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Zôon politikòn, un animale…estinto?

e2410979-8cff-4a15-ba8f-1f219ab493b9I giovani la detestano, gli adulti hanno smesso di crederle, i più anziani ne sono rimasti delusi. Stiamo parlando della politica, l’antica essenza che per prima identificava l’uomo, lo zôon politikòn di Aristotele, un animale politico che oggi più che mai rischia l’estinzione. Di questi tempi trovare qualcuno che riponga ancora della fiducia nella classe dirigente è una rarità quasi quanto beccare chi crede in Babbo Natale. Un tempo far politica era l’arte del meglio che verrà, l’attività esistente più nobile praticata dai virtuosi, l’unica via in grado di condurre il popolo verso la prosperità e la giustizia. Oggi potremmo dire la stessa cosa se considerassimo virtù il clientelismo, la sete di potere, l’incompetenza, la corruzione, se per felicità intendessimo la soddisfazione provata nel ricevere il favore dell’amico deputato o nel raggiungere l’ambito stipendione gravando sulle spalle dei contribuenti. Badiamo bene che il politico non è il solo brutto e cattivo della situazione, l’uomo nero è tale perché una cittadinanza sempre più lontana dalla cosa pubblica gliel’ha concesso, distratta com’è dal peso dell’io, io, io che ha relegato il valore del noi nell’ombra.

Non è becero populismo né antipolitica, ma la realtà nuda e cruda che, con le dovute eccezioni, si presenta davanti agli occhi anche del più distratto degli osservatori. Riadattando Nietzsche diremmo, “Politik ist tot” la politica è morta e di certo non resusciterà tramite “confortanti” dichiarazioni come quelle rilasciate lo scorso 17 dicembre da Gianfranco Miccichè che in merito all’esodo dei “politicanti” fedeli a Francantonio Genovese dal Pd verso Forza Italia ha affermato “La politica è questa” o come quelle pronunciate orgogliosamente qualche mese fa dal senatore Denis Verdini:”Io sono un taxi che porta da Berlusconi a Matteo”. Qui si è travisato il senso di “compromesso”, davvero si sta confondendo questa meravigliosa peculiarità dell’uomo con il mestiere più antico del mondo. Ci insegnano che la politica è trasformismo, è stipulare accordi sulla base di meri interessi personali o logiche elettorali, è strategia finalizzata a conquistare il cittadino indeciso per ricoprire quel seggio o occupare quella poltrona. Poche idee, programmi confusionari e mai rispettati, mentre l’essere fotogenici diviene il discriminante decisivo al fine del voto.

Se questa fosse la politica, chi non auspicherebbe la celebrazione di un imminente funerale? Tuttavia la verità è che anche annunciandone la morte, pur riscontrando la palese disaffezione della cittadinanza nei suoi confronti, la politica non morirà mai, è solo malata. Spetta alla cittadinanza, specie ai giovani, riappropriarsi della sana politica che fa dell’onestà non un valore aggiunto bensì la condizione necessaria ma non sufficiente che deve essere affiancata dalla competenza e dall’amore verso la comunità. Si inizi a parlare di idee, progetti di sviluppo concretamente, mettendo da parte slogan e senso del profitto. Qualcuno potrebbe scoprire incredibilmente che è possibile far politica coinvolgendo il popolo, in nome della trasparenza, praticando il compromesso nobile tra le diverse parti sociali e allo stesso tempo rimanere candidi, evitando di poggiare i piedi nel fango. La disaffezione non è nei confronti della politica ma della cattiva politica: solo l’uomo può scegliere di non chinare la testa, affinché riprenda possesso della propria natura e ritorni ad essere zôon politikòn.

Not God but Man save the policy.

di Paolo Giorgio Vinci

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