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Una musa per Sigismondo Jagellone

Si racconta che nella Polonia cinquecentesca vi era un giovane re, incoronato dalla madre milanese a soli dieci anni: per questo fatto assurdo, il piccolo venne ricordato dai tanti come il “giovane re”.

Nella corte di Cracovia vi eran, dunque, due Sigismondo: il primo, anziano padre intento agli interessi del reame ed il secondo, fanciullino, il “rex iuvenis”, più dedito, nei primi anni della giovane maturità che succede all’adolescenza, alla curiosità della cultura e dell’intelletto.
Il palazzo era animato, per il piacere del giovane Sigismondo, da un via vai di artisti della pittura e della scultura, da poeti e drammaturghi, da cantori e maghi ciarlatani: accanto a questi il giovanotto stava ad osservare sia la nascita di un prodigio, di un prestigio e sia una un prodotto dell’ingegno individuale e a tutti domandava quali fossero i segreti dell’arte e del talento. Questa sua sensibile premura piacque tanto ai sudditi polacchi, i quali amavano il proprio re che, al pari grado del loro livello, conversava ed umilmente, a questi, si mostrava alunno ossequioso della diligenza del maestro.
Molto meno questa qualità piaceva al vecchio padre, il quale, sobbarcato dalle tante pene derivate dal suo regno, avrebbe preferito vedere il proprio figlio al suo fianco intento a risolvere le magagne conseguenti il peso di uno scettro, fatiche che angustiavano l’età avanzata del vecchio sovrano: “Al nobil uomo non è dato tutto da sapere!” – ripeteva più severo il Sigismondo padre al proprio figlio omonimo: “Ciò che è virtù non devi in alcun modo tramutare in ozio! E poi un sovrano è tale nel rapporto con i sudditi! Rispetta la tua etichetta!”.

Ma il giovane re si lamentava: “A me poco mi importa della guerra, che la Polonia sia terra di artisti e di inventori!”. L’anziano e saggio padre intese come l’intelletto del fanciullo fosse privo di esperienza e, in questo senso, allora fece in modo di fornirgli un’importante responsabilità: “Poiché il sollazzo e la cultura non son gli unici topazi che tempestan di preziosi una corona e già che sei fregiato del Granducato di Lituania, lì io ti mando a curar meglio i miei affari, affinché faccia di quel podere la tua fortuna e la tua ragione!”.
Aveva compiuto già vent’anni quando il giovane Sigismondo lasciò Cracovia per la corte di Vilnius e quando la carovana reale lasciò il palazzo, il popolo salutò con più affetto degli aristocratici il ragazzo che abbandonava per il suo destino la sua terra.

E mentre i sudditi perdevano il fanciullo che incitava in loro l’arte e la creatività chiamandoli a sé con la sua voglia di imparare, i nobili, recatisi dal vecchio Sigismondo I gli pretesero più considerazione adesso che il suo figlio era lontano ed i piaceri del sapere, presto, furono sostituiti solamente dai divertimenti del sollazzo della classe nobiliare: meno poeti e più prestigiatori, meno scultori e più ballerine con i loro musicanti a intrattenere l’ozio dei tanti cortigiani, tra i quali, nel chiasso della mollezza, si spegneva nelle sue preoccupazioni per quei turchi sempre pronti a far razzie nel regno, il re Sigismondo I. Accanto a lui, la saggia moglie Bona, figlia dello Sforza milanese, notò la stanchezza del marito che, più vicino ai lumi fatui della fine, non notava più il grigiore in cui la corte era caduta: allora questa, in grande affanno, al popolo promise il ritorno del giovane re che, a quel tempo, ormai, regnava da Granduca più lontano. E nell’attesa dell’arrivo del fanciullo Sigismondo, pregava artisti, poeti e cantastorie di produrre le più belle forme d’arte in nome dell’amato sovrano, il quale, presto, avrebbe ereditato il trono di Cracovia. L’invito fu immediatamente accolto e per le strade di Cracovia altro non si udivano che i versi musicati in onore del rex iuvenis, mentre nelle botteghe, artisti dipingevano il cavallo candido sul quale Sigismondo Jagellone sarebbe giunto nuovamente.
Eppure i giorni passavano e di Sigismondo non si avevano notizie: il popolo chiedeva e la regina, imbarazzata, predicava la pazienza, poiché anche in Lituania il fanciulletto non poteva abbandonare immediatamente il ruolo di sovrano accorto e illuminato.
Neanche la morte del padre convinse, tempo dopo, il Sigismondo giovane a tornare dal palazzo di Vilnius e questo suo disinteresse non lasciò indifferenti il popolo e la madre, a cui giungevano le voci di scontento per il sovrano di Cracovia che nelle nevi di Lituania aveva seppellito il proprio cuore di polacco.
Anziana ma non priva di risorse, Bona, allora, inviò un messo per la corte di Vilnius a rapportare come mai il figlio Sigismondo ritardasse il suo ritorno in Polonia.
Trascorsi quattro mesi, l’inviato rientrò a corte e disse alla regina: “Mia signora, grandi cose ho visto in quel paese di Lituania! Lì il granduca è annoverato come un re! Magna è la corte ove risiede e ricchezza di importanti opere di gusto artistico si trova nel palazzo! Agli angoli vi sono panche in cui i poeti insegnano ai fanciulli a far del verbo il verso del parlare; nelle botteghe di palazzo non vi sono fabbri che lavorano le spade e le armature per la guerra, bensì mastri scultori che del marmo fanno statue belle come quelle dell’antica Roma o della vecchia Atene! Ma il diletto preferito del sovrano è quello di vedere realizzate opere dipinte che ritraggono le sue più belle suddite! Siano esse cortigiane o pastorelle! Tra queste, si dice, abbia confidato ai nobili del suo palazzo, che voglia scegliere la moglie da investir del titolo di granduchessa, senza, in questo modo, adempiere alle volontà di Vostra Grazia di trovar per lui una moglie suggerita dall’etichetta”.
La regina andò su ogni furia, conosciuta la versione del messo, e decise allora di inventare uno stratagemma: “Fido messo, a te che hai adempiuto al lungo viaggio ed hai con fede ammesso il vero, affido un altro incarico non meno impervio: và per tutto il mio reame e trova, in nome del tuo re, quella fanciulla più prorompente e bella che il tuo occhio è in grado di apprezzare e portala qui a palazzo!”. Il messo obbedì e partì per le sue ricerche.
Durante i mesi che trascorsero nella ricerca della bella, a Cracovia il popolo apprendeva le notizie sul giovane Sigismondo trapelate da Vilnius: si diceva che il sovrano ormai aveva anche dimenticato il suo natale idioma polacco e che parlava con la corte in lituano, confondendosi tra i madrelingua. Queste pressioni giungevano anche alle orecchie di Bona Sforza, la quale, da regina, pregava per la fortuna del suo messo, affinché questi sarebbe tornato con quello di cui lei aveva bisogno per riavvicinare il figlio distratto.
Trascorsero tre mesi e solo allora il messo tornò con al suo fianco uno straccione ed una fanciulla nuda che teneva legata ad una corda che le cingeva i polsi: “Ottenni questa creatura da un disgraziato che per l’avidità del gioco mi vendette anche la figlia” – disse il vagabondo alla regina, la quale non poté fare a meno di notare la straordinaria bellezza della giovane miserabile.
“Che sia a voi condonato il prezzo del vostro riscatto per la libertà della ragazza” – disse la regina.
“E’ impossibile, sua altezza” – si oppose lo straccione – “giacché io detengo di essa anche un maleficio. Poiché talmente elevato era il mio credito verso il suo scellerato padre, non bastò il prezzo della sua figliola, bensì dovetti vendere a una strega la sua bella voce per poter essere risarcito completamente”.
“Che sia raggiunta questa strega e le sia condonato il prezzo della voce della giovane!” – disse allora la regina.
“E’ impossibile, sua altezza” – obiettò il vagabondo – “Giacché nel regno mongolo di Russia la stessa fu uccisa dal popolo di un villaggio a pietrate dopo che questa aveva loro inacidito il latte delle mucche. Soltanto il vero amore può restituirle la parola, giacché non c’è intenzione più profonda di una confessione amorosa”.
La regina stette a riflettere ed ebbe poi un’idea: “Sia agghindata la giovane di begli abiti da principessa e sia chiamato il più capace artista di Cracovia! Sia lei ritratta nella più bella opera pittorica possibile, la quale dovrà togliere allo sguardo di mio figlio ogni altro pensiero e dovrà, in questo modo, iniettare nel suo cuore il desiderio ardente di conoscere la musa!”.
Al vagabondo fu pagata una cifra ingente con la promessa di un compenso successivo alla riuscita dell’intento e la donnetta muta fu vestita con la dignità e l’eleganza di una principessa. Venne a corte, come stabilito, un grande artista che, nella maestria del suo talento, seppe immortalare la struggente luce dei begli occhi azzurri della bionda fanciullina candida, la quale, nella tela apparve nobile come una zarina.
La regina Bona chiamò dunque il proprio messo e lo incaricò di recapitare questa tela come dono a Sigismondo a Vilnius e di spiegare al giovane sovrano le ragioni che lei stessa gli suggerì.
Quando il messo giunse in Lituania e fu accolto da Sigismondo, questi gli diede il ritratto e gli disse: “Maestà, dalle lontane Russie una facoltosa principessa brama di venirvi in sposa e poiché è rara la sua bellezza, ella vi manda un suo ritratto affinché il dono primo alla vostra dote sia la sua bellezza per la quale tanti pretendenti han perso il sonno ed anche il capo nell’osarle corti spudorate e prive di virtù dell’etichetta!”.
Quando Sigismondo guardò il quadro ne rimase affascinato e volle a tutti i costi conoscere questa fanciulla.
Maestà” – rispose il messo – “poiché vostra madre la regina siede al trono di Cracovia in vostra assenza, prego ritorniate in Polonia per potere esercitare il vostro titolo di re ed avere il diritto supremo d’avere in moglie questa principessa, giacché anche un granduca sarebbe ai suoi riguardi alla stregua di un plebeo”.
Sigismondo fu persuaso dalla raccomandazione del messo e predispose un pronto ritorno a Cracovia, solo a patto che ad accoglierlo ci fosse questa principessa pronta per le nozze.
“Sire” – indugiò il messo – “C’è un cavillo che vi ho omesso e che non posso più tacervi: ella è muta e la sua voce è morta insieme al sangue di una strega che le fece indegno ratto per offenderne la sua beltà. Solo un sincero palpito d’amore può, in tal modo, rompere il suo maleficio e restituirle il dono della voce”.
Temendo un cambio repentino d’idea, il messo notò che la volontà di Sigismondo non fu scalfita da questa condizione, anzi, ciò motivò il sovrano a ritornare a Cracovia in poco tempo, essendo ansioso di conoscere quella fanciulla sfortunata e meritevole di salvezza.
Così il messo ritornò in Polonia ed annunciò la lieta novella dell’arrivo di Sigismondo, pronto più che mai a subentrare al trono del padre e a sobbarcarsi il futuro del regno di Polonia.
Nella festa collettiva alla quale la città di Cracovia si preparava, avanzò pretese il vagabondo che deteneva la fanciulla e con ostinazione disse alla regina: “Il mio compenso non estingue il debito che quello sciagurato di suo padre fece ai miei riguardi! Se ella prenderà marito io perderò il mio credito, perciò non posso più concedere alla Vostra Grazia la fanciulla! Mi sia resa in questo istante!”.
La regina, irritata dall’avidità del vagabondo disse: “Vecchio avido e carceriere! Credi che la prigionia di una fanciulla possa ritornarti i tuoi luridi danari? Credi che i poteri di una corona non siano sufficienti a saldarti un debito? O tu vuoi estorcere alla tua sovrana?”.
“No signora, ma poiché ella è fertile fanciulla, la sua natura sarà il frutto del mio guadagno, secondo l’intento dello sciagurato che me l’ha venduta!”.
La regina, che era donna di grande morale e di somma virtù, inorridì alle parole del vagabondo e per questo disse: “Stolto ed infido straccione! Che tu marcisca nelle carceri più buie del palazzo! Siano i topi a divorar le ingorde carni grigie della tua sozza levatura! Prenderò tra le mie mani le sorti della povera fanciulla e se la perdita della tua libertà è ancora un prezzo basso per il debito a cui tieni, ti sia decapitata quella testa velenosa all’alba del mattino di domani!”.
Così lo straccione fu condotto nelle carceri del palazzo e la giovane fu preparata per l’arrivo di Sigismondo.
Quando questi giunse con tutta la sua corte al palazzo di Cracovia, trovò la madre Bona e la fanciulla ad attenderlo sedute, entrambe, sul trono; omaggiata la regina, il figlio si fermò a guardare intensamente la ragazza e le disse: “L’ardore dei tuoi occhi vivi ha sollecitato un cuore ed una corte intera che ti rende omaggio e qui ti implora, serva, di concederti in mia sposa. Che sia tu regina saggia e bella della splendida Polonia! Per te rinuncio al cuore di altre principesse che al tuo pari sono nulla!”.
A queste parole la fanciulla aveva gli occhi scintillanti e cominciò a singhiozzare. Il giovane sovrano le strinse le mani e le baciò le dita affusolate. Il sentimento fu talmente forte nella ragazza che questa, come se volesse parlare senza riuscirci, iniziò a singhiozzare e a piangere per poi, improvvisamente svenire. Al suo rinvenimento si trovò tra le braccia di Sigismondo, il quale, le chiese subito come si sentisse e lei, con naturalezza, riuscì, miracolosamente a dire: “Bene”.
Quel suono ebbe lo stesso effetto di cento campane la domenica mattina e accese i cuori della corte e della regina, la quale, incoronò con Sigismondo la fanciulla regina di Polonia.
Sigismondo, trasferitosi a Cracovia, diede come nome alla fanciulla “Barbara”, per la sua origine russa e insieme, convolati a nozze, vissero felici, finché dalle segrete del palazzo, una voce stridula e morente di uomo gridò nella notte: “Stolti! Non passeranno più di sessanta lune ch’io mi riprenda il cuor della fanciulla che mi appartiene!”.
La voce spaventò non poco la regina madre, la quale aveva omesso al re, insieme alla nuora, la verità sulle origini della ragazza, ma pregarono affinché quella maledizione fosse solo l’estremo lamento di un disgraziato. Purtroppo però il maleficio fu lanciato e Barbara morì nel proprio letto nuziale, tra le braccia di Sigismondo cinque mesi dopo, all’alba di un mattino.

Tale fu il dolore del re che volle per questo riservarle una grande e sontuosa sepoltura. Non intaccò la profondità del suo amore la conoscenza della verità sulla moglie, tanto che questi portò il feretro a Vilnius e la onorò comunque con i più bei fiori di Lituania e di Polonia.

Il funerale di Barbara fu sontuoso e mai quella terra di Polonia pianse con così tanto dolore la perdita di una regina.

 

Francesco Tamburello

di Redazione UniVersoMe

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