"Don't panic" immagine tratta dal film "Giuda Galattica per autostoppisti" ispirato all'omonimo libro di Douglas Adams - diretto da Garth Jennings

L’essere umano: un animale spaventato

UniVersoMe in questo periodo sta prendendo una piega introspettiva. Sarà la primavera? Sarà che continuiamo a crescere? Sarà l’ansia della sessione imminente che ci porta a farci domande esistenziali al posto di studiare quella pagina che abbiamo sotto al naso da un’ora? Non lo so, so solo che questo filo non voglio spezzarlo. In questo editoriale ho voglia di affrontare un argomento che abbraccia (e a volte stritola) tutti noi, chi più, chi meno: il panico.

L’unico ostacolo per ottenere ciò che vuoi è la persona che vedi riflessa alla specchio” non mi ricordo dove ho letto questa frase. Forse in una di quelle immagini condivise dagli over 40. O su uno di quei poster che vediamo appesi dal dentista. Ma questa frase nella realtà cosa vuol dire?
Io la interpreto come “la tua paura ti fermerà”. La paura è come un carcere dentro cui nessuno ci ha chiuso. Abbiamo persino le chiavi. Eppure stiamo lì perché fuori dalle mura e dalle grate mentalità c’è qualcosa che ci spaventa.

“Non sono abbastanza forte”, “Non ce la posso fare”, “Morirò se faccio questo”. Arriviamo a pensare cose così brutte che anche un gesto semplice, come prendere un aereo, diventa l’entrata in guerra. Guerra che comunque perderemo, perché combattiamo contro noi stessi.

Abbiamo paura nel 2017 perché nel 2017 abbiamo troppe informazioni. Veniamo bombardati di notizie che spesso non capiamo, su cui non indaghiamo. Ma restano sedimentate e sbagliate come un cancro. Leggiamo da qualche parte: “studi recenti hanno dimostrato che non dormire può causare problemi cardiaci”. Così quando non dormiamo una notte, o dormiamo male, l’ipocondria ci getta a terra con un braccio dietro la schiena ed il suo ginocchio che preme sulla scapola come solo un buon vecchio The Rock sapeva fare nella WWA.
Abbiamo fatto un errore: pensare che l’informazione libera potesse salvare l’umanità. Ci ha condannato a informazioni grossolane, poco ricercate e rese “istituzionali” da un numero di mi piace superiore a mille. Un medico non si laurea condividendo un link sull’importanza della vaccinazione. “Complimenti Dott. Pivetta lei ha ottenuto 20.000 mi piace. Le conferisco la laurea in medicina col massimo dei voti“.
È un mondo duro per ipocondriaci e gente soggetta ad ansia (guarda caso il 90% della popolazione). Cosa fare quindi? Dopo essermi scervellata, la soluzione che ho trovato è questa: non dobbiamo ascoltare nulla! Per un po’ di tempo (anche solo una settimana) non diamo retta a nulla! Neanche a noi stessi. Il percorso è difficile, non sarà per nulla facile resistere alla negativa tentazione di scoprire l’ultima ricerca pubblicata da una testata veritiera quanto il lato B delle Kardashian.

Sapete a quanti marchi siamo sottoposti in Occidente? All’incirca 50.000 al giorno. 50.000 loghi, marchi, pubblicità e simbologie che noi non abbiamo cercato. È una vera aggressione quella che subiamo. Questo è ciò che dice uno studio di sociologia dell’università di Boston (l’ironia delle ricerche). Come si può non avere un po’ di panico, ansia o ipocondria vivendo così? Chiudiamo occhi ed orecchie per un po’. Non ascoltiamo i vari allarmi fantasma che il nostro corpo invia. Non stiamo morendo. Il nostro problema è che non stiamo vivendo. Dopo questa clausura, quando ci sentiamo pronti, ascoltiamo i nostri bisogni. Ritorniamo al mondo. Iniziamo a ricercare informazioni di qualità. Più fonti per una notizia e soprattutto non leggete i titoli ma gli articoli. Certamente la battaglia continua ed è quotidiana, quindi, per evitare ricadute, troviamo qualcosa per cui valga la pena lottare. Perché è una lotta dura quella contro l’uomo allo specchio ma fuori dal ring c’è la vita. La vita vera, non social ma sociale. Non condivisioni ma condivisa.

“Don’t panic” immagine tratta dal film “Giuda Galattica per autostoppisti” ispirato all’omonimo libro di Douglas Adams – diretto da Garth Jennings

L’ipocondria ed il panico sono amichetti per la pelle, sono secondini di una prigione senza ossigeno. Tu hai le chiavi di quella prigione. Ed una volta che le userai sarai il direttore. In quelle gabbie ci saranno i tuoi mostri. Prenditene cura, controllali di tanto in tanto. Controlla lo scantinato della tua anima. Poi sali fino al tetto e balla, canta, piangi, ridi, VIVI.

Io tutto questo ancora non lo so fare ma ci sto lavorando. Lavorateci. E sarà un lavoro terribile, perché se così non fosse vuol dire che state sbagliando lavoro. Sarà un lavoro duro. Sarà pieno di nuove cadute, di lividi e ferite. Non vi dirò favole. Sarà peggio di continuare a vivere in gabbia. Ma a lavoro finito quanto ci piacerà il nostro volto? Il nostro vero volto! Quello così ammaccato da essere meraviglia. Non lo so. Ce lo diremo alla fine quanto siamo belli e forti. Un uomo più saggio di me disse: “Ho odiato ogni minuto di allenamento, ma mi dicevo: “Non rinunciare. Soffri ora e vivi il resto della vita come un campione!” (Cassius Marcellus Clay Jr. Muhammad Ali).

P.S. Ringrazio vivamente una persona per me molto speciale, Gianmarco, che mi ha ispirata ed aiutata a scrivere questo articolo, nella speranza (da parte di entrambi) di aiutare un po’ tutti.

Giulia Greco

di Redazione UniVersoMe

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