Gutta cavat lapidem

2 luglio 2013: un buffo omino grassoccio e sbarbato, dopo cinque anni di agonie (ma anche di gioie, non facciamola proprio tragica) si diploma. Il tutto al Liceo classico, dove apprende l’amore per gli studi umanistici. Non lo fa con il massimo (anzi, tutt’altro), ma ormai è proiettato avanti, vuole lasciarsi alle spalle quanto di sbagliato ha commesso, e portare avanti invece quel buono che è maturato negli anni.

agosto 2013: il buffo omino, che nel frattempo si è goduto la prima estate in libertà, decide di iscriversi al corso di laurea in giornalismo, sua grande passione (in realtà voleva fare il comico, ma non ditelo a nessuno).  Dopo aver passato in rassegna tutta l’offerta formativa del suo futuro Ateneo, apprende con non poche perplessità che il corso è a numero chiuso.
Sì, numero chiuso, la parola che aveva sentito nominare per anni da tanti suoi amici, incerti del proprio futuro, “Tutta colpa di quel maledetto numero chiuso, almeno mi facessero provare..”, dicevano. La condicio sine qua non per lo svolgimento del test, era un numero di iscritti superiore ai 60: sotto quel numero sarebbero entrati tutti i richiedenti.

5 settembre 2013: il buffo omino visita per la prima volta il suo futuro Dipartimento, vede luoghi, ragazzi, professori, che da quel giorno avrebbero fatto parte della sua vita futura.
Torniamo a quel famigerato test: ci credereste se vi dicessi che si iscrissero 59 persone e se ne presentarono 55? Sono sicuro di no, ma è davvero andata così. Il buffo omino allora potè avere accesso al corso di giornalismo.

Vi ho raccontato questa piccola storia per spiegarvi quanto poco credo nel numero chiuso. Quel giorno, in quell’aula, mancava un ragazzo che stava provando un test per fisioterapia. Quello studente, poi, entrò a giornalismo e si rivelò forse il più brillante del corso. Non chiedetemi cosa c’entri, ma ci pensate se si fossero iscritti 61 ragazzi e lui fosse rimasto fuori, per un misero, ridicolo, numero?

Sono anni che tanti ragazzi vivono nell’incertezza, la stessa scena si ripresenta puntuale ogni estate: “Dove ti iscriverai?”-“Boh, se entro lì bene, altrimenti ripiegherò su altro..”.
No, nessuno merita di dover ripiegare, nessuno merita di vedere un foglio davanti a sé con su scritto: “Non Ammesso”. Non la ridurrei a una mera questione di principio, è che ci vorrebbe un dibattito sempre acceso, sempre vivo sulla questione.

In questo senso, l’Amministrazione dell’Ateneo messinese ha fatto passi da gigante: negli ultimi anni sono stati aboliti tantissimi accessi a numero chiuso, in favore di un libero accesso.
Magari vi strapperà un sorriso sentirlo, ma sapete che proprio l’anno dopo l’episodio appena raccontato, venne abolito il numero chiuso in quel corso di laurea?

Un recentissimo passo in avanti è stato fatto proprio una settimana fa: una proposta del Prorettore alla Didattica, Prof. Pietro Perconti, al Senato Accademico, il tutto nel mese di Febbraio. La proposta chiedeva l’analisi dei test per i alcuni corsi di laurea ad accesso programmato. Detto fatto, pochi mesi dopo arriva il verdetto: viene abolito l’accesso locale programmato ai seguenti corsi di laurea:
– L11 & L12 Lingue, letterature straniere e Tecniche della Mediazione Linguistica;
L18 Economia Aziendale;
– L-18 Management d’Impresa;
L22 Scienze motorie, sport e salute;
– L24 Scienze e tecniche psicologiche;
– L33 Banca e Finanza;
– LM-6 Biologia;
– LM-51 Psicologia;
–  LM-67 Scienze e tecniche delle attività motorie preventive e adattate;
LM-85 Scienze Pedagogiche.

Encomiabile, senza dubbio, la scelta dell’Università di operare nel senso giusto, di abolire accessi programmati, che non hanno una vera e propria utilità. Pian piano, infatti, l’Amministrazione si sta attrezzando per “liberare” i corsi di laurea del nostro Ateneo. Gutta cavat lapidem, mi verrebbe da dire. Ma quando verrà scavata interamente la roccia?

Mi piacerebbe un giorno poter scrivere dell’abolizione del peggiore di tutti, del più infondato, di quello strutturato nel peggior modo. Non c’è bisogno che vi dica di cosa stia parlando, vi basti sapere che è su base Nazionale.
Studenti che già al Liceo iniziano ad essere derubati, a tirar fuori ingenti somme di denaro per imparare nozioni di Chimica, Fisica, Biologia e quant’altro, che nel migliore dei casi li aiuterà nel famigerato test di medicina.
Che poi, sono anni che non ne sentiamo parlare un gran bene. Tra chi entra perché deve entrare (plichi sospetti et similia), chi ormai si è dovuto arrendere alla triste parola ricorso, la situazione è sempre più brutta. Da tutte le parti, anche a detta di chi accede, arriva sempre la stessa affermazione: il test di medicina non è un test adatto. Non lo è per mille motivazioni.

A parte i cenni storici che ci vedono avversi ai modelli francesi (9 luglio 2006, quasi 10 anni, pensate un po’..), ci troviamo in una situazione in cui il nostro Paese non mette gli studenti in condizione di provare ad affermarsi, anzi, preferisce piazzare davanti a loro dei muri altissimi.
Il sistema francese, incredibilmente adatto per quanto mi riguarda, prevede l’ingresso al primo anno di tutti gli iscritti, con un maxi-esame di sbarramento alla fine del primo anno.

Perché non l’abbiamo già adottato da diversi anni? Semplice: perché il criterio base di questo sistema è la meritocrazia.

Alessio Micalizzi

di Alessio Micalizzi

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