Tag Archives: israele

Una Conferenza internazionale per il Mediterraneo. Draghi: “Proteggere i più deboli con corridoi umanitari”

«Proteggere i più deboli anche attraverso la promozione di corridoi umanitari dai Paesi più vulnerabili e rafforzare i flussi legali, che sono una risorsa e non una minaccia per le nostre società», ha affermato il Presidente del Consiglio Mario Draghi nel corso della settima edizione della Conferenza Rome MED – Mediterranean Dialogues, promossa a partire dal 2015 dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e dall’ISPI.

“Un’agenda positiva” per il Mediterraneo

Dal 2 al 4 dicembre 2021 si svolge a Roma in modalità ibrida – con partecipazioni sia fisiche che virtuali, anche attraverso lo streaming –la Conferenza nata per discutere del futuro del partenariato euro-mediterraneo, del ruolo della Nato e dell’Unione Europea nel Mediterraneo. Ed è proprio sul ruolo centrale di quest’ultimo che il Premier, nel proprio intervento, ha ribadito la necessità di un coinvolgimento dell’Unione Europea:

Il Mediterraneo non sia solo il confine meridionale dell’Europa, ma il suo centro culturale ed economico. Serve un maggiore coinvolgimento di tutti i Paesi europei, anche nel Mediterraneo.

Il Rome MED si basa su quattro pilastri: prosperità condivisa, sicurezza condivisa, migrazione e società civile e cultura. Tra gli oltre 50 ministri partecipanti: il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Luigi Di Maio, nonché i maggiori esponenti dell’Unione Europea (come l’Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Josep Borrell) e delle Nazioni Unite; si aggiungano il Vice Segretario Generale della NATO Mircea Geoana ed alcune tra le personalità più influenti del Golfo Persico.

Oltre che il ruolo del Mediterraneo, saranno oggetto della conferenza anche i flussi migratori, le elezioni democratiche in Libia, le risorse naturali, la situazione nelle regioni del Maghreb (Africa nord-occidentale che si affaccia sul Mediterraneo) e del Sahel (Africa centrale), il Golfo Persico come perno degli equilibri mediorientali, nonché le tensioni tra Israele e Palestina – la richiesta del Premier Draghi, in questo caso, è di dare nuovo impulso agli sforzi internazionali a favore del processo di pace.

Flussi migratori e il ruolo della Libia

«L’Italia sostiene con convinzione il processo di transizione politica e pacificazione della Libia», ha affermato Draghi nel suo intervento, «Siamo ormai vicini alle elezioni del 24 dicembre: un appuntamento cruciale per i cittadini libici e per il futuro della democrazia nel Paese. Il mio appello a tutti gli attori politici è che le elezioni siano libere, eque, credibili e inclusive».

(fonte: repubblica.it)

La Libia rappresenta uno dei principali attori del Mediterraneo nell’ambito delle missioni di ricerca e soccorso dei naufraghi in mare e della gestione dei flussi migratori. La sua situazione delicata la pone spesso in dibattito con i principali interlocutori dell’Unione, ma soprattutto con le ONG che si occupano del salvataggio dei migranti in mare. Ad oggi, la Libia non ha ancora ratificato la Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati (1951) e sui relativi diritti che dallo status ne derivano. La controversa posizione nell’ambito del rispetto dei diritti umani sembrerebbe poi porla in contrasto con l’art. 3 della CEDU sul divieto di tortura e trattamenti disumani, cui gli Stati dell’Unione sono obbligate a sottoporsi. Dall’impossibilità d’individuare la Libia come zona di sbarco sicuro ne derivano contrasti tra le ONG che rifiutano la giurisdizione di quest’ultima e gli Stati Europei che si affacciano sul Mediterraneo (come Italia, Malta).

Le parole di Draghi sul Golfo Persico

«Nel Golfo Persico, dopo anni di polarizzazione, assistiamo con interesse a nuove dinamiche cooperative. Come Italia abbiamo investito molto sulle opportunità in tal senso offerte dall’EXPO Dubai. Con l’Iran manteniamo un dialogo esigente, ma costruttivo, anche per quanto riguarda la non proliferazione del nucleare. Il nostro impegno in Iraq è rilevante. Contribuiamo al processo di graduale espansione della missione NATO, di cui assumeremo il comando per un anno a partire dal prossimo maggio». In questa zona del Medio Oriente, Russia e Turchia hanno giocato principalmente la carta militare, mentre Pechino ha rafforzato la sua presenza economica, diventando un partner chiave per molti paesi della regione.

Un dialogo difficile con l’Unione

Tra i punti principali dell’intervento del Presidente del Consiglio, anche l’esigenza di una collaborazione tra i Paesi del Mediterraneo che non si limiti ai rapporti bilaterali, né si esaurisca nella gestione delle crisi; ma anche una politica energetica condivisa per favorire lo sviluppo sostenibile. Tuttavia, il tragitto per un aperto dialogo con l’Unione per le questioni di principale interesse del bacino Mediterraneo (soprattutto sulla questione dei flussi migratori) sembra aspro e tortuoso: sono ancora innumerevoli le tensioni avvertiti ai confini con l’Europa dell’Est, ove ancora migliaia di persone sono bloccate al confine tra Polonia e Bielorussia nel tentativo di emigrare verso il territorio dell’Unione. Intanto, la Russia continua ad operare pressioni militari sull’Ucraina.

(fonte: ilvaloreitaliano.it)

Alcuni giorni fa, al forum dell’Unione per il Mediterraneo (UpM) di Barcellona, l’Alto Rappresentante dell’Unione Josep Borrell aveva affermato:

Il Mediterraneo non può essere solo sinonimo di migrazioni, bensì anche uno strumento di cooperazione in quanto rappresenta la porta d’ingresso dell’Africa. Oggi nel Mediterraneo ci sono troppi conflitti e instabilità politica, a volte sembra più una frontiera che separa due mondi con enormi differenze economiche e sociali che non un nesso di unione.

Nella giornata di ieri sono stati infine approfonditi temi strategici come il ruolo dei giovani e delle donne e il loro contributo alla crescita sociale ed economica, il peso economico delle infrastrutture, la complessità della questione migratoria, il ruolo strategico della cyber security, e il contributo della società civile nelle società mediterranee.

Valeria Bonaccorso

 

UniMe: fuori il bando Erasmus+ per il II semestre

Il Bando Erasmus + ICM per la mobilità studenti UniMe per il secondo semestre dell’a.a. 2021/22 è stato pubblicato.

Mete

Le Università partner che prenderanno parte al progetto sono divise tra: Albania, Armenia, Cile, Cina, Georgia, Giordania, Israele, Marocco e Ucraina per un totale di 26 borse. Gli studenti dovranno presentare le proprie candidature fino al 9 dicembre, giorno di chiusura per le domande, rispettando le modalità previste dal bando. Il seguente documento chiarisce nel dettaglio tutto quello che bisogna sapere per poter partecipare agli Erasmus: https://www.unime.it/sites/default/files/DR%20PUBBLICAZIONE%20BANDO%20OUTGOING%20STUDENTI_III%20CALL.pdf

Informazioni e requisiti

I requisiti necessari per poter partecipare agli Erasmus variano in base alla meta: la quasi totalità richiede una buona conoscenza della lingua inglese, ma alcuni prevedono lezioni anche in italiano russo e francese.

La selezione avviene anche sulla base del CdL di appartenenza e, per gli studenti interessati, sono già esposte le attività di cui si occuperanno (se di studio, di ricerca o tirocinio). Queste informazioni con in più i contatti di riferimento dei diversi Atenei sono disponibili al seguente link: Elenco sedi e requisiti specifici.

Come viene stilata la graduatoria

La graduatoria dei candidati verrà invece stabilita secondo un calcolo che terrà conto di: media, crediti annui, negli specifici casi anche del voto di laurea.

La graduatoria si baserà come segue:

Σ (voto X credito) / (diviso) numero di crediti acquisiti

In particolar modo:

  1. Studenti di Primo Ciclo e Ciclo Unico
    • Punteggio = (50 * media/30) + (50 * CreditiSuAnni)/60)
      creditiSuAnni= crediti acquisiti / anni di corso
  2. Studenti di Secondo Ciclo
    • Punteggio = (50 * media/30) + (25 * (creditiSuAnni)/60) + (25 * R/33)
      creditiSuAnni= crediti acquisiti / anni di corso
      R = ((votoLaurea1livello /scalavotolaurea1livello* 30) * (3 / anniLaurea1livello) * 1,1
  3. Studenti di Terzo Ciclo
      1. Punteggio = (voto di laurea di livello I) + (voto di laurea di livello II) / 2
        oppure
        Punteggio (C.U.) = voto di laurea a ciclo unico

Borse di studio e tirocinio

Sono previste 26 borse di mobilità per studio (Erasmus+ Studio) e 5 per il tirocinio (Erasmus+ Traineeship). Per potervi accedere bisogna essere regolarmente iscritti all’Università di Messina. I beneficiari avranno una borsa di studio mensile di 700 più dei contributi che copriranno parte delle spese di viaggio. L’erogazione del contributo mensile avverrà nel seguente modo:

  • il 70% dell’importo totale, all’inizio della mobilità, a seguito dell’invio della “Conferma di
    Arrivo” da parte dell’Università ospitante;
  • il restante 30% calcolato in base ai giorni di permanenza certificati dall’Università ospitante al
    rientro, previa presentazione della documentazione richiesta.

Il contributo per spese viaggio verrà invece erogato totalmente all’inizio della mobilità, insieme al 70% dell’importo totale della borsa di studio. Il valore di ciascun contributo per le spese di viaggio varia in base alla distanza chilometrica fra la città di partenza e la città di destinazione.

Studenti laureandi

Gli studenti laureandi, interessati all’Erasmus+ Traineeship, che non sono regolarmente iscritti all’A.A. 2021/22 e che quindi non possono compilare la candidatura tramite esse3, dovranno inviare la propria candidatura dal proprio account istituzionale (codicefiscale@studenti.unime.it) all’indirizzo email: protocollo@unime.it con oggetto della stessa: “Candidatura Bando Erasmus+ ICM II semestre a.a. 2021/22 – C.A. “Unità Operativa Cooperazione e Didattica Internazionale” entro e non oltre le ore 23:59 del trentesimo giorno successivo alla data di pubblicazione del presente bando.

Sarà inoltre necessario allegare i documenti presenti nella sezione modulistica:

  • Application Form;
  • Documento di identità in corso di validità;
  • Learning Agreement for Traineeship, debitamente compilato e firmato dallo studente, dal Referente per la mobilità internazionale del proprio CdS e – ove possibile (fortemente consigliato) – dal Referente per la mobilità internazionale dell’Università prescelta;
  • la competenza linguistica, certificata mediante una delle seguenti modalità:
    • superamento dell’esame di lingua previsto dal proprio corso di studi (con attestazione del Docente titolare del corso, riportante il livello di conoscenza acquisito secondo la classificazione
      europea);
    • Certificazioni linguistiche rilasciate dal CLA/CLAM (Centro Linguistico d’Ateneo), con la specifica del livello di conoscenza acquisito secondo la classificazione europea;
    • Certificazioni internazionali;
    • Autocertificazione.

Questione Covid-19

L’Università ha poi fatto il punto anche sui possibili imprevisti legati alla pandemia di Covid-19, che ovviamente potrebbe influenzare anche pesantemente le questioni di mobilità. L’Ateneo ha dunque specificato che, non potendo prevedere l’evoluzione della pandemia, potrebbero essere prese in considerazione cancellazioni o svolgimento in modalità virtuale delle attività Erasmus, tutto dipenderà dal proseguo della pandemia e dalle condizioni dei paesi e degli Atenei di destinazione.

Riconoscimento delle attività e modulistica

Le attività di formazione svolte dagli studenti con gli Atenei esteri saranno approvate anche da UniMe secondo quanto garantito dal Regolamento per il riconoscimento dei periodi di mobilità all’estero.

Clicca qui per leggere tutte le informazioni specifiche tratte dal regolamento.

Per quanto concerne la modulistica si trova sul sito UniMe nella sezione “Documenti e Regolamenti” (clicca qui).

Maggiori informazioni

Il Bando

Per maggiori informazioni è possibile contattare gli uffici preposti:

U. Op. Cooperazione e Didattica Internazionale
Unità Organizzativa Programmi Internazionali
Palazzo Mariani – Via Consolato del Mare, 41 1° Piano – 98122 Messina

  • Tel: 090 676 8539-8288
  • Email: progetti.erasmusicm@unime.it
  • Ricevimento: scrivere a progetti.erasmusicm@unime.it per concordare appuntamento sulla piattaforma Microsoft TEAMS.

Antonio Ardizzone

Da domenica Israele somministrerà la terza dose di Pfizer. In Italia aperto il dibattito tra gli esperti

Secondo quanto annunciato dal ministero della Sanità locale, in Israele le persone con più di 60 anni che hanno già completato il ciclo vaccinale potranno ricevere, a partire da domenica, se sono trascorsi oltre cinque mesi dall’inoculazione della seconda dose, una terza dose Pfizer. Israele è il primo paese a compiere un passo simile.

Vaccinazioni in Israele – Fonte: www.ansa.it

“Un trend gradualmente in declino dell’efficacia vaccinale”

Mercoledì un team di esperti aveva consigliato di avviare la somministrazione della terza dose dopo aver notato un calo nell’efficacia del vaccino fra quanti sono stati immunizzati sei mesi fa. Il primo a ricevere la terza dose sarà il capo dello Stato Isaac Herzog.

A parlare di “un trend gradualmente in declino dell’efficacia vaccinale” è uno studio inserito nella piattaforma MedRxiv e supportato da Pfizer e Biontech. Gli esperti hanno notato che, dopo il picco raggiunto dopo la seconda dose e fino a 2 mesi l’efficacia è del 96,2 %, dopo i 2 mesi ed entro i 4 la percentuale scende fino al 90, 1 %, dai 4 ai 6 mesi è dell’ 83,7 %.  Lo studio ha calcolato un calo medio di efficacia del vaccino Pfizer del 6% ogni 2 mesi. Fino a 6 mesi il vaccino ha comunque un profilo di sicurezza favorevole ed è altamente efficace, ma sia il trend in calo sia la diffusione capillare della variante Delta hanno fatto pensare alla necessità della terza dose.

A preoccupare Israele non è soltanto l’accertato calo di efficacia del vaccino ma anche i dati più recenti relativi ai nuovi casi di coronavirus. Ieri i contagi sono stati 2.165. I malati gravi sono saliti a 159 e l’indice di contagio si è attestato adesso sull’1,35 %.

Da ieri, infatti, è tornato in vigore il Green Pass sanitario, grazie a cui verranno limitati gli ingressi nei locali al chiuso a chi è stato vaccinato, a chi sia guarito del Covid e a chi sia in possesso di un test Pcr (tampone) negativo eseguito nel corso nelle 72 ore precedenti. Inoltre, il Ministero della salute israeliano ha annunciato che dall’1 agosto potranno essere vaccinati anche i bambini tra i 5 e gli 11 anni che rischiano complicazioni gravi o la morte a causa del Covid-19.

Il parere dell’Ema e dell’Oms

Non tutti sono pronti a seguire l’esempio di Israele. Secondo quanto dichiarato dall’Ema«è troppo presto per confermare se e quando ci sarà bisogno di una dose di richiamo, perché non ci sono ancora abbastanza dati dalle campagne vaccinali». 

Dubbiosa è anche l’Oms che invita a pensare ai paesi più poveri che non hanno ancora fatto le prime dosi o, addirittura, non dispongono di vaccini.

Nel frattempo la Commissione Europea, che non vuole farsi trovare impreparata, sta stringendo accordi con Pfizer-Biontech e con Moderna per nuove dosi. “Siamo molto consapevoli che servirà un rafforzamento del vaccino ed è il motivo per cui ci stiamo preparando, ad esempio concludendo un terzo accordo con Biontech/Pfizer, che prenota per la Ue 1,8 miliardi di dosi che servono se occorrerà fare una terza dose, oppure per combattere le varianti, o se servirà vaccinare altri gruppi come ragazzi e bambini”, ha dichiarato un portavoce della Commissione Ue.

Il dibattito in Italia

Anche in Italia si è aperto il dibattito sull’opportunità della somministrazione della terza dose. Questa probabilmente, secondo il parere di medici e virologi, sarà rivolta a soggetti fragili come anziani, immunodepressi, pazienti oncologici.

L’infettivologo Matteo Bassetti – Fonte: www.ansa.it

Secondo Matteo Bassetti, primario di Malattie infettive all’ospedale San Martino di Genova, non ci sono ancora dati a sufficienza per dire con certezza che la terza dose andrà fatta e bisognerebbe vedere i dati delle seconde dosi per capire se chi ha fatto il vaccino ad un anno di distanza ha ancora gli anticorpi. Per quanto riguarda la variante Delta, sostiene l’infettivologo: “Dai dati che arrivano dalle aziende, la terza dose del vaccino a mRna è in grado di alzare di cinque volte la risposta immunitaria contro la variante Delta. Ma due dosi di vaccino proteggono dalle forme gravi della malattia, chi ha completato il ciclo è dunque perfettamente coperto”.

Mario Clerici, docente di immunologia dell’università degli Studi di Milano, sostiene la necessità della terza dose soltanto per pazienti immuno-depressi.

Secondo Andrea Crisanti, direttore del Dipartimento di medicina molecolare dell’università di Padova, considerando che la variante Delta può avere gravi ripercussioni, tra coloro che hanno completato la vaccinazione da 7-8 mesi, su soggetti fragili e anziani, l’opportunità della terza dose è da valutare proprio per questi soggetti.

“Credo sia da prendere in considerazione la terza dose di vaccino anti-Covid. Anche un recente articolo della Pfizer evidenzia qualche defaillance dopo 6 mesi dal vaccino e quindi bisogna pensarci, perché siamo, me compreso, verso la fine e comincia a vedersi anche personale sanitario, come altri cittadini, positivo. Quindi, situazioni che per certi versi inquietano rispetto all’operatività degli ospedali e delle strutture sanitarie”, ha detto il virologo Fabrizio Pregliasco, docente dell’Università Statale di Milano.

Massimo Galli, direttore di Malattie infettive all’ospedale Sacco di Milano, sostiene che la somministrazione di una terza dose non ha senso, neanche per soggetti a rischio, se prima non è stata valutata la presenza di anticorpi.

L’infettivologo Massimo Galli – Fonte: www.ansa.it

Terza dose anche di AstraZeneca?

Il dibattito sulla terza dose ha riguardato soprattutto i vaccini a Rna messagero. Per quanto riguarda quelli con adenovirus, l‘amministratore delegato di AstraZeneca Pascal Soriot, ha dichiarato di non avere elementi per dire con certezza se servirà o meno una terza dose del vaccino e che sarà il tempo a dare delle risposte. “Ci sono due dimensioni dell’immunità: gli anticorpi, che calano con il tempo, e la seconda, importantissima, le cellule T, che tendono a proteggere le persone dalla malattia grave ma offrono anche durata nel tempo. Con la tecnologia che utilizziamo, abbiamo una produzione molto elevata di cellule T. Speriamo di avere un vaccino durevole che protegga per un lungo periodo di tempo”, ha spiegato il manager.

Chiara Vita

Israele e Hamas, raggiunto l’accordo per il cessate il fuoco. Il conteggio dei danni nella Striscia di Gaza

(fonte: ilpost.it)

Da giovedì sera Israele ha cessato il combattimento contro Hamas, l’organizzazione paramilitare a favore della Resistenza palestinese. La notizia è giunta al culmine degli 11 giorni di raid aerei e bombardamenti che hanno interessato la zona della Striscia di Gaza. Il ceasefire è stato raggiunto in seguito a giorni di trattative e dibattiti condotti principalmente dall’Egitto, Giordania e Francia. Il Ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry, ha confermato l’impegno dell’Egitto nell’ottenimento di una tregua.

Stiamo lavorando diligentemente per ottenere un cessate il fuoco. Ritengo che le conseguenze dell’escalation di violenza, delle perdite e della distruzione necessitino di tutto l’impegno necessario.

Nell’intervista della CNN, il Ministro ha anche rivelato di essere in contatto con diversi ministri dell’Unione Europea ed anche col Ministro degli Affari Esteri israeliano Gabi Ashkenazi. Il ceasefire è entrato in vigore a partire dalla notte tra giovedì e venerdì, l’1 ora italiana. Hamas ha deciso di accettare l’accordo, ma tramite un suo esponente, Ezzat El-Reshiq, ha anche espresso le proprie richieste.

È vero che la battaglia finirà oggi, ma Netanyahu ed il mondo intero devono sapere che le nostre mani rimangono sul grilletto e che accresceremo le capacità di questa Resistenza.

Sembra che le pressioni internazionali, in particolare dell’ONU, abbiano avuto la loro parte nel raggiungimento dell’accordo. Ma, ancor di più, si ritiene che Israele abbia raggiunto il proprio obiettivo principale: ridurre sensibilmente l’arsenale di Hamas e distruggere taluni dei tunnel sotterranei alla Striscia di Gaza dai quali vengono importati materiali bellici da Siria ed Iran, ossia i rifornimenti per la costruzione di missili da parte di Hamas – anche se molto rudimentali nella tecnologia. Dall’altra parte, Al Mayadeen, stazione televisiva libanese, ha affermato che Hamas abbia ricevuto «garanzie che le aggressioni israeliane alla moschea di al Aqsa e a Sheikh Jarrah sarebbero state fermate». Gli eventi appena citati sarebbero, infatti, le cause dell’insorgere del più recente conflitto.

(fonte: ilpost.it)

Un conteggio dei danni nella Striscia di Gaza

Negli 11 giorni di battaglia, le perdite subite dalla Palestina sono state di 232 contro i 12 dell’Israele; più di 1200 i feriti. La differenza nei dati non sorprende, viste e considerate la disparità di organizzazione ma, soprattutto, di equipaggiamento bellico tra i due Stati. L’ONU ha poi rivelato, tramite il proprio Coordinatore per i Processi di Pace nel Medio Oriente, Tor Wenneslandl’ammontare dei danni civili subiti dalla Striscia.

Il Coordinatore ha inizialmente sottolineato la situazione disagevole del sistema sanitario di Gaza, colpito da una carenza di provviste ed equipaggiamento necessari ad affrontare la crisi da COVID-19. Successivamente, il conteggio degli sfollati della Striscia è salito a 34,000, con la conversione di 40 scuole in rifugi. Altre 40 scuole, sette fabbriche ed almeno quattro ospedali hanno subito danni parziali o permanenti.

Haaretz, quotidiano israeliano, ha poi affermato che, secondo le autorità palestinesi, almeno 20 famiglie sarebbero state quasi totalmente spazzate via dai bombardamenti. Più di 4000 i missili lanciati nelle ultime settimane.

(A sinistra, i razzi Iron Dome d’Israele; a destra, quelli lanciati da Hamas. Fonte).

Il caso dei portuali di Livorno e le parole del Presidente USA

Sin dai primi giorni di conflitto, molte voci e proteste hanno animato il dibattito. Un accento particolare è stato posto sulla circostanza di soccombenza della popolazione palestinese in contrasto con l’imponenza israeliana. Per questo molti utenti, ma anche giornali, hanno ritenuto di non poterlo considerare un conflitto alla pari.

Intanto, anche in Italia alcuni portuali di Livorno hanno bloccato un carico di armi destinate all’Israele, dimostrando il proprio sostegno nei confronti della popolazione palestinese. La notizia ha subito fatto il giro del mondo ed è stata riportata anche dal quotidiano britannico online The Independent.

Oggi, il Presidente degli Stati Uniti d’America Joe Biden, in un discorso, ha affermato l’importanza di garantire ad entrambi gli Stati la pace.

Palestinesi ed Israeliani meritano entrambi di vivere in modo sicuro e protetto e di godere di eguali misure di libertà, prosperità e democrazia.

In attesa di successivi sviluppi, il sito Haaretz, che offre continui aggiornamenti sulla vicenda, ha riportato che poche ore fa Israele ha consentito l’entrata degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Gli aiuti sarebbero dovuti arrivare martedì, ma erano stati bloccati con fuoco di mortaio al valico di passaggio di Kerem Shalom, che connette la Striscia all’Israele.

Valeria Bonaccorso

 

La Francia propone la risoluzione del conflitto in Palestina. Preoccupa l’esitazione USA

Il conflitto israeolo-palestinese non accenna a placarsi. Dopo nove giorni di scontri tra l’esercito israeliano e Hamas, il fervore con cui le notizie provenienti dal medioriente sono state recepite dall’opinione pubblica non ha mancato di stimolare le potenze occidentali. Ultima misura, in ordine di tempo, a emergere è stata quella presentata al tavolo delle Nazioni Unite dalla Francia e concordata con Egitto e Giordania. La proposta è arrivata al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e punta a un cessate il fuoco in Palestina.

La risoluzione

Emmanuel Macron, insieme ad Egitto e Giordania, si appella all’Onu per cessare le violenze in Medioriente. Fonte: Huffingpost.

La proposta di tregua giunge in seguito all’ incontro fra il presidente francese Emmanuel Macron, l’egiziano Abdel Fatah Al-Sisi e, collegato in videoconferenza, il re Abdallah II di Giordania. Durante il meeting è emerso che

“i tre Paesi concordano su tre elementi: i lanci di razzi devono cessare, è giunto il momento di un cessate il fuoco e il Consiglio di sicurezza Onu deve prendere in mano la questione“.

L’Eliseo ha inoltre reso noti i motivi dell’accordo con i due paesi arabi: “Sono protagonisti influenti nei luoghi santi per la Giordania e su Gaza per gli egiziani”.

L’Egitto ha proposto “attraverso canali privati” un cessate il fuoco tra Israele e Hamas a partire dalle 6 di mattina (ora locale) di giovedì prossimo. Hamas avrebbe risposto favorevolmente mentre Israele, al contrario, non avrebbe manifestato alcun segno di resa.
La notizia, riportata dalla tv israeliana di Canale 12, è stata tuttavia prontamente smentita sul Times of Israel dal membro della leadership di Hamas, Izzat al-Rishq, che ha dichiarato:

“Non è vero ciò che alcuni media nemici hanno riferito, ovvero che Hamas abbia concordato ad un cessate il fuoco per giovedì. Nessun accordo o uno specifico calendario per questo è stato raggiunto” continua poi “Pur sottolineando che gli sforzi e i contatti dei mediatori sono seri e continui, le richieste della nostra gente sono chiare e ben note”.

L’ambiguità della posizione statunitense

La Cina fa sapere che sostiene senz’altro la proposta. Gli Stati Uniti hanno bloccato per otto giorni una dichiarazione sul conflitto e hanno giustificato il loro silenzio attraverso l’ambasciatrice americana Linda Thomas Greenfield: Non siamo stati in silenzio. Il nostro obiettivo è stato e continuerà ad essere quello di un intenso impegno diplomatico per porre fine a questa violenza”. Il presidente Joe Biden “ha espresso il sostegno per un cessate il fuoco”.

L’ambasciatrice americana ribadisce l’impegno nella risoluzione del conflitto ma gli Usa finora hanno bloccato dichiarazioni che secondo Washington potrebbero ostacolare o nuocere alla sua “diplomazia intensa ma discreta”. Fonte: ABC News.

Il sostegno di Biden, tuttavia, giunge dopo ben quattro telefonate al premier israeliano Benjamin Netanyahu nel corso delle quali ha ribadito più volte che Israele abbia il pieno diritto di difendersi contro “gli indiscriminati attacchi di razzi” di Hamas.

Una mossa, quella di Biden, che ha confuso la comunità internazionale e non ha mancato di apparire come un’attività diplomatica molto blanda. Dallo stesso Partito Democratico aumentano gli appelli rivolti al presidente per una presa di posizione più forte e netta per fermare Israele. Malgrado la gravità della situazione pare per il momento che la questione non rientri tra le priorità dell’agenda presidenziale .

La guerra continua

Nonostante gli appelli, aumentano le vittime in rapporto a nuovi attacchi perpetrati questa notte. Secondo quanto riferito dal portavoce dell’esercito israeliano Hidai Zilberman, i caccia dello Stato ebraico hanno sganciato 122 bombe in 25 minuti su circa 40 obiettivi sotterranei. L’attacco ha comportato la distruzione di oltre 12 chilometri di tunnel e numerosi depositi di armi e un centro di comando. Zilberman ha poi dichiarato: “Almeno 10 membri dei gruppi terroristici di Hamas e della Jihad islamica palestinese sono stati uccisi“. Ad essere preso di mira il quartiere Rimal, sobborgo residenziale di Gaza City, dove vivono “molti leader di Hamas”.

Razzi nello scontro tra Gaza e Israele. Fonte: AGI.

Le vittime complessive a Gaza, dall’inizio delle ostilità, sono ora 213, tra cui 61 bambini e 36 donne.
Questa mattina, invece, il lancio di razzi diretti verso un capannone agricolo israeliano, vicino alla linea di demarcazione, ha ucciso due operai thailandesi e ferito altre due persone. Ora il totale delle vittime in Israele è di 12 persone: 10 (tra cui 2 bambini) sotto i razzi e altre 2 per motivi collegati ai lanci.

Alessia Vaccarella

Notte di guerra al confine tra la Striscia di Gaza e Israele. Prevista oggi seduta urgente dell’Onu

Notte di guerra al confine tra la Striscia di Gaza e Israele, dove l’escalation di violenza prosegue ancora oggi con ripetuti lanci di razzi dalla Striscia e raid dell’esercito dello Stato ebraico, che ha annunciato il richiamo di 5mila riservisti, in vista di una guerra che non sarà di breve durata.

Gli ultimi avvenimenti

L’85% dei razzi lanciato da Hamas è stato intercettato mentre circa 200 sono esplosi all’interno della Striscia. Il movimento islamico ha anche cercato di colpire l’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, le cui sirene di allarme sono risuonate verso le 6 locali (le 5 in Italia) costringendo la popolazione a correre in locali protetti.

Altri attacchi sono stati segnalati nel sud di Israele, dove le scuole restano chiuse, mentre il traffico ferroviario verso Ashkelon e il sud del Paese è interrotto. Nella località, 26 israeliani sono stati feriti dai razzi, uno dei quali ha centrato un edificio di otto piani. Una razzia già preannunciata dal portavoce dell’ala militare di Hamas, Abu Ubaidah, che aveva dichiarato:  “Se Israele continuerà ad attaccare, trasformeremo Ashkelon in un infernoaggiungendo poiabbiamo lanciato razzi contro Ashkelon a seguito di un attacco israeliano che ha colpito una casa a ovest di Gaza City”.

I razzi lanciati dalla Striscia verso Gerusalemme. Fonte: Ansa.

In risposta l’esercito ha compiuto oltre 500 attacchi contro personale, armamenti e infrastrutture di Hamas e Jihad nella Striscia, uccidendo altri due capi militari: Hassan Kaogi, capo del dipartimento di sicurezza dell’ intelligence militare di Hamas, e il suo vice, Wail Issa, capo del dipartimento di controspionaggio dell’intelligence militare.

Il portavoce delle Forze della sicurezza israeliana, Hidai Zilberman, ha ribadito la volontà di non fermare lo scontro: “Abbiamo un indirizzo chiaro: questo è Hamas. Il gruppo pagherà un caro prezzo per le sue azioni. Risponderemo ferocemente“.

Il bilancio delle vittime

Il Jerusalem Post scrive che sono almeno cinque i cittadini israeliani uccisi dai raid. Il numero delle vittime cresce di ora in ora: a Gaza sono 35 i palestinesi uccisi – tra i quali 12 bambini e tre donne -, e più di 200 persone sono rimaste ferite. Un razzo anticarro sparato da Gaza, rivendicato da Hamas, ha inoltre centrato in mattinata un veicolo israeliano che si trovava nei pressi della linea di demarcazione, provocando tre feriti che versano in condizioni gravissime. Anche nelle gli abitanti delle vicinanze del Kibbutz Netiv a Assarà hanno ricevuto l’ordine di entrare nei rifugi.

Edificio del ministero dell’interno di Hamas, alla periferia di Gaza, distrutto da un raid aereo israeliano. Fonte: Ansa.

Fino agli scontri di ieri invece, il ministero della Salute palestinese ha aggiornato il bilancio a 24 morti, tra cui nove minori dopo gli attacchi israeliani verso Gaza, con un numero di feriti che viaggiano intorno ai 103. Secondo i media di Tel Aviv la morte dei 3 bambini palestinesi a Gaza sarebbe stata invece causata da un fallito attacco da parte di Gaza contro Israele.

La riunione dell’Onu

L’incontro si tiene oggi su richiesta urgente di Cina, Tunisia, Norvegia, Francia, Estonia e Irlanda, che avevano presentato lunedì scorso una bozza di dichiarazione in cui si invitava “Israele a fermare le attività di insediamento, demolizione ed espulsione” dei palestinesi, “anche a Gerusalemme est”. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu, tuttavia, non aveva raggiunto l’accordo per una dichiarazione comune, nonostante i numerosi appelli alla moderazione tra cui quello del Ministro degli Esteri italiano Luigi di Maio.

Arrivata ieri la condanna della Casa Bianca agli attacchi di Hamas contro Israele, Joe Biden ha chiesto ai suoi funzionari di inviare sia da israeliani sia ai palestinesi “un chiaro messaggio teso a far rientrare l’escalation”. Il suo portavoce, Jen Psaki ha aggiunto: “Il sostegno del presidente alla sicurezza di Israele e il suo legittimo diritto a difendersi e difendere il proprio popolo è fondamentale e non verrà mai meno”. Una dichiarazione giunta dopo la telefonata avvenuta nella notte tra Jake Sullivan, consigliere per la Sicurezza nazionale di Biden, e il consigliere israeliano Meir Ben Shabbat. Lo stesso Sullivan ha tracciato la strada “verso la restaurazione di una calma sostenibile”, ha detto nel corso del colloquio.

Palazzo dell’Onu dove si riuniranno oggi le autorità internazionali. Fonte: Lindro.it

Anche il segretario dell’Onu Antonio Guterres ha esortato Israele a cessare le demolizioni e gli sgomberi, invitando lo Stato mediorientale alla massima moderazione e al rispetto al diritto della libertà di tenere riunioni pacifiche.

Il Segretario generale esprime la sua profonda preoccupazione per la continua violenza nella Gerusalemme est occupata, così come per i possibili sgomberi di famiglie palestinesi dalle loro case“, ha dichiarato il portavoce Onu Stephane Dujarric.

Gli appelli delle autorità cristiane

La preoccupazione e l’invito a una restaurazione della pace giunge non solo da Papa Francesco, che ha chiesto “soluzioni condivise”, ma anche dai capi delle Chiese cristiane di Terra Santa che si erano detti sbigottiti per la violenza manifestata a Gerusalemme est, formulando un appello alla Comunità internazionale “e a tutti i popoli di buona volontà” a intervenire per mettere fine “a queste azioni provocatorie, così come continuare a pregare per la pace di Gerusalemme”.

Alessia Vaccarella

 

Giorni di fuoco fra Israele e Hamas: i timori di un nuovo conflitto. Ecco cosa sta succedendo

Venti di guerra in Medio Oriente: durante la notte tra ieri e oggi vi è stato un massiccio raid aereo sulla Striscia di Gaza da parte di Israele a seguito del lancio di razzi su Gerusalemme da parte di Hamas (l‘organizzazione palestinese di carattere politico e paramilitare considerata di natura terroristica).

Secondo il ministero della Salute di Hamas a Gaza, nei bombardamenti israeliani sulla Striscia sarebbero state uccise 24 persone, di cui nove bambini; altri 700 palestinesi sono stati feriti negli scontri a Gerusalemme. Secondo l’esercito israeliano, nel bombardamento sono stati colpiti 8 militanti di Hamas.

“Hamas ha varcato la linea rossa e pagherà un duro prezzo “, ha dichiarato Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano.

Le violenze di questi giorni sono considerate le peggiori dai tempi dell’ultima guerra combattuta fra gruppi armati palestinesi e Israele, nel 2014. Alcuni osservatori temono già che nei prossimi giorni le tensioni possano trasformarsi in un vero e proprio nuovo conflitto.

(fonte: la Regione)

 Le origini del conflitto

Una escalation di sangue e paura ha caratterizzato la Giornata internazionale di Gerusalemme, anniversario della conquista della città nel 1967 da parte delle truppe israeliane.

La situazione a Gerusalemme è cominciata a precipitare dal 10 maggio quando, secondo la polizia, migliaia di palestinesi asserragliati sulla Spianata delle Moschee hanno cominciato una fitta sassaiola e lancio di oggetti contro gli agenti in tenuta antisommossa.

La spianata delle Moschee è un sito religioso situato nella città Vecchia di Gerusalemme che, a causa della sua importanza per l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam, è uno dei luoghi religiosi più contesi al mondo. La spianata è caratterizzata da tre imponenti edifici risalenti al periodo omayyade: la moschea al-Aqsa, la cupola della Roccia e la cupola della Catena.

Per cercare di placare le tensioni, le autorità israeliane hanno deciso di impedire l’ingresso sulla Spianata ai fedeli ebrei – per i quali è denominato Monte del Tempio – in occasione del Jerusalem Day, durante il quale la polizia israeliana ha usato anche granate stordenti all’interno della moschea di al Aqsa.

Ad alimentare le proteste la minaccia di sfratto nei confronti di quattro famiglie palestinesi dal quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est. La sentenza della Corte Suprema israeliana sul caso, attesa per la mattina del 10 maggio, è stata rinviata su richiesta del procuratore generale Avichai Mandelblit.

Lo scontro è però ufficialmente degenerato lunedì pomeriggio alle 18 locali (le 17 italiane), quando è scaduto l’ultimatum di Hamas che chiedeva a Israele di ritirare le truppe dalla Spianata delle Moschee.

Al mancato ritiro delle truppe israeliane sono risuonate le sirene di allarme e sono stati lanciati una trentina di razzi su Gerusalemme. In totale, secondo Israele, sono stati lanciati circa 150 razzi contro le città israeliane.

Il portavoce dell’ala militare di Hamas, brigate Ezzedin al-Kassam, ha rivendicato il lancio alla voce di “Gerusalemme occupata”, mentre le Brigate al-Quds, l’ala militare del gruppo terroristico della Jihad islamica, ha rivendicato il lancio verso Sderot. “Si è trattato di una risposta – ha dichiarato – all’aggressione e ai crimini contro la Città Santa e alle prevaricazioni contro il nostro popolo nel rione di Sheikh Jarrah e nella moschea al-Aqsa”

Questo ha scatenato la reazione israeliana portando ad un intenso bombardamento sulla striscia di Gaza, territorio governato di fatto dal gruppo politico-terrorista Hamas. Poco prima di avviare il secondo giro di bombardamenti sulla Striscia di Gaza, il governo israeliano di Benjamin Netanyahu aveva detto che i gruppi armati palestinesi avevano superato la «linea rossa», lanciando razzi contro Gerusalemme, e aveva promesso ritorsioni.

(fonte: ilMessaggero)

È stata avviata un’operazione militare chiamata “Guardiano delle Mura”; il portavoce delle forze armate israeliane (Idf), Hidai Zilberman, ha dichiarato: “Il lancio di razzi contro Gerusalemme è un fatto rilevante che non può passare sotto silenzio. Tutte le opzioni suono sul tavolo, compresa un’operazione di terra“. Ha poi precisato che i bombardamenti aerei contro obiettivi di Hamas sulla Striscia di Gaza dureranno “diversi giorni” e che non si esclude una “ripresa degli omicidi mirati contro i vertici dell’organizzazione palestinese”

Questo invece è il messaggio che il braccio armato di Hamas ha rivolto a Israele, minacciando nuove azioni se continueranno i raid aerei israeliani sulla Striscia di Gaza: “Gerusalemme ci ha chiamato e noi abbiamo risposto alla sua chiamata. Se voi continueremo, lo faremo anche noi”.

Gli effetti del lancio

Gerusalemme brucia, in un’esplosione di violenza che non si vedeva da anni. L’immagine simbolo è quella del vasto incendio che si è sviluppato nel tardo pomeriggio sulla Spianata delle Moschee nei pressi della moschea di al-Aqsa. Secondo quanto riferisce la televisione israeliana Channel 12, alcuni fedeli musulmani volevano lanciare fuochi d’artificio contro i militari israeliani di stanza sul luogo sacro, quando un pezzo di legno, probabilmente un albero, ha preso fuoco facendo propagare le fiamme.

In serata Tel Aviv e varie altre cittadine limitrofe hanno aperto i rifugi pubblici antimissile a causa dello scontro con Gaza e delle possibilità dell’arrivo di razzi. La decisione è stata presa alla luce delle recenti istruzioni dell’esercito che ha inoltre annunciato la “chiusura totale” del valico di Kerem Shalom- un passaggio fondamentale per le merci dirette a Gaza-, bloccando anche l’ingresso degli aiuti umanitari, in risposta al persistere degli attacchi con razzi dall’enclave palestinese sul suo territorio.

Centinaia i manifestanti palestinesi feriti, oltre 200 portati in ospedale e 21 agenti colpiti. L’escalation di violenze ha allertato il mondo intero ed ha suscitato le dure condanne da parte araba.

Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, si è detto preoccupato “per le continue violenze nella Gerusalemme Est occupata, nonché per i possibili sgomberi di famiglie palestinesi dalle loro case nei quartieri di Sheikh Jarrah e Silwan“. Su Twitter, il diplomatico ha anche definito ”totalmente inaccettabile” il lancio di razzi dalla Striscia di Gaza verso Israele.

Più tardi è intervenuto anche l’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell: “Il significativo aumento di violenza” in Cisgiordania, nella Striscia di Gaza e a Gerusalemme Est “deve essere fermato immediatamente”

Gli Stati Uniti hanno bloccato una dichiarazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di condanna della situazione a Gerusalemme, durante la riunione di emergenza nella sede dell’Onu a New York. Nonostante il sostegno di 14 dei 15 membri del Consiglio di sicurezza, gli Stati Uniti hanno chiesto tempo per valutare la bozza e alla fine hanno deciso di non appoggiare l’iniziativa.

La Casa Bianca ha comunque espresso “seria preoccupazione” per le violenze, e ha definito “inaccettabile” il lancio di razzi contro Gerusalemme. Di fronte ai timori internazionali, il governo israeliano avrebbe esortato gli Stati Uniti a non intervenire nella crisi.

Grave preoccupazione condivisa anche dal presidente turco Erdogan che ha annunciato: “la Turchia farà tutto ciò che è in suo potere per mobilitare il mondo intero, e soprattutto il mondo islamico, per fermare il terrorismo e l’occupazione di Israele”.

Una situazione che sembra al collasso da secoli e che sembra peggiorare giorno dopo giorno.

Manuel De Vita

Dramma in Israele: valanga umana durante una celebrazione religiosa, almeno 44 morti e centinaia di feriti. Problemi nell’organizzazione.

Nella notte tra giovedì e venerdì centinaia di persone sono rimaste coinvolte in un tragico incidente avvenuto in Israele durante le celebrazioni del Lag B’Omer, una festività religiosa ebraica. Almeno 44 i morti e circa 150 i feriti di una “valanga umana” che si è creata durante il pellegrinaggio al Monte Meron, presso la tomba del Rabbi Shimon bar Yoḥai, a cui hanno partecipato – si stima – più di 100,000 persone nella violazione delle norme anti-covid imposte dal governo israeliano.

Nonostante più del 56% della popolazione israeliana abbia ricevuto il vaccino, il rischio di contagio nel Paese rimane ancora possibile – soprattutto con riguardo alle ultime varianti per cui si consiglia la «massima allerta».

Quanto alle dinamiche, inizialmente si pensava ad un crollo di una tribuna allestita nel luogo in cui si teneva un concerto in onore della celebrazione, ma successivamente l’ipotesi è stata smentita. Le probabilità suggeriscono che sia stata la scivolosità della pavimentazione (causata da acqua ed altri liquidi rovesciati per terra) ad innescare l’incidente. Nonostante ciò, le forze dell’ordine stanno ancora indagando sulla ricostruzione dei fatti.

Il Lag B’Omer

La festività è stata istituita il 33° giorno dell’Omar (un’usanza con cui si contano i giorni che decorrono tra la Pasqua ebraica e la Pentecoste) in occasione dell’anniversario della morte del Rabbi Shimon bar Yoḥai (conosciuto come autore dello Zohar, il libro profetico ebraico). Durante questo giorno si ricordano i 24,000 allievi del Rabbi Akiva morti – secondo una versione – a causa di una misteriosa malattia oppure – secondo un’altra versione – durante la grande ribellione contro l’occupazione romana.

Trattasi solitamente di un momento di grande gioia e celebrazione, in quanto vengono sollevate le proibizioni dell’Omer e la popolazione ne approfitta per organizzare feste, matrimoni e falò in pubblica piazza. Come già accennato, migliaia di pellegrini si recano inoltre sul Monte Meron presso la tomba del Rabbi.

I problemi riguardanti l’organizzazione

Dal suo lettino d’ospedale, una delle vittime dell’incidente ha commentato l’avvenimento:

Le persone non respiravano, ricordo di aver sentito tantissima gente gridare: “Non riesco a respirare“.

Alcuni testimoni raccontano di essersi sentiti in un campo di battaglia, mentre alla televisione ricorrono immagini di decine di corpi ricoperti dai teli delle ambulanze.

(fonte: nytimes.com)

Un trauma incredibile per la comunità ebraica che solo nelle ultime settimane era riuscita a vedere uno spiraglio di libertà dall’emergenza pandemica. Tuttavia, un incidente del genere non è nuovo al Paese: già nel 1911 molte persone avevano perso la vita in circostanze simili. Adesso, però, si cercano i responsabili. La polizia è già al lavoro per la ricostruzione della vicenda – spiega Eli Levy, portavoce della polizia -, ma è ancora troppo presto per attribuire delle colpe o parlare di negligenza.

In realtà, già prima del disastro in molti avevano avvertito una forte preoccupazione. Di giovedì due persone sono state arrestate per aver ostacolato la polizia nel mantenere l’ordine ed il rispetto delle restrizioni, ma si tratta di sforzi inutili: la vastità della folla ha impedito qualsiasi intervento delle forze armate.

Ancor prima dell’inizio della celebrazione, il Ministro della Salute israeliano aveva espresso la propria perplessità circa l’evento che avrebbe accolto più di 500,000 pellegrini, definendolo una disgrazia che avrebbe potuto condurre ad uno scoppio del contagio da COVID-19, ma la realtà dei fatti è stata ancor più veloce ed atroce.

Aspre critiche erano già state rivolte nei confronti dell’organizzazione, che aveva istituito solo una stretta uscita da cui far affluire la folla. La disgrazia, sfortunatamente, era già stata annunciata da molte testimonianze.

Le parole degli esponenti politici

Sulla vicenda si sono già espressi moltissimi esponenti politici da tutto il mondo.

Sul fronte internazionale anche il Consigliere per la Sicurezza Nazionale statunitense, Jake Sullivan, ha espresso le proprie condoglianze per la comunità israeliana, così come l’Ambasciatore UE in Israele Emanuele Giaufret.
(fonte: twitter.com)

Profondamente afflitto dalla terribile notizia dei feriti e dei morti alla celebrazione del Lag Ba’Omer sul Monte Meron. Le mie più sincere condoglianze vanno alle famiglie delle vittime ed auguro una pronta guarigione a tutti coloro che sono rimasti feriti.

 

Valeria Bonaccorso

Inghilterra ed Israele, le prime riaperture. Italia alla rincorsa del modello inglese

Dopo ben 99 giorni di lockdown invernale, la Gran Bretagna ha potuto finalmente festeggiare lo scorso lunedì 12 aprile l’avvio della fase due della ‘’road map’’, stabilita dalle autorità britanniche per una graduale riapertura della nazione.

L’Inghilterra riapre pub, negozi e palestre. Fonte: AGI

Si tratta del primo Paese europeo a stare dimostrando già da ora i risultati di un’efficiente campagna vaccinale, così come lo Stato di Israele sta facendo in territorio extra-europeo. L’Italia ha invece annunciato, per voce del sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri, di puntare al mese di giugno per una riapertura all’inglese. A trovarsi in grandi difficoltà è piuttosto il Cile che, nonostante l’ampia campagna vaccinale, pare essere ancora in piena crisi di trasmissione.

Gli inglesi tornano alla normalità

Lunghissime file davanti a pub e negozi, tra assembramenti vari e pinte di birra in mano: questo lo scenario in diverse città del Regno Unito già nelle prime ore di un lieto lunedì inglese, che è stato pronto ad accogliere il piano di allentamento delle restrizioni per la pandemia, deciso in precedenza dal governo. Esso prevede la riapertura di negozi non essenziali, edifici pubblici, palestre, piscine – e ancora – bar, pub e ristoranti (con possibilità di fare servizio solo all’aperto ma senza limiti di orario).

Ma il primo ministro inglese Boris Johnson ha tenuto comunque a precisare, in un intervento su Bbc, che il graduale percorso di uscita dalle restrizioni anti Covid – protrattesi per oltre 3 mesi – comporterà in modo inevitabile una ripresa di casi di contagio e conseguenti decessi. Durante l’intervento, Boris ha inoltre evidenziato il merito del rigido lockdown imposto a fine gennaio (che vietava di uscire di casa se non per motivi di salute o necessità) e dell’ottimo andamento della campagna vaccinale nel rendere possibili delle simili riaperture:

«È molto molto importante che tutti capiscano che la riduzione dei ricoveri, delle vittime e dei contagi non è stato ottenuto dal piano vaccinale. Penso che la gente non capisca che è stato il lockdown ad essere incredibilmente importante nell’ottenere questi miglioramenti. Naturalmente i vaccini hanno aiutato ma il grosso del lavoro è stato fatto dal lockdown», ha detto il premier inglese.

Il Regno Unito non deve abbassare la guardia

Il Regno Unito è al momento il paese con la più alta percentuale di abitanti vaccinati dopo Israele, trascurando ovviamente i dati delle piccole nazioni.

Il motivo di tale successo deriva senz’altro dalla negoziazione in autonomia dei vaccini e da un’aggressiva strategia vaccinale, con la quale si è cercato di somministrare la prima dose a più persone possibili, senza badare molto alla conservazione di scorte per i richiami: il 47% delle persone ha ricevuto la prima dose del vaccino, ma il ciclo vaccinale è stato completato soltanto dall’11%. Dalla combinazione tra protezione della prima dose di vaccino e rigide misure restrittive è derivato quindi un sostanziale calo di contagi e terapie intensive.

Secondo uno studio condotto dall’Imperial College di Londra, il Regno Unito dovrebbe essere diventato dal 12 aprile scorso ‘’territorio dell’immunità di gregge’’, dal momento che i tre quarti della sua popolazione possiede gli anticorpi contro il Covid, grazie alle avvenute guarigioni e agli oltre 40 milioni di dosi vaccinali fino ad ora somministrati.

Lunga coda di persone davanti al pub di Coventry. Fonte: BBC

Non bastano tuttavia tali numeri per abbassare la guardia. Per questo, già nei giorni scorsi, sono scattate le prime indagini di polizia e minacce di multe per via dell’eccessivo entusiasmo segnalato in diverse zone del Paese per la ripresa del servizio dei pub, tradizionali luoghi di ritrovo per moltissimi inglesi.

Tra i casi limite, spicca quello del pub ‘’Oak Inn’’ di Coventry, finito sotto investigazione a causa di un assembramento di persone che fin dalla mezzanotte si erano radunate in fila, con pochissimo distanziamento tra loro.

L’Israele riapre grazie alle vaccinazioni

In Israele tutto sta gradualmente tornando alla normalità, dimostrando al resto del mondo che non per forza è necessaria l’immunità di gregge per sconfiggere la pandemia e far ripartire l’economia: vaccinare il 55% dei cittadini è stato sufficiente. Tale percentuale (più alta ove la popolazione fosse più anziana) sarebbe infatti sufficiente per bloccare la trasmissione del virus e proteggere i soggetti a rischio mediante una ‘’protezione indiretta’’, fatta di vaccinazioni e restrizioni.

Ad intervenire sul tema il noto divulgatore scientifico italiano Roberto Burioni, che ha mostrato attraverso una serie di tweet la curva dei contagi in Israele, per dimostrare l’importanza dell’immunizzazione con i sieri anti-covid.

Covid Israele. Fonte: Quotidiano.net

Dalla task force anti Covid di Gerusalemme sono poi arrivati degli incoraggiamenti rivolti all’Italia:
“Ce la farete, come ce l’abbiamo fatta noi”, ha dichiarato Arnon Shahar, capo della task force israeliana.
Il medico, intervistato da Sky Tg24, ha poi continuato dicendo:

«non abbiamo ancora una vita normale, ma ci stiamo arrivando. La nostra è stata una Pasqua diversa. Siamo stati a casa e in famiglia», ma ora «possiamo sperare di poter togliere la mascherina all’aperto entro la fine di aprile».

E ancora:

«Le scuole sono aperte, anche se non totalmente. Le elementari sono tutte aperte, le medie ‘’in capsule’’, e stiamo valutando se fare tornare anche loro alla normalità». Infine, Shahar ha rivelato di essere stato anche a un concerto «con quasi mille persone, tutte con il patentino verde che dimostra che sono state vaccinate o guarite da Covid, e tutte con la mascherina».

L’Italia spera nel mese di maggio

Per quanto riguarda l’Italia, la decisione sulle riaperture verrà molto probabilmente presa la prossima settimana dal Consiglio dei ministri. Non è possibile fissare con certezza una data, anche se si prospetta già un mese di maggio fatto di progressive aperture.

‘’Riaprire in sicurezza ristoranti a pranzo e a cena sfruttando gli spazi all’aperto’’, questa l’ipotesi contenuta nella bozza delle linee guida sulle riaperture che le Regioni sottoporranno al Governo alla Conferenza Stato-Regioni, confermando inoltre le misure di protezione già in atto.
Il sottosegretario alla Salute Sileri ha detto la sua intervenendo nel programma ‘’Agorà‘’ su Rai 3, confermando di essere a favore delle riaperture ma con giudizio:

«Abbiamo dei dati in miglioramento – osserva Sileri – L’Rt è sceso e verosimilmente continuerà a scendere», quindi «io immagino che consolidando i dati, scendendo largamente sotto un’incidenza di 180 casi ogni 100mila abitanti, a quel punto dal 1 di maggio si può tornare a una colorazione più tenue delle Regioni: le Regioni gialle ovviamente riaprono e qualcuna potrebbe essere bianca», anche se ora «questo non posso saperlo». Anche «riaprire la sera i ristoranti potrebbe essere fattibile. Non dal 1° maggio», precisa il sottosegretario, «ma progressivamente di settimana in settimana nel mese di maggio, fino ad arrivare ai primi di giugno con una riapertura modello inglese».

Sileri parla di possibili aperture. Fonte: LaNotiziaGiornale.it

Il perché della crisi cilena spiegato da Crisanti

Il caso del Cile è alquanto singolare, ritrovandosi quest’ultimo con un continuo aumento di contagi nonostante l’ampia campagna vaccinale: solo pochi giorni fa il paese sudamericano ha registrato un nuovo record di casi giornalieri, con 9.171 positivi rilevati in quelle ultime 24 ore.
A parere del virologo italiano Crisanti la crisi cilena:

«si spiega con le varianti. Sicuramente in questo Paese è stato usato in maniera massiccia un vaccino cinese che non è proprio uno dei migliori al mondo, Sinovac, ed evidentemente non si è rivelato abbastanza efficace. Ma non è solo questo. Loro sono pieni di varianti e la trasmissione è continuata in maniera sostenuta, alimentata dal liberi tutti, dall’allentamento delle restrizioni».

Gaia Cautela

Lenta la vaccinazione nell’Ue: l’Austria vuole una collaborazione con Israele

La strategia di vaccinazione messa in campo da Bruxelles procede lentamente. E il cancelliere austriaco Sebastian Kurz non ci sta. L’esigenza di rapidità lo porta a guardare fuori dall’Ue e ad accordarsi con Israele.

Austria, Danimarca e gli altri “first mover” con Israele

Dopo l’annuncio della scorsa settimana di un possibile accordo con la Russia per la fornitura del vaccino Sputnik V, l’Austria si è dimostrata ancora una volta diffidente nei confronti della campagna di vaccinazione dell’Ue: il cancelliere Kurz ieri ha dichiarato di voler affiancare Israele nella produzione di dosi di vaccino di seconda generazione. La stessa decisione è stata presa dalla premier danese Mette Frederiksen e dagli altri “first mover”, gruppo di paesi formatosi in estate per iniziativa dello stesso Kurz per elaborare celeri strategie di contrasto alla pandemia che comprende oltre ad Austria, Danimarca e Israele, anche Grecia, Repubblica Ceca, Norvegia, Australia e Nuova Zelanda.

Secondo Kurz l’approccio di Bruxelles si è rivelato corretto, tuttavia l’Ema ha tempi di approvazione troppo lunghi e, a questo, si aggiungono i ritardi nelle consegne delle case farmaceutiche. Le rapide mutazioni del virus, per il cancelliere austriaco, richiedono tempestività. Per essere pronti, secondo Kurz, non basta fare affidamento sull’Ue.

La risposta di Bruxelles è stata moderata. Infatti, come spiegato da un portavoce della Commissione, c’è sempre stata la possibilità per gli Stati membri di stringere accordi con altri paesi e, soprattutto in questa circostanza, si può trarre insegnamento da approcci diversi da quello europeo.

In Italia, Paolo Gentiloni, commissario agli Affari economici, ha giustificato i ritardi e la lentezza delle procedure di approvazione che sarebbero legati a meccanismi che guardano in primo luogo alla garanzia della salute dei cittadini.

Salvini invece approva la decisione di Kurz:

“La priorità è difendere e tutelare la salute dei cittadini. L’Italia segua l’esempio”.

La campagna di vaccinazione israeliana

Perché  Israele corre rapidamente sul fronte vaccinazioni?

Fattori importanti sono un sistema sanitario altamente digitalizzato, un’efficiente organizzazione della campagna di vaccinazione della quale si sono occupate le 4 “casse malattie nazionali”. Fondamentale il contributo fornito dall’esercito che si è impegnato nella gestione delle persone da vaccinare negli stadi sportivi e nei tendoni predisposti.

il centro vaccini di piazza Rabin ad Israele – Fonte: www.rassegnaweb.it

Ma al di là di questo, il successo israeliano è legato all’importanza delle informazioni e del denaro. Infatti, l’accordo che Israele ha firmato con Pfizer-Biontech prevede non solo il pagamento di 30\47 dollari a persona per le dosi, molto più del doppio del prezzo praticato in Europa, ma anche la cessione di informazioni legate ai risultati delle vaccinazioni, al sesso, all’età, alla storia medica di coloro che hanno ricevuto il vaccino in cambio di 10milioni di dosi e della promessa di spedizioni di 400.000-700.000 dosi ogni settimana. Israele sarebbe dunque un grande laboratorio di sperimentazione. Il governo israeliano ha chiarito che alla casa farmaceutica vengono fornite solo statistiche generali, senza dati che potrebbero far identificare i soggetti a cui vengono somministrate le dosi.

Da considerare anche gli interessi del primo ministro Netanyahu che mira a completare con successo l’obiettivo della campagna di vaccinazione prima delle prossime elezioni.

La partnership tra Merck e Johnson & Johnson negli Stati Uniti

Anche negli Stati Uniti la vaccinazione procede a gonfie vele sin dall’inizio. Gli Stati americani, infatti, sono stati i primi a muoversi nel mercato investendo risorse nella prenotazione di vaccini che ancora neanche esistevano. Tra l’altro, l’approvazione di Pfizer e Moderna da parte della Fda è arrivata prima rispetto a quella dell’Ema. A velocizzare ulteriormente la campagna vaccinale si è aggiunta la partnership fra i giganti farmaceutici statunitensi Merck e Johnson & Johnson annunciata ieri da Biden. L’accordo è stato favorito proprio dalla Casa Bianca preoccupata per i possibili ritardi della produzione di Johnson & Johnson. Il vaccino di J&J che già garantiva la rapidità perché efficace con una sola somministrazione, verrà affiancato dal nuovo medicinale di Merck che ha già ottenuto l’autorizzazione della Fda. Biden sembra confidare in questa collaborazione che, come affermato ieri, potrebbe portare

“Gli Usa sulla strada di avere abbastanza vaccini anti Covid per tutti gli americani entro fine maggio”,

con due mesi di anticipo rispetto alle previsioni.

Chiara Vita