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Allacciate le cinture (2014) di Ferzan Ozpetek

Una storia d’amore raccontata in chiave moderna. Voto UvM: 3/5

 

 

 

 

Lecce, primi anni 2000.

Tre amici, Elena, Fabio e Silvia, lavorano in un bar del centro.

A sconvolgere la loro quotidianità è l’arrivo di Antonio, burbero meccanico palestrato dalle idee poco politically correct, con cui Silvia ha una relazione. Antonio non piace a nessuno, men che mai ad Elena, venticinquenne intelligente e di larghe vedute.

Tra i due tuttavia nasce qualcosa, prima basato solo sull’attrazione fisica, poi un sentimento più profondo.

Dieci anni dopo infatti Antonio è ancora a fianco di Elena; la coppia ha due bambini e procede tra alti e bassi: le continue scappatelle di lui e l’apparente indifferenza di lei che si dedica esclusivamente al lavoro trascurando anche la famiglia.

L’equilibrio si rompe quando Elena scopre di avere un tumore al seno: a sostenerla ci sono madre e zia e Fabio, l’amico di sempre.

Antonio invece innalza altri muri per proteggersi dal dolore.

 

 

Tuttavia la malattia di Elena sarà l’occasione per far riemergere parole non dette, sentimenti sopiti e una passione che in fondo non si era mai spenta.

A un primo sguardo, la decima pellicola di Ferzan Ozpetek non brilla certo di originalità per quanto riguarda dialoghi e trama.

Già lo slogan “Un grande amore non avrà mai fine” lascerebbe presagire la solita storiella melensa in cui c’è spazio solo per le vicende di due protagonisti, niente personaggi di contorno e nessun contesto di sfondo a rendere più pittoresco il tutto.

E invece non è così.

Come altri film del regista italo-turco, Allacciate le cinture può essere definito un film corale. Oltre a Elena (Kasia Smutniak) e Antonio (Francesco Arca),i classici opposti che per caso si conoscono e un po’ meno per caso si attraggono, spiccano personaggi quali quello di Egle Santini ( Paola Minaccioni), malata di cancro ai polmoni che la protagonista incontra in ospedale, la provocante parrucchiera Maricla ( Luisa Ranieri) e l’eccentrica zia di lei interpretata da una bravissima Elena Sofia Ricci.

Ozpetek come al solito cerca di dare voce un po’ ai drammi di tutti e di caratterizzare a tinte definite anche i personaggi secondari con le loro piccole fisse e follie quotidiane, abitudine ormai desueta anche nel panorama del cinema italiano.

Ma il vero tocco da maestro si rivela nel suo saper giocare col tempo.

Dilatato (come nel piano sequenza iniziale che insiste sulle gambe dei passanti sotto la pioggia) o contratto ( la narrazione a un certo punto salta un arco di ben dieci anni lasciando solo intendere gli sviluppi delle vicende dei protagonisti), non è mai il tempo a fare da padrone nella storia, ma è quest’ultima semmai e i suoi personaggi con le loro aspettative, gioie e dolori a dettarne la direzione.

Che è tutt’altro che lineare.

L’apice si raggiunge nella scena in cui Elena e Antonio tornano a mare, il luogo dove anni prima era scoppiata la passione.

 

 

Colpo di scena inaspettato: i piani temporali si intersecano e il racconto ritorna nuovamente alle vicende di dieci anni prima.

In Allacciate le cinture la memoria e il caso o, se si vuole azzardare, il destino mescolano le carte in tavola e passato e presente si confondono ad indicare che quando si tratta di sentimenti anche questi sono solo nomi convenzionali.

Forse anche la parola fine che Ozpetek, non a caso, non ci tiene a raccontare!

 

Angelica Rocca

 

di Recensioni

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