stanza in affitto. Era un’occasione. L’appartamento era un gioiellino deprezzato in centro città e, in cambio dell’offerta, avrebbe soltanto dovuto ascoltare alcune storie del proprietario ogni sera. Avanzò con passo nervoso sino alla sua destinazione, poi più lentamente esitò di fronte la vetrina di una profumeria per specchiarsi. Fece infine un salto deciso sulla scalinata accanto e suonò al citofono il Dott. Severino, quarto piano. Attese. Si voltò a destra perché si sentiva osservata, ma poi pensò bene fosse soltanto un po’ di paranoia causata dalla città nuova. Il suono gracchiante del citofono fu seguito dal suo ingresso nell’androne austero. Era poco illuminato, pieno di specchi e ogni suo passo mutava in eco.

Una volta su, non rimase stupita nel vedere che il padrone di casa fosse un vecchio uomo sulla settantina.

“La prego, entri.”

Iris si guardò intorno. “Grazie.” Venne chiuso il portone alle sue spalle e rimase fulminata dalla bellezza del salotto art déco ed era sorpresa dal fatto che le foto dell’annuncio non gli rendessero certo giustizia. Tanti dettagli attirarono la sua attenzione: un giradischi d’epoca, un’immensa libreria di legno e un pianoforte posto di fronte la finestra del salotto che, come un quadro, rifletteva la luna calante.

“Che casa meravigliosa…” Sospirò avanzando per il corridoio. Il vecchio la superò con una curiosa agilità, mentre gli occhi di lei si soffermavano sulla carta da pareti blu e verde, ricca di rombi e altre geometrie bizzarre. Aveva qualcosa di misterioso quella casa, a tratti lugubre, ma riusciva comunque ad essere accogliente. Il Dott. Severino si fermò di fronte una porta chiusa e la aprì con la grossa mano rugosa.

“Questa è la sua stanza.”

Ammirò lungamente il letto di legno nero e la poltrona classicheggiante rossa posta di fronte e volse poi lo sguardo sulle rotondità del lampadario moderno.

“Questa era la stanza di mio figlio.” La informò l’uomo e si sedette sulla poltrona senza smettere di osservarla con gli occhi stanchi e azzurri. “Iniziamo?”

Trovò la situazione strana, ma poi pensandoci meglio capì si trattasse di imbarazzo, quindi abbandonò la valigia a fianco del letto e si sedette.

“Si metta comoda. Tolga le scarpe. Avrà fatto un lungo viaggio.” La voce graffiata le suscitò grande tenerezza, perché le ricordava il nonno, ed eseguì. L’uomo iniziò a parlare della sua infanzia, famiglia, finanze ed ex moglie per ore. Poi pianse, confidandole fosse solo al mondo.

“Credevo avesse un figlio, caro signore, non pianga.” Si dispiacque la giovane e gli strinse la mano.

“È morto.” Il pianto non si fermava e provò una certa inquietudine. Indagò qua e là e notò la foto di un bambino sul comodino.

“Forse dovrebbe cambiare casa, è piena di ricordi.”

Ci fu silenzio per un attimo. “Buonanotte cara.”

Le baciò la fronte e un sonno pesante la trascinò con sé immediatamente. Si svegliò dopo un po’ frastornata, ma sentendosi piena di forze, e si mise in piedi per accendere la luce per affrontare il nuovo giorno. Non c’era corrente. Tentò di aprire le serrande con l’interruttore, ma invano e a tentoni riuscì a raggiungere l’abat-jour che non dava segni di vita.

“Signore!” Gridò. “Non c’è luce!”

Una luce lenta fece il suo ingresso e intravide il volto spettrale del Dott. Severino illuminato da una candela.

“Non si preoccupi, capita. Siamo al sicuro. Si sieda.”

Obbedì.

“Signorina Citati, vuole da bere?” Il volto in penombra era senza dolore alcuno, come se il male della sera prima fosse caduto nel totale oblio.

Pensò, disse di no inizialmente, poi annuì.

“Tè? Whiskey? Rum?”

“Tè, grazie.”

Il vecchio si allontanò e Iris si sentiva diversa, perché non riusciva a controllare il suo respiro che era sempre meno ritmico. Allo stesso tempo era come se fosse all’interno di una bolla, le orecchie avevano dei lievi acufeni oppure erano completamente chiuse. L’abat-jour si accese sola e così comprese fosse ritornata la corrente, ma sentì all’istante una puzza di bruciato nauseante che la spinse a chiedere a voce alta se andasse tutto bene, infine però razionalizzò la sua suggestione.

L’uomo fece ritorno con le bevande.

“Tè per te, rum per me.” Rise e lei lo ringraziò quando le venne porta la tazza. Il dottore si sedette nuovamente sulla poltrona porpora che appariva ora più alta e splendida. Iris per un momento ebbe l’impressione di vederlo seduto su un enorme palco e che le luci fossero puntate su di lui. Sorseggiò il tiepido tè, percependo il suo respiro più leggero che mai.

“Io ero un chirurgo, di quelli bravi. Ero un cardiochirurgo. Ho visto tanti miei amici morire. Un incubo. A vedere i tuoi pazienti morire ci fai l’abitudine, a vedere chi ami mai.”

Ecco che tornò la puzza di bruciato. “Scusi se la interrompo…”

“Prego.”

“Lei è sicuro di aver chiuso i fornelli? Sento uno strano odore.” Quando lo disse fu come se la puzza decise di nascondersi per non essere scoperta. Andò via. Si sforzò per risentirla, ma nulla.

“Non la sento.” Non avrebbe potuto dargli torto. Ci furono pochi secondi di silenzio mentre l’anziano ingeriva tutto in un sorso il bicchierino di rum. In quella assenza totale di suono, poteva sentire il percorso che il liquido tracciava all’interno della gola e poi dell’esofago. “Mio figlio si è dato fuoco. Aveva tanti debiti e un usuraio lo ha spinto alla rovina.”

Provò terrore e volle aprire la pesanti finestre per prendere aria.

“Ferma!” Il grido addolorato le fece raggelare il sangue, mentre la puzza di bruciato continuava con il suo vai e vieni. Il vecchio pianse e anche lei. “Ha mai perso qualcuno di caro?”

“Mio nonno. Recentemente.”

“Era malato?”

“No.”

“Com’è morto?”

“Di infarto.”

“L’Onorevole Citati… Oh Sergio… Il tuo amore per il denaro è stato tanto grande da farti scoppiare il cuore.”

Iris raggelò. Conosceva alcuni misfatti del nonno, ma non tutte le conseguenze insorte.
Il nome sul citofono era falso. L’uomo, in realtà, era il Dott. Romano, padre di un ex imprenditore di nome Vincenzo, la cui vita terminò tragicamente quindici anni prima, dopo una lunga depressione causata dalla bancarotta indotta dall’On. Sergio Citati, dandosi fuoco proprio nel balcone di quella casa. La sua anima stanca danzava nella notte con la fiamma del figlio e, delusa dalla giustizia, cercava vendetta. Non era un caso che proprio lei fosse lì.
Iris tutta questa storia non la conosceva, nonostante ciò decise fosse arrivato il momento di togliere il disturbo. Sentiva che probabilmente il nonno defunto avesse a che fare con la morte del figlio del proprietario di casa e il fatto che lei si fosse ritrovata ad affittare l’appartamento lo trovava assolutamente uno scherzo del destino e, soprattutto, di cattivo gusto. Si alzò e iniziò a piegare le coperte.

“Vuoi andare via?” Domandò piano.

“Sì!” Gridò senza rendersene conto, terrorizzata. Tirò da sotto il letto la valigia e le lacrime le bagnavano le guance. Pensò a suo nonno e a quanto male avesse fatto in giro per avere le sue occasioni e i suoi vantaggi. Un po’ le dispiaceva, ma aveva fatto tanto bene alla sua famiglia. Percepì un brivido, ma di amarlo comunque più che mai. Era un amore triste, tenero e proibito. “Ogni suo errore lo ha fatto per amore– pensò – Il mondo è degli egoisti. Sopravvive il più forte.”

“Avrei voluto solamente che qualcuno mi ascoltasse fino alla mia morte. Ti prometto che dopo quest’ultima storia, ti lascio andare.”

Si mise nuovamente a sedere, quasi controvoglia, perché fu il suo corpo a ritenere fosse corretto, in onore dell’ospitalità, prestare orecchie un’ultima volta. Nel giro di pochi istanti i nervi erano di nuovo inspiegabilmente saldi.

“In ospedale danno delle fascette identificative di colori diversi. Lo sapevi?Quando nasci, ad esempio: blu se sei maschio e rosa se sei femmina. Ne danno altri anche in occasioni differenti. Grigio se fai un day ospital. Giallo se devi fare un intervento importante.”

Non comprese perché le stesse facendo questa rassegna, ma si sentiva di nuovo tranquilla. Voleva rimanere. In fondo perché se ne sarebbe dovuta andare? Si trattava di un compromesso così vantaggioso. Occasioni.

“Mio figlio quando è morto non ne ha avuto nessuno.”

“Ne danno uno anche a chi muore?”

“Sì. Tuo nonno lo ha avuto. Non rammenti?”

Si sforzò per ricordare. “Rosso, sì.”

Nel momento in cui lo disse, sentì di nuovo puzza di bruciato e il vecchio parve giovane, bello e affascinante. Gli occhi rimanevano azzurri e pietrificati.

“Come questo?” Scoprì il braccio destro stretto in una fascetta rossa. Iris si sentì morire ed emise un urlo di dolore, indietreggiando verso la testata del letto. Dovette respirare più profondamente quando l’uomo impassibile si alzò e puntò l’indice verso il suo braccio.
Disperata abbassò gli occhi, tenendoli chiusi e, pur non essendo credente, iniziò a pregare chissà quale Dio.

”Apri gli occhi, bambina mia, guarda il tuo amato nonno dove ti ha portato. Questa sì che è un’occasione!” La voce, la voce era familiare. Era la sua.

Piangeva ininterrottamente quando si fece forza per riaprire gli occhi e, con l’orrore più agghiacciante, constatò che anche il suo scarno polso era stretto con una fascetta rossa.

Isabel Pancaldo

*Immagine in evidenza: illustrazione di Isabel Pancaldo

di Isabel Pancaldo

Studio lettere moderne, amo scrivere e di tanto in tanto dispensare opinioni non richieste.

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